Olivia Rodrigo: di cosa scriviamo quando cantiamo d’amore
“you seem pretty sad for a girl so in love” è il terzo album della cantautrice: tra l’anima pop-rock di “GUTS” e quella più autoriale di “SOUR”, il viola si nasconde dietro il rosa e l’azzurro
L’amore va preso a piccole dosi o quantomeno meglio non renderlo una faccenda totalizzante. A meno che non si riesca poi a esorcizzare (e psicanalizzare) il tutto con la scrittura di qualche canzone. Che poi, i ricordi rimangono comunque impregnati di certe sensazioni che spingono spesso al meccanismo opposto, ossia quello del romanzare la memoria. La stessa che Olivia Rodrigo spera diventi più oscura e meno idilliaca nell’ultimo brano di you seem pretty sad for a girl so in love. Il fumo di una sigaretta è una delle cose più complicate da far scomparire dai vestiti e spesso diventa il lasciapassare per un repentino viaggio nel tempo. Il terzo album della cantautrice statunitense è metà illusione e metà realismo, desiderio e consapevolezza, rosa e blu che si fondono nel viola.
Scritto insieme all’ormai storico collaboratore e produttore Dan Nigro, è un disco stratificato che può essere ascoltato in vari modi. Lasciandosi distrarre dalle immagini e dal vestito, che non rinnega mai una sofisticata tessitura pop, oppure immergendosi del tutto tra i versi delle canzoni, divise in due lati. Il primo, girl so in love, è più luminoso e, a partire dal primo singolo drop dead, rappresenta la normale evoluzione dal precedente GUTS. La New York descritta da Olivia prende vita in un bar durante un first date di quelli dove tutto sembra andare per il verso giusto. Geniale il modo in cui l’arrangiamento d’archi si lega di Paul Cartwright si lega allo stile pop-rock, iniziando a mostrare le prime crepe.
È con stupid song che i contorni si fanno più sfumati, ma il finale della storia più chiaro. Il campanello d’allarme di una relazione così intrecciata da condizionare ogni momento. C’è un filo arzigogolato che va da Una semplice passione di Annie Ernaux all’horror rivelazione, campione d’incassi, di Curry Barker Obsession. Come le dicono gli amici nella prima strofa di uno dei pezzi migliori dell’album, può l’amore vero essere una gabbia in grado di farti sentire liber*? La risposta (forse) è in un’intro piano e voce che cresce in un pop-rock irresistibile.
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore
Negli anni Ottanta Raymond Carver dovette mandare giù la revisione senza pietà di Gordon Lish che accorciò all’osso i diciassette racconti che l’hanno reso celebre. Quadretti interpretabili in mille modi, episodi che lasciano intendere una tragedia imminente o un amore appena sbocciato. Affinando in modo maniacale la sua prosa, sapeva benissimo come usare l’amore per evidenziare la crisi del mito americano e una società sull’orlo della catastrofe. Olivia Rodrigo si è posta una domanda simile: di cosa scriviamo quando cantiamo d’amore? «And it’s too hard to describe this / In a way that feels honest» dice in Honeybee che è stato il primo tentativo: con un pianoforte è tornata a scrivere come ai tempi di SOUR, senza sovrastrutture.
«I hope I never see what your face looks like goin’ / A face I swear that I could spend my whole life knowin» è un verso emblematico e bifronte. Un brano innamoratissimo che lascia trasparire una leggera ossessione. Le ferite che in the grudge sembravano non rimarginare mai, di colpo, come per volontà divina, sembrano guarire. Basta una telefonata come in u + me = <3, un brano alternative rock il cui titolo inciso sulla pelle di un sedile, col passare dei secondi, perde tutto il proprio romanticismo, lasciando spazio a qualcosa di inquietante.
La successiva my way sembra anticipare alcune delle scene splatter di Obsession. Non c’è più l’Olivia Rodrigo di driver license che girava malinconica e sognante con la sua auto, ma una donna trasfigurata da una passione aggressiva come le chitarre del brano ispirate dalla scrittura acida e pungente di Gwen Stefani e che, allo stesso tempo, rimandano ai Paramore di Misery Business.
