The Weeknd, il domani può aspettare: il suo kolossal illumina San Siro
Abel Tesfaye ha portato la sua Odissea nello stadio milanese. Un live da Premier League che ha unito spettacolo, storytelling ed emozione e che chiude un’era per l’artista canadese
Foto di Sebastien Nagy
Non è detto che un concept album funzioni, tanto meno uno un progetto su più dischi. Nonostante siamo oramai portati a pensare che tutto ciò che non è una sfilza di canzoni a mo’ di playlist, sia sempre un grande progetto a prescindere. Il più delle volte, l’asino casca nel momento in cui quello stesso progetto devi renderlo dal vivo con uno spettacolo. Gli esempi in cui il risultato finale non ha pareggiate le aspettative sono molteplici. Basti pensare alle critiche rivolte al tour di West End Girl di Lily Allen che ha un po’ deluso chi aveva apprezzato il suo ultimo (bel) disco. Con The Weeknd siamo in un altro territorio, un altro campionato come amano dire i calciofili: la prima delle tre date a San Siro è stata come cambiare canale e passare da una partita di Serie A a una di Premier League.
C’entra anche il budget a disposizione, sicuramente, non ci nascondiamo dietro a troppa filosofia. Ma negli show dal vivo contano soprattutto tecnica, standing e, per un concerto come quello di After Hours Til Dawn, anche una grande capacità narrativa. La trilogia iniziata con After Hours nel 2020 e conclusasi lo scorso anno con Hurry Up Tomorrow (qui la nostra recensione) è il racconto di un viaggio nel buio dell’anima, tra demoni da scacciare (tra cui la dipendenza) e una liberazione da raggiungere. Per questo Abel Tesfaye ha costruito un live odisseico che racconta gran parte della sua discografia, con episodi in flashback che vanno dallo stupendo Starboy a ritroso.

L’Odissea di Abel
Anche nella storia di The Weeknd c’è un cavallo di Troia. È la mastodontica statua dorata al centro della passerella – realizzata dal giapponese Hajime Sorayama – che ruota e squadra i 55mila di San Siro con lo sguardo laser. Le ruotano attorno le figure mantellate di rosso che introducono la popstar sul palco e la accompagnano nei momenti di transizione più importanti. Quella scultura può essere interpretata come il falso idolo, posto al centro della città post-apocalittica che domina il palco da dove The Weeknd canta i primi brani.
Da Baptized in Fear, passando per Open Hearts, Wake Me Up e After Hours, fino a Starboy, Abel indossa la sua caratteristica maschera. Fino a che, subito dopo Faith, se la sfila in modo teatrale prendendosi sorridente l’abbraccio di tutto lo stadio. Da questo momento in poi inizia un altro concerto. L’artista canadese, dopo aver rotto il muro, si appropria di tutta la passerella, anche dello stage b e soprattutto interagisce col pubblico. Cry For Me, ma soprattutto Take My Breath con la stupenda transizione a Sacrifice, mettono in luce anche l’ottimo lavoro compiuto a livello di arrangiamenti con la band (quella sì, essenziale) composta da chitarra, basso e batteria.
Come nell’epico racconto omerico, si susseguono figure mitologiche inconfondibili. Nel caso di Abel sono le sue innumerevoli hit che non riescono a definirlo e incasellarlo. Perché The Weeknd potrebbe essere quello di Blinding Lights, ma anche quello di Can’t Feel My Face, di Save Your Tears o Die For You. Nel corso del concerto ognuna ha il suo posto in scaletta e non oscura il resto. Anzi, ci sono dei pezzi che stupiscono per la resa live inaspettata. Su tutti Often e I Was Never There, quest’ultima una delle prove vocali migliori della serata.

Verso il paradiso e oltre
Se dovessimo trovare un corrispettivo musicale dei kolossal cinematografici, senza dubbio lo show che The Weeknd porterà a San Siro anche stasera e domani sera, sarebbe tra le prime scelte. Fiamme a volontà, fuochi d’artificio a non finire, braccialetti che si illuminano a tempo come a un live dei Coldplay del 2012/2017. Senza contare i quaranta pezzi di cui gran parte delle hit che chiunque ha almeno ascoltato una volta nella vita. Come nell’Odissea di Christopher Nolan, sebbene non nello stesso quantitativo, c’è anche un cast con altre stelle. Playboi Carti, che apre tutte le date del tour, sale sul palco per cantare Timeless e poi la sua RATHER LIE ma, come spesso accade, è più un divertissement per il pubblico e per l’artista/regista dello spettacolo. Quel mondo, d’altronde, ancora calamita gli interessi di Abel Tesfaye. Non potrebbe essere altrimenti. È da lì che nasce The Weeknd.
Tolto quel momento centrale che è sembrato un po’ avulso dal resto dello storytelling, l’altro aspetto che stupisce è il coinvolgimento diretto del pubblico. Una cosa in cui l’artista canadese è cresciuto a dismisura. E non si tratta solamente di scendere nel parterre per far cantare i fan durante Out of Time, ma anche del coraggio di rompere la terza parete e uscire dal proprio universo. Anche solo per ringraziare Giorgio Moroder (uno dei suoi numi tutelari insieme a Michael Jackson, citato con Thriller nella strumentale di Wake Me Up) e proclamare il suo legame con l’Italia.
Nel finale, quello narrativo prima di House of Baloon e di Moth to a Flame, The Weeknd è difronte al gigantesco portale sullo schermo. Si chiude, probabilmente alle sue spalle. Non sappiamo se sarà stato uno dei suoi ultimi concerti con questo nome d’arte. Se dai prossimi anni abbatterà la statua dorata per riappropriarsi finalmente del suo nome. (Come canta in Red Terror, uno dei pochi brani di Hurry Up Tomorrow non in scaletta). Un po’ come ha fatto quando è ricomparso sul palco buio, illuminato solo da un occhio di bue. Forse abbiamo visto il suo futuro oppure, come spesso accade nelle scene post-credit di un film, è solo un’illusione per lo spettatore. Per ora il domani può aspettare.

