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Il Festival Internazionale del cinema di Shanghai non si può più ignorare

Con circa 4.100 film iscritti da 125 Paesi, oltre 450.000 presenze e per la prima volta tutti e dodici i film del concorso principale in prima mondiale, la mostra cinematografica cinese è in ascesa

  • Il24 Giugno 2026
Il Festival Internazionale del cinema di Shanghai non si può più ignorare

Dieci giorni, oltre 200 star sul tappeto rosso e una domanda che è un po’ il leitmotiv dell’evento: dove sta andando il cinema cinese? A provare a rispondere è stata la 28ª edizione del Festival internazionale del cinema di Shanghai, che si è conclusa domenica notte. L’unico festival competitivo cinese di classe A per la FIAPF. Uno status che la federazione ha rinnovato proprio quest’anno. Anche stavolta ha fatto cifre da record. Circa 4.100 film iscritti da 125 Paesi, oltre 450.000 presenze e per la prima volta tutti e dodici i film del concorso principale erano in prima mondiale, su un totale di 41 prime mondiali tra i 49 titoli in gara.

Sul red carpet inaugurale e quello di chiusura sono sfilati più di 200 tra attori e registi. Tra questi il premio Oscar Michelle Yeoh, con il cast di This Is My Time, insieme a Liu Haoran, Rina Sa e Tian Yu, il presidente di giuria Tony Leung, con la moglie Carina Lau e l’acclamatissimo cast di Make Zhonghe Great Again. Accanto ai maestri, sul red carpet sono passati anche i volti più amati dal pubblico giovane, da Chen Feiyu a Wu Lei, da Yu Shi al cantante e attore Zheng Yunlong, fino a nomi amatissimi come Sam Lin e la thailandese Tu Tontawan Tantivejakul, attrice della GMMTV.

Il Golden Goblet per il miglior film è andato ad Atlantic Rhapsody, opera prima del regista classe 1995 Zhong Kaifeng, premiato anche per la miglior fotografia. Il resto del palmarès ha spaziato tra continenti diversi. Dal Gran Premio della Giuria al belga Iluminada ai due riconoscimenti per il marocchino Halima, miglior regia e miglior attrice. Il premio alla carriera è andato invece alla centenaria Lisa Lu, attrice sino-americana con oltre settant’anni di carriera tra Hollywood e la Cina, da L’ultimo imperatore a The Joy Luck Club. 

Il cinema dei giovani

Le due grandi direzioni dell’edizione 2026 sono state i giovani e la spinta internazionale. La prima è stata portata avanti grazie ai programmi pensati per sostenere i giovani talenti. Come il SIFF ING Young Filmmakers Program e il SIFF YOUNG × Shanghai Young Filmmakers Support Program, ma anche grazie alla forte presenza di talenti emergenti nella line up, e coronata dalla vittoria di Atlantic Rhapsody. «Ho ancora il cervello in carenza di ossigeno. Non so nemmeno cosa dire. Non me lo aspettavo per niente» ha confessato uno degli autori del film, Zhong Kaifeng, al suo primo lungometraggio. Ha raccontato di essere arrivato al cinema quasi per vocazione, dopo gli studi di cinema all’università e una parentesi da musicista «a livello amatoriale».

La spinta verso i nuovi nomi arriva anche grazie alla sezione Asian New Talent, la vera fucina del festival. Il premio per il miglior film è andato a Her First Taste della giovane Gong Yiwen, con la miglior attrice Ma Fufu. Mentre la Thailandia ha conquistato miglior regia e miglior attore con 9 Temples to Heaven di Sompot Chidgasornpongse. A presiedere la giuria della sezione c’era il regista singaporiano Anthony Chen, che proprio qui aveva vinto da esordiente. «Sappiamo tutti quanto conta il primo film di un giovane regista, può essere l’inizio di un’intera carriera» ha detto Anthony Chen.

E su come fare del buon cinema oggi in Cina è intervenuto anche Tony Leung, l’attore di In the Mood for Love, che durante il festival ha tenuto una masterclass davanti a più di mille spettatori. «Cos’è un buon film? Non c’è una risposta sola, ma di una cosa sono sicuro, un’opera valida tocca sempre chi la guarda», ha spiegato, lasciando poi un consiglio a chi vuole intraprendere questo mestiere. «Mi preparo tantissimo prima per arrivare sul set senza pesi, solo per godermela, come se stessi giocando».

La spinta internazionale 

L’altra grande direzione per comprendere il futuro del cinema cinese è quella internazionale. Al forum d’apertura, i vertici di alcuni dei festival più importanti del mondo si sono trovati d’accordo su un punto, queste manifestazioni contano oggi più che mai. «Un autore può debuttare a Shanghai e poi andare a Cannes, Berlino, Venezia. Ogni festival lo aiuta a incontrare pubblico e industria del posto» ha osservato Tricia Tuttle della Berlinale. Tra gli autori arrivati da fuori c’era anche l’australiano Warwick Thornton, regista indigeno il cui Wolfram era già passato in concorso a Berlino. Lui è convinto che «cercare chi siamo e da dove veniamo sia un tema comune a tutti i registi del mondo».

A tenere insieme tutto questo c’è un festival che si pensa come piattaforma per il futuro del cinema cinese. Chen Guo, direttore del centro che organizza il SIFF, spiega che tra forum, scambi di settore e una nuova serie di trenta workshop pratici l’obiettivo è offrire all’industria mondiale «una visione chiara della direzione che sta prendendo il cinema cinese e contribuire a tracciarne la rotta. Il traguardo è costruire un ecosistema inclusivo e vario, che sostenga insieme cinema d’autore e cinema commerciale, autori affermati e nuovi talenti, perché i registi possano trarre forza dalla vitalità collettiva del cinema in lingua cinese». 

Resta poi il festival come grande appuntamento popolare. Le proiezioni, distribuite in 47 sale della città e in cinque centri vicini, hanno registrato il tutto esaurito su molti titoli, e fino alla fine del mese Shanghai farà da sfondo a proiezioni all’aperto, mostre e quartieri a tema. Il tutto per un pubblico arrivato in gran parte da fuori città apposta per il festival. Composto per un quarto da spettatori alla prima esperienza, a conferma di quanto qui il cinema resti un appuntamento da non perdere. 

Articolo di Ambra Schillirò 

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