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Tedua fa pace con l’alter ego Ryan a San Siro

Il rapper genovese porta sul palco dello stadio milanese la parabola dei suoi primi dieci anni di carriera

  • Il25 Giugno 2026
Tedua fa pace con l’alter ego Ryan a San Siro

Tedua a San Siro, foto di Sara Sabatino

Ogni volta che si annuncia un concerto a San Siro le aspettative sono inevitabilmente un po’ più alte. Di fatto, esibirsi nella Scala del calcio milanese può mettere addosso una certa responsabilità agli artisti anche nel cercare di fare le cose in grande e di portare “l’effetto stupore” negli occhi del pubblico. Tedua arriva a San Siro con una grande consapevolezza di se stesso, delle sue origini, del suo percorso e di dove vuole arrivare. E questo lo si vede sin da quando si varcano le porte dello stadio

La scenografia infatti è eloquente: da una parte c’è un palazzo popolare, con l’intonaco rovinato, balconi dissestati e delle parabole per prendere il segnale della rete. Al lato opposto, invece, si vede un grattacielo signorile, uniforme e con le tende. Una rappresentazione forte del percorso del rapper genovese che – come dice nel testo di Chuniri –  “Diec’anni di carriera/dalle case in affido/Adesso tocca a me, fra’,/ e riempirò San Siro”. E, in effetti, quasi come una premonizione, è successo. 

Il palcoscenico di Tedua a San Siro parla di lui

Il tipo di palcoscenico è quasi inusuale per la venue perché non c’è una passerella che porta al centro del parterre. Resta efficace perché Tedua riesce a raggiungere il pubblico dal prato fino al terzo anello con salti, coreografie e un’acustica ben congegnata. La scenografia viene sorretta dai visual che permettono agli spettatori di immergersi ancora di più nell’universo del rapper di Cogoleto. L’estetica, infatti, è molto potente e crea una linea narrativa capace di definire l’identità artistica e biografica di Tedua. 

Così, l’allestimento firmato da Blearred, diventa uno spazio profondamente intimo e personale per l’artista che sceglie di condividerlo con il suo pubblico non solo attraverso l’architettura dello show, le luci, i giochi pirotecnici e le performance. Ma anche grazie a una serratissima setlist di ben 41 canzoni durante le quali non sono mancati anche diversi ospiti e amici del cantante.

Inoltre, la band che abita il palcoscenico è incastonata tra i palazzi e proprio come se fossero due angeli custodi, alla destra e alla sinistra di Tedua ci sono i suoi storici collaboratori e produttori di fiducia Shune e Dibla. Gli elementi presenti all’interno della città (in scala) del rapper dialogano costantemente tra di loro creando un immaginario potente tra passato e futuro, tra memoria e trasformazione. Il risultato ottenuto grazie anche al lavoro della direzione creativa di Marco Giacobbe e Davide Spazzadeschi, la regia di Jordan Babev, lo sviluppo scenografico di Eleonora Peronetti e il contributo in prima linea dell’artista hanno definito l’identità di Tedua a San Siro.

Una scaletta che parla da sé

Nel corso dello show, un tratto che emerge chiaramente è che Tedua non lo si può incasellare in una cosa sola. Lui è sia “quel ragazzo di Orange County” che il rapper di successo in grado di fare sold out a San Siro. Un traguardo che arriva dopo dieci anni di carriera in cui dagli esordi l’artista si rispecchia nel personaggio di Ryan Atwood, un ragazzo che nella serie tv OC viene dalla periferia californiana e trova una famiglia benestante che lo ospita e lo cresce come se fosse un figlio. Se suona familiare è perché la storia di Mario Molinari  è molto simile a quella del personaggio, tra difficoltà, case in affido, e un trasferimento a Milano.

Proprio per questo anche la setlist rispecchia la volontà di Tedua di portare sul palco di San Siro semplicemente se stesso. Il primo brano infatti non poteva che essere tratto da Orange County California, disco del 2017 che è stato il biglietto da visita del rapper nella scena italiana. E andando avanti non sono mancate nemmeno canzoni tratte da tutti i suoi album come Mowgly, La Divina Commedia e dal più recente Ryan Ted Mixtape. Un sogno lucido per il rapper ligure che ha fatto del suo motto “Il futuro è in mano ai deboli che si sono fatti coraggio” uno stile di vita. Tanto è vero che la stessa frase viene eseguita come coreografia dai tre anelli del Mezza che riprendo anche l’estetica e i colori dell’album OC.

Il pubblico, gli ospiti e Ryan

Il pubblico, infatti, è anch’esso parte integrante dello spettacolo. Se ci si guarda intorno, non ci sono solo le classiche torce accese che illuminano lo stadio. Si vede gente con le maglie del merch, altri con delle scritte fatte con il pennarello sul proprio corpo, ragazze e ragazzi con delle bandane portate in vita e altri ancora che cercano di emulare lo stile del loro beniamino. Proprio perché non si può definire con un suo aggettivo il genere e il sound del rapper, nel corso del concerto non sono mancati i brani più trap e rap come Uno + Gangsta con Nerissima Serpe, Felpa Nera, Solletico con Rkomi, Bluface con Vaz Tè e Disme, Faxx con Latrelle ed Eva con Kid Yugi. Ma anche canzoni più urban come Dopo le 4 con Bresh e Tony Effe e Hoe con Sfera Ebbasta

Momenti dedicati al puro pogo sotto palco tra giochi pirotecnici e macchine del fumo sulle note di Polvere con Capo Plaza, Giovane e bello con Sayf e Trema con Lazza. Tedua non si è nemmeno dimenticato “di portare il mare a Milano” come dice in Lingerie o la Drillilguria tra Lo-Fi-4, Mare calmo e Capo Horn. Proprio perchè Tedua a San Siro non ha trattenuto proprio nulla, non potevano non essere presenti in scaletta anche brani più intimi e romantici come Blu, Beatrice con Annalisa o Red Light in cui molte persone facevano videochiamate per cantarla insieme ai loro affetti anche a distanza, sguardi che si incrociavano e mani che si stringevano.

Insomma, durante il concerto è evidente che l’artista a al Mezza fa pace con il suo alter ego Ryan. Tedua non è più “il bambino al terzo anello di San Siro” come dice in Outro La Divina Commedia”. Adesso, dal centro se lo è preso tutto.

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