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Sindrome dell’impostore, vecchi suoni e psichedelia: i Kasabian e un terzo atto in bilico tra slancio e paura di cadere

Il nono album della band scozzese è il più centrato dalla separazione da Tom Meighan, ma è ancora vittima di una tendenza opposta: la volontà di recuperare le sonorità che li hanno resi celebri e il desiderio di staccarsene completamente

  • Il2 Settembre 2026
Sindrome dell’impostore, vecchi suoni e psichedelia: i Kasabian e un terzo atto in bilico tra slancio e paura di cadere

L’ultima volta era stata nel 2011 per Velociraptor! con i quattro componenti urlanti riprodotti ai lati della copertina del loro quarto album. Nel precedente West Ryder Pauper Lunatic Asylum c’era invece una loro foto vera e propria. A distanza di oltre dieci anni, i Kasabian hanno scelto di comparire senza filtri sull’artwork di ACT III, per la prima volta con Tim Carter e senza l’ex frontman Tom Meighan. Interpretabile come una presa di coscienza definitiva e la fine degli anni di transizione, oppure come una dichiarata volontà di riappropriarsi del tutto di un nome che ha segnato l’alternative rock nel decennio tra i Duemila e i Dieci. Non appena si inizia ad ascoltare il nuovo album la sensazione è quella di un ritorno consapevole a certe sonorità, dove per “consapevole” s’intende proprio la percezione di una volontà di replicare e strizzare l’occhio al glorioso passato.  

Spesso questo atteggiamento, anche se accompagnato da una genuina voglia di divertirsi anziché dalla ricerca di un bis del successo, non è detto che paghi. In ACT III avviene il contrario. SOULMATE è probabilmente il pezzo più bello scritto dalla band nel post Meighan. La chitarra elettrica che apre il brano sfocia in strofe che emulano lo stile musicale e lirico di un brano hip hop. Metro di paragone potrebbe essere AM degli Arctic Monkeys. C’è però un po’ di tutto. Il post-chorus che ricorda la nuova wave post-punk britannico-irlandese e i primi lavori del gruppo e persino un accenno ancora più melodico in uno dei due ponti dove compare il pianoforte.

Un elemento quest’ultimo che era stato anticipato in modo ancora più netto nel primo singolo HIPPIE SUNSHINE. Uscito oramai un anno fa, a un tratto Sergio Pizzorno canta: «I had never seen before what I saw in the mirror / Close your eyes if you don’t wanna see». 

Quel primo brano che racconta l’energia inesauribile di chi si lascia trasportare dalla creatività racchiude in sè qualcosa di positivo e tragico allo stesso tempo. A posteriori è stato l’incipit perfetto per un disco che la band ha rielaborato per molto tempo, posticipandone anche la data d’uscita per provvedere ad aggiustamenti dell’ultimo minuto. ACT III è un album in cui i Kasabian tornano a fare i Kasabian dopo l’oscurità elettronica di The Alchemist’s Euphoria e la tentata svolta più pop (con risultati discutibili) di Happenings. Serge Pizzorno l’ha presentato come l’inizio del terzo atto della carriera della band. Il titolo fa riferimento proprio a questo. 

Il nono disco della band scozzese, il terzo dopo l’allontanamento dell’ex frontman Tom Meighan, alterna elementi nostalgici, easter eggs al passato del gruppo, a momenti euforici. I primi funzionano molto meglio dei secondi che sembrano delle scorribande ancora troppo poco a fuoco e derivative del sound hip hop Ottanta e Novanta. Esempio principe è SUPERPOWERSpezzo che ha deluso i fan della prima ora – che collocato in quella specifica posizione della tracklist, dopo i primi due brani che facevano in qualche modo ben sperare, sembra quasi un divertissement. Previsione che però viene smentita nel corso del disco più di una volta. In SILVER APPLE EYES la vena danzereccia, qui in veste più funky, è persino più evidente. Se la chitarra acustica della prima strofa sembra citare Goodbye Kiss, tutto il resto è un adagiarsi su un tappeto melodico e strumentale rassicurante.  

