Per i suoi vent’anni il Mi Ami ha raccontato i nostri, dall’inizio alla fine
Questo weekend all’Idroscalo abbiamo brindato a una generazione che è cresciuta senza, in fondo, cambiare
Motta
Ho 29 anni, e la prima volta che sono andata al Mi Ami ne avevo appena venti e la collinetta del Circolo Magnolia al tramonto era diventata il mio posto preferito. Sono cresciuta, ma le cose nella mia vita non sono cambiate più di tanto: mi piace ancora fare tardi la sera, sostituire i pasti con le sigarette, bere birre sotto a un palco di un artista che mi piace o che non so ancora mi piacerà, tatuarmi i miei dischi preferiti, mettere top cortissimi e anfibi altissimi e lamentarmi di un date di Hinge andato male con le mie amiche, che non sono le stesse con cui i vent’anni li ho iniziati, ma con cui ho sicuramente intenzione di finirli.
Un’altra cosa che in questi anni è cresciuta è il Mi Ami, anche se nel 2026 di candeline ne ha spente 20, non è poi così cambiato. È ancora il luogo dove ascoltare la musica italiana più bella di oggi e scoprire quella di domani, il momento che segna l’inizio all’estate dei milanesi e il festival che, per i suoi vent’anni, ha raccontato anche i nostri, dall’inizio alla fine.
L’inizio: Faccianuvola e Emma
A riportarci in mente Il dolce ricordo della nostra disperata gioventù sono stati due artisti che, in due modi diversi, raccontano l’inizio dei vent’anni. Da una parte l’hyperpop luminoso, idilliaco e leggerissimo (ma non per questo superficiale) di Faccianuvola – per il numero di persone sotto al palco quasi più headliner degli headliner stessi -, dall’altra l’elettronica cupa, digitale e sperimentale di EMMA, che in poco tempo però è riuscito a creare qualcosa di raro al giorno d’oggi: una vera e propria comunità nel mondo reale. I vent’anni del resto sono quello spazio magico che si crea tra le luci e le ombre, e Faccianuvola ed EMMA ne sono le voci più interessanti.

La metà: Lamante e Visino Bianco
Se c’è qualcosa di più incasinato di avere vent’anni, è andare verso i 30, quando ti senti ancora troppo giovane per essere davvero adulto ma troppo grande per fare ancora la vita di un adolescente, e inizi a fare i conti con le ferite di un passato che non sempre è stato gentiluomo. Quelli di Lamante – una delle cose migliori successe al cantautorato italiano negli ultimi 10 anni – e Visino Bianco – una delle cose migliori successe al rap italiano negli ultimi 10 anni – sono stati due tra gli show più intensi e sudati che abbiamo visto al Mi Ami, diversissimi tra loro eppure accomunati da una vena di dolore urlato che trafigge chi li ascolta e che, alla fine, viene esorcizzato.

La fine: Tutti Fenomeni e Motta
Che cos’è la fine dei vent’anni se non disincanto, nostalgia e la sensazione di sentirsi perennemente in ritardo? Sotto il palco di Tutti Fenomeni e di Motta – che al Mi Ami ha celebrato i 10 anni di un disco fondamentale per noi e per il cantautorato italiano – abbiamo capito di essere cresciuti, ma che a piacerci sono ancora l’indie che ha inventato Contessa e il basso di Roberta che ha reso immortali le canzoni dei Verdena. Forse è vero, prima o poi ci passerà e diventeremo grandi per davvero, ma nell’attesa che quel momento arrivi e di trovare parcheggio (si spera il più tardi possibile), non ci resta che brindare alla nostra generazione, al tempo che passa e pure alla felicità.

