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Il documentario di Blanco è un lunghissimo videoclip musicale

Il docufilm dell’artista bresciano “Bruciasse il cielo”, in uscita domani su Amazon Prime Video, più che un’occasione persa, è un’occasione arrivata troppo presto

Autore Billboard IT
  • Il8 Novembre 2023
Il documentario di Blanco è un lunghissimo videoclip musicale

Blanco, foto di Chilldays

La scelta di partire dalla fine talvolta può essere funzionale per un documentario: Bruciasse il cielo inizia con Blanco che si prepara a salire sul palco dell’Olimpico di Roma per il suo primo concerto in uno stadio. Il problema si pone quando il percorso narrativo non è molto lungo da raccontare. Se lo scopo era far conoscere un po’ di più al pubblico Riccardo Fabbriconi, l’obiettivo è fallito.

Bruciasse il cielo nasce e si presenta come il racconto della registrazione del secondo album di Blanco Innamorato. Un video diario itinerante ambientato tra Stati Uniti e Italia che però non ha in sé troppo di autentico. Lo sforzo di creare immagini suggestive è comprensibile, ma nel momento in cui si esagera, l’effetto ottenuto è quello di un videoclip musicale. Significativa la scena di lui nudo e raggomitolato su se stesso in mezzo al deserto nei titoli di testa, meno le altre che lo vedono saltare su un materasso in mezzo alla strada o passeggiare immerso nella natura. Soprattutto quando questi intermezzi spezzano la narrazione.

Le sezioni del documentario più interessanti sono quelle che mostrano Blanco nel backstage, paradossalmente quelle che hanno una qualità video più bassa. Vedere il cantante riscaldare la voce e nel frattempo ballare nello studio di New York strappa qualche sorriso, così come beccarlo nel bagno dello stadio Olimpico, apparentemente tranquillo, mentre fa i suoi bisogni prima del concerto: «Fidati, è molto più imbarazzante cantare davanti a 15 persone». A tal proposito: una scena di Blanco mentre urina è simpatica, due scene rendono la cosa preparata, alla terza location diversa in cui il cantante è di spalle, a fare avete capito cosa, diventa ridicolo.

Blanco, l’intervista e la narrazione del documentario

Una parte sostanziosa del documentario è basata su un’intervista di Blanco che, a petto nudo, dovrebbe raccontarsi. Ammesso che con una carriera ancora giovane e a venti anni d’età, un’artista abbia qualcosa da dire, le domande e la sceneggiatura di Bruciasse il cielo non l’hanno aiutato. Le cose notevoli da segnalare sono due: il suo rapporto con la solitudine e la gavetta.

Nel primo caso emerge l’amore per i suoi genitori: Blanco mostra in camera la chat con sua madre alla quale ogni giorno invia un messaggio con scritto “Ti amo”. «Non riesco a vivere bene la solitudine, però dalla sofferenza traggo l’ispirazione per scrivere le mie canzoni». Per quanto riguarda la gavetta, tocca ripetersi: il suo racconto è scarno al pari delle immagini di repertorio. Le poche che ci sono, la maggior parte di esse stories Instagram, ricordano perlomeno allo spettatore che sta guardando un documentario e non uno spot.

Blanco racconta di quando lavorava in pizzeria, si faceva conoscere artisticamente come Fyrex, cantava davanti al pubblico disinteressato delle discoteche e pagava 100 euro per quattro ore di registrazione in uno studio a Rho. Qui emerge un po’ la spontaneità di Riccardo, come quando rivela: «Da piccolo ho provato a scrivere delle canzoni rap, ma facevo solo rime basilari come “amore-sole”». Ecco, qua forse gli avrebbero fatto un favore a tagliare.

Un lungo tour, ma senza Sanremo

La promozione dell’album Innamorato si è svolta in giro per l’Italia, tra Venezia, Firenze, Napoli e Roma. Il documentario mostra, quasi per intero, i video delle esibizioni speciali di Blanco che vengono comunque costantemente intervallate dalle immagini del concerto allo Stadio Olimpico. Video di Blanco in gondola, frame di Blanco che spacca una sedia sul palco, video di Blanco sul lungomare di Napoli, frame di Blanco che spacca una sedia sul palco e via così. Per la sedia spaccata, vale lo stesso discorso dell’urina.  

Ogni documentario dovrebbe portare con sé delle risposte, o almeno dare una propria versione. Il fatto che non venga nominata minimamente la questione Sanremo la dice lunga sul senso di Bruciasse il cielo. Perché qualcosa da dire magari ce l’avrebbe anche avuto il povero Blanco riguardo all’esibizione controversa sul palco dell’Ariston. Senza considerare che, se il tema è il secondo album Innamorato, bisogna ricordare che la promozione è cominciata proprio da L’isola delle rose e dal Festival. Un buco imperdonabile, oltre che incomprensibile.

La mancanza di una certa trasparenza contribuisce a rendere pesante la visione del film. Se da un punto di vista tecnico è interessante la scelta dei movimenti inconsulti di camera che sembrano ricalcare l’irrequietezza di Blanco, dall’altro la pochezza di contenuti rende il tutto fine a se stesso. Gran parte del minutaggio è coperto dai video del concerto dell’Olimpico, tra l’altro con rari frame dal backstage, oppure da inquadrature larghissime pensate a tavolino. Menzione speciale per i titoli di coda: il dietro le quinte del videoclip di Bruciasse il cielo, purtroppo senza audio ambientale, è una delle sezioni del film che a tutti gli effetti ha le caratteristiche di un documentario. Per il resto sembra di essere di fronte a un lungo videoclip promozionale.

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