La sindrome dell’impostore 

Come raccontato nelle varie interviste promozionali, la band ha attraversato uno dei periodi più bui dopo la separazione da Tom Meighan. Facile immedesimarsi in un gruppo che si ritrova improvvisamente senza la voce principale e uno dei propri fondatori. Pizzorno, comunque sempre coinvolto nella scrittura delle canzoni del gruppo, il più delle volte la mente principale, ha ormai acquisito il ruolo di frontman. Sembra affrontare il tema in modo diretto in GREAT PRETENDER che parla della sindrome dell’impostore su un nostalgico intreccio di chitarra e basso e un ritornello da stadio.  

È la canzone centrale del disco per molti aspetti. Abbandonarsi agli eventi, smetterla di sentirli un peso e lasciarsi andare alla danza immergendosi nella parte. We can dance again ha un sapore di rinascita se inquadrato all’interno della storia dei Kasabian degli ultimi cinque anni. Ancora il ballo torna nell’elettrorock di NOTHING BETTER THAN THIS che nasce per l’esperienza dal vivo, ma che non ha la verve dei precedenti. Il medesimo giudizio che si potrebbe dare al rock acido di HYPER/RISING. Un pastiche di chitarre con incursioni di synth, tra anni Settanta e Muse.  

Psichedelia e macchina del tempo 

Nella seconda parte di ACT III i Kasabian si lanciano in esperimenti più psichedelici che a tratti sono la parte più convincente. GLIDE sembra provenire da un altro disco, con una performance superba alla batteria di Ian Matthews e la voce di Pizzorno che crea più spazi e non si lancia nel consueto stile rappato. Molto interessante anche la sezione strumentale con tastiera e synth dal tono epico cinematografico. Un’evoluzione che ha un effetto straniante se considerata all’interno di un album dal tono più diretto e immediato.  

THE GURU AND THE CRYPTO MACHINE gioca invece con la produzione. Si sente la mano di Mark Ralph. C’è una melodia marcata e cantilenante e non mancano i consueti riferimenti crossover. Questa volta però la commistione di reference funziona in modo migliore. Si ha quasi finalmente l’impressione che l’evoluzione dei Kasabian sia un qualcosa di più organico piuttosto che una corsa a tentativi. Purtroppo, sono episodi, al pari del finale molto intimistico e personale SAY YOU (CLOSER). Pizzorno si è ispirato ad avvenimenti accaduti nella sua vita privata e al tempo che passa inesorabilmente che ci mette difronte alle prime perdite davvero dolorose. Per quelle non basta la fallace macchina del tempo, quella che funziona con un giro di chitarra o un’inflessione hip hop alla Eminem.  

La chiusura è un’altra cosa ancora, piacevole e bene scritta, ma quasi esterna al disco. ACT III è come la prima volta sui salta salta al luna park da bambino. Sei lì che guardi gli altri saltare e fare evoluzioni incredibili, convinto che sia quello il divertimento. Poi sali e ti rendi conto che la rete brucia sotto i calzini, che i momenti migliori sono quando spicchi il volo, ma non appena inizi a prendere il ritmo è difficile mantenerlo senza essere sbalzati via. I Kasabian vorrebbero di nuovo spiccare il volo, ne avrebbero le capacità, ma sembrano frenati da due tendenze opposte. La voglia di recuperare il tempo perso e il proprio passato e il desiderio di saltare via dallo stesso, il più in alto e velocemente possibile.  

ACT III scontenterà i fan storici, ma li illuderà su una manciata di pezzi. Chi invece è in cerca di evoluzioni e nuovi suoni si troverà a chiedersi perché non i quattro non abbiano osato i più. Ci sono però anche diversi aspetti positivi. Una strada che sembra più chiara, una rinnovata ispirazione e una svolta pop (tanto temuta dai più) non abbracciata completamente. Forse più che iniziare un terzo atto, si è chiuso il secondo di passaggio. A prescindere dal punto di vista da cui si voglia vedere la questione, è un bene.

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