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Gracie Abrams e quell’inferno a fuoco lento che non brucia

Prodotto e scritto insieme ad Aaron Dessner, il terzo album della cantautrice non graffia come avrebbe dovuto, salvo qualche episodio in cui gli spigoli non vengono smussati, ma esaltati da inaspettate svolte sonore

  • Il17 Luglio 2026
Gracie Abrams e quell’inferno a fuoco lento che non brucia

Foto di Julie Greve

Minibar con quel verso che apre uno dei ritornelli più convincenti del disco «They’re loud, I’m mellow» descrive in parte la sensazione che si rischia di provare nel corso dei cinquantasei minuti di ascolto di Daughter From Hell di Gracie Abrams. Una festa alla quale ti senti estraneo, un appuntamento con amici che credevi di ricordare diversi e che minuto dopo minuto iniziano a sembrarti noiosi e non comprendi perché tu sia l’unic* che non riesce a divertirsi. Non fraintendete. La cantautrice, come suggerisce il titolo del suo terzo album, affronta definitivamente il suo sentirsi “una figlia del diavolo”. Ribelle, scapestrata e capace di mandare ai matti due genitori non proprio qualunque.  

L’undicesimo brano della tracklist – uno dei più apprezzati dai fan – è un’eccezione. Un brano più pop che, come il primo singolo Hit the Wall, illude che la cantautrice possa aver adottato un suono diverso. Più sbarazzino in Minibar, più elaborato e poetico nella prima anticipazione, anche dal punto di vista lirico oltre che sonoro. Probabilmente proprio il fatto di essere una canzone nata in un periodo di mancata ispirazione aveva aiutato la cantautrice e Aaron Dessner a scombinare un po’ le carte. 

Una cosa che però accade solo raramente. Hit the Wall come inizio dell’album è perfetta, insieme alla successiva Death Wish riarrangiata in chiave folk rispetto alla versione live presentata a Londra durante il tour di The Secret of Us. Anche il secondo singolo Look at My Life è un altro accenno di variazione. Nello specifico vira verso un pop diverso da quello al quale ci ha abituato la cantautrice e, complice anche la produzione di Dan Nigro, si nota un’assonanza con i brani di Olivia Rodrigo che ha più volte ammesso di essersi ispirata a lei. Peccato per il testo con il quale è un po’ complicato immedesimarsi. 

Discordanze 

La verità è che spesso manca proprio l’inferno, molto più spesso sotto il profilo del sound. Perché a livello di testi è un bel casino in effetti. Breakup songs, coltelli, droghe adolescenziali e tutto ciò di cui Gracie Abrams si pente o voleva liberarsi da tempo. Tuttavia, in particolare nella sezione centrale del disco, il suono non regge il passo. In Men Like You ci uomini che compaiono dall’ombra pronti alla manipolazione. Nella più acustica Good Reason (un altro dei brani che testimoniano come la cantautrice abbia influenzato anche Phoebe Bridgers), sono invece fin troppo disposti ad accettare le difficoltà di una relazione che non riesce più a reggersi sul solo amore.  

Sober ha un bel testo, piuttosto cupo che però perde tutta la propria intensità quando abbinato a uno stile ripulito e pettinato. Una sensazione che si ripete anche ascoltando The Knife. Il punto è che certe canzoni avrebbero forse avuto bisogno di un arrangiamento più sporco. Non si sta parlando di produzione, perché Aaron Dessner fa il suo, inserendo anche delle chicche interessanti qua e là. Un esempio è Broke My Heart che guadagna un po’ dal pianoforte e dal crescendo finale con archi e seconde voci, tra cui quella di Justin Vernon. 

Sembra un caso, forse non lo è proprio del tutto, ma i brani in cui è accreditato il leader dei Bon Iver sono i migliori e quelli in cui Gracie Abrams si libera dalle vesti che il più delle volte l’hanno fatta sembrare troppo simile a Taylor Swift. Con lui le discordanze di cui sopra emergono meno.  

Il terzo album 

Humming è il brano che, insieme a Head on the Walls, avrebbe dovuto definire Daughter from Hell di Gracie Abrams. Il terzo album è, alla luce dei fatti, quello della svolta attesa e sperata. In alcuni casi, proprio per uno stilema consolidato e rassicurante, rappresenta la sfida più difficile, più ancora del secondo. La cantautrice statunitense rientra in questa fenomenologia e nella quattordicesima canzone sembra davvero aver trovato il modo per evitare l’impasse. L’artista esce dal proprio guscio. Lascia andare persino la propria voce, insieme a quella di Justin Vernon che l’accompagna, e affronta le brutture del mondo. C’è il riferimento agli incendi che hanno colpito Los Angeles e all’erba fumata da adolescente. E poi la coppia di versi migliore dell’album: «I’m convinced our sinking ship will sing as it goes down / Haunting hymns keep echoing after we’re in the ground». 

Il pezzo è anticipato da altri due quadretti. Il primo è Imaginary Friends, scritta insieme al compagno Paul Mescal. Un brano acustico arricchito da una produzione ricca di dettagli che si accumulano secondo dopo secondo. Subito dopo segue un altro dei suddetti momenti in cui la barriera si infrange. Afflictions riesce a creare un’atmosfera tra la lullaby e la ballad inquietante e malinconica con il pianoforte. Nonostante non ci troviamo difronte a uno dei testi più geniali del disco, la musica riesce a colmare il gap.  

What if It’s Right con Marcus Mumford è un’occasione persa, soprattutto vista la bellezza della loro collaborazione Badlands nell’ultimo album dei Mumford and Sons (Prizefighter). Un brano che promette un crescendo che non arriva mai, dove la voce del frontman non incide come dovrebbe ed è relegata sullo sfondo. Subito dopo però arriva Cold Goodbyes. Uno dei pezzi paradossali perché, a dispetto del titolo, è una chiusura in cui il calore emerge eccome. Merito della tastiera e del canto quasi sussurrato di Gracie.  

Quando ci si riferisce all’inferno è proprio questo. Niente mezze misure: aumentare il suono e il colore pop oppure far esalare tutto e lasciare solo l’essenziale come in questo finale che sa di promessa. Oppure come nella titletrack con quell’inedita chitarra elettrica che dà davvero la sensazione dei graffi e del bruciore che certi pensieri e certi ricordi lasciano sulla coscienza. Vediamo se Gracie Abrams la manterrà nel prossimo futuro. Per ora ci accontentiamo di un disco senza infamia e senza lode. Ed è questo di solito il problema più grande di un terzo album.  

Gracie Abrams tornerà dal vivo a Milano per due concerti nel maggio 2027 (qui tutte le info).

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