La genialità di you seem pretty sad for a girl so in love è l’elemento metacantautorale. Ci sono indizi, come la stupenda maggots for brains che sembra ambienta nell’immaginario sonoro di Dancing With Myself di Billy Idol. Olivia ha lavorato di sottrazione – ancora lo spettro di Carver – trovando un equilibrio perfetto tra l’anima pop-rock di GUTS e quella più autoriale di SOUR. La metafora dello zombie e dei vermi, non proprio la prime che verrebbero in mente per descrive una relazione totalizzante, dimostrano l’abilità della cantautrice nello scegliere i termini giusti. Potrebbe essere un brano d’amore qualsiasi, ma i dettagli lo rendono un pezzo con un’oscurità latente che trasmette sensazioni contrastanti: esaltazione e malinconia.
Il viola
Il secondo singolo, the cure, è la chiave di lettura dell’album. Non tanto perché segna l’inizio del lato b you seem pretty sad, quanto per il modo in cui dà il via alla rilettura di tutta la prima parte. La chitarra acustica e gli archi accompagnano uno sguardo dall’esterno rivelatorio. Il meccanismo ossessivo è svelato: l’amore non è la cura né tantomeno un antidoto contro le proprie insicurezze. Il circolo vizioso e ossessivo è descritto alla perfezione in begged, dove l’amore si scopre dipendenza. Il processo di autocoscienza però parte qualche traccia prima con uno dei pezzi più belli della sua carriera.
purple è una masterclass su come si può raccontare il deterioramento di una relazione in maniera onesta, senza cadere nella banalità. Olivia Rodrigo usa i colori. Il caso ha voluto che il suo disco sia uscito insieme a Magia bianca di Francesca Michielin, anche lei bravissima a giocare tra streghe e tonalità. «And I melt with you, your red and my blue / Now I see the world in purple, purple». Ecco spiegata la copertina dai contorni fin troppo idilliaci e senza quel viola che aveva accompagnato i due lavori precedenti. In realtà c’è, ma è mascherato dalle apparenze, dal vestitino rosa e dal cielo azzurro. Rosa e azzurro, come rosso e blu, indovinate quale colore danno se combinati?
Le metafore scompaiono del tutto nel finale, a partire da what’s wrong with me, primo featuring della sua carriera con sua maestà Robert Smith. I Cure sono un fantasma che aleggia per tutto il disco. Quando viene citata Just Like Heaven (tra l’altro cantata insieme al cantautore inglese a Glastonbury) in drop dead o nel titolo del secondo singolo. Tutti indizi non casuali che hanno portato all’esibizione a sorpresa al Primavera dove il brano è stato presentato in anteprima.
L’album della verità
Tempo fa mi capitava di chiacchierare con una collega su quanto la storia del secondo album come il più difficile sia un falso mito. Non ce ne voglia Caparezza. È vero, è indubbio che uno come sombr ha una bella gatta da pelare dopo il successo di I Barely Know Her. Ammesso che ci sta che un sophomore possa essere debitore di un esordio spiazzante e di grande successo, lo stesso discorso non vale per il terzo. È lì che i nodi vengono al pettine. Si può essere l’artista che indugia sulle stesse cose, quello che si è venduto al mercato, o addirittura perdere una parte dei fan perché troppo sperimentale.
Pensate alla prima volta che avete ascoltato Humbug, col senno di poi, disco spartiacque e fondamentale per gli Arctic Monkeys, senza il quale probabilmente la loro carriera avrebbe rischiato lo stagnamento. Oppure alla fuga dei Radiohead con Ok Computer, terrorizzati di diventare i nuovi U2, o in tempi più recenti alla svolta dei Fontaines D.C. con il capolavoro Skinty Fia.
Citando il penultimo pezzo di you seem pretty sad for a girl so in love, il più pop del terzo album di Olivia Rodrigo: expectations. La cantautrice ha vinto le aspettative senza cambiare del tutto strada, ma affinando la scrittura e applicando la legge del less is more sul piano musicale, in particolare per quanto riguarda la componente rock. Qui non è più gratuita e debitrice delle sue influenze come in alcuni episodi di GUTS. Eppure, è proprio l’aspetto cantautorale il vero passo in avanti.
Torniamo a – e chiudiamo – a cigarette smoke. Un finale in crescendo orchestrale che rilegge l’intero album. Allo stesso modo in cui l’io narrante vorrebbe che i ricordi cambiassero colore dimostrando che i colori fin troppo accesi non erano altro che la maschera di un meccanismo tossico. E allora puoi ripartire da drop dead e iniziare a notare tutte le red flag. Oppure continuare a farti ingannare da certe memorie. Sperare che lui non finisca mai di bere quella birra e che New York non perda mai quello strano e improvviso tono blu.

