Deborah De Luca, Cruel Summer
La DJ napoletana è pronta per l'ennesima estate senza pause. Con lei abbiamo fatto un punto sulle sue produzioni e su come sta cambiando la scena dance italiana
L’estate di Deborah De Luca sarà senza pause ma con sempre più ritmo. Come il suo ultimo EP uscito solo qualche giorno fa, More Rythm. Del resto alla DJ napoletana, protagonista della nostra cover story, piace che le date delle sue esibizioni rimangano fisse nel suo calendario di anno in anno, come se a lei dessero sicurezza nella frenetica scena mondiale della techno a cui appartiene. «Amo sapere se più o meno un anno fa mi sono esibita nello stesso luogo. E che a gennaio tornerò magari al D!Club in Svizzera nelle prime due settimane di gennaio, come da 8 anni a questa parte. Io amo la routine».
Dopo averla premiata come DJ of the year a Billboard Women in Music, facciamo un punto con lei sulle sue ultime produzioni e su come sta cambiando la scena dance in Italia e nel mondo in questa estate 2026, perché lei ha sempre il polso della situazione. Con un occhio e una sensibilità, davvero unici.

L’intervista a Deborah De Luca
Cosa intendi quando, proprio tu che sei sempre in tour, dici che ami la routine?
Mi piace avere i miei rituali. Per esempio, la sera non guardo i social. Scrivo giusto qualcosa, do un’occhiata. Quello che adoro è guardare i ricordi di Facebook e vedere che magari ero nello stesso posto anche 2 o 3 anni prima. Domani devo suonare al WET Open Air festival e ho visto che ci vado sempre da 8 anni a questa parte. Mi piace troppo.
Ti organizzi meglio il calendario così?
Mi piacerebbe poterlo dire ma non è così. Perché organizzando da un anno con l’altro non riesco. Quindi settimana scorsa ero a Buenos Aires e ci sono tornata anche questa settimana! Cosa devo dire, per fortuna ho un ottimo rapporto con il sonno e mi addormento ovunque, così riesco a resistere.
Come vedi la scena elettronica oggi? È ancora in crisi?
In Europa certo, da due anni a questa parte è abbastanza innegabile. Ci sono troppi troppi festival e concerti costosi: non penso che un ragazzo, anche se lavora, possa permettersi tutti questi eventi. Perché andare a un festival non significa solo pagare il biglietto d’ingresso, ma anche il cibo, i trasporti, l’alloggio.
E per quanto riguarda l’aspetto artistico: ti piace la nuova scena?
Parecchio! Negli ultimi due anni stanno uscendo alla ribalta molti nomi, che magari stavano già suonando in giro da tempo, come Serafina, Adrian Mills, Cloudy, Biia, Nikolina, Clara Cuvè. Io non posso che esserne contenta perché se c’è qualcuno di valido, non può che essere stimolante. Tra l’altro è finalmente diversa, se no veniva proposta la stessa hard techno tutta uguale. Esiste questo pensiero (che per me è totalmente sbagliato) che se ci sono nuovi Dj rubano il posto a quelli vecchi. Invece, per me c’è davvero posto per tutti.
Quali sono le zone più vive? Un anno fa mi avevi detto l’Europa dell’Est?
Continuo a pensarlo perché sono convinta che se una zona non è florida economicamente, ha più voglia di divertirsi. Anche in Sud America lo noto.
Berlino è ancora la città dove ti ascoltano di più?
Non so. Berlino è una città in transizione ora, secondo me. Non sono la legge assoluta, anzi. È solo il mio pensiero. Di sicuro ora non si ascolta più soltanto la techno pura ma si mischia ad altri generi. Penso che oggi mi ascoltino di più in Sud America.
E a Ibiza?
Cerco di andare a suonare lì una volta al mese per la serata Pyramid all’Amnesia, perché per me è famiglia. Ma l’isola in generale è in crisi da un paio d’anni. Questo per l’aumento dei prezzi in tutti i settori, quindi se una persona spende 1000 euro per mangiare e 2000 per dormire, non le rimangono molti soldi per andare a ballare. Per chi lavora lì poi è davvero improponibile: finisce per dormire sui lettini o negli sgabuzzini degli stabilimenti.
Oggi il rapporto con il pubblico passa anche dagli schermi: quanto conta ancora il live visto in streaming?
Se sei impossibilitato ad andarci è un ottimo modo di recuperarli. Prendi il live di Geolier che è stato il più visto di quelli italiani in tutto il mondo. Poi, certo, non farei mai cambio tra uno spettacolo dal vivo e uno visto dallo schermo del pc o del cellulare.

Stavo ascoltando More Rythm alla scrivania e, come per altri tuoi brani, volevo uscire a correre. Tu dove vorresti che lo ascoltasse il tuo pubblico a parte sul dancefloor?
Pensavo a questa cosa qualche giorno fa. A come, durante la pandemia, molte persone hanno incrementato l’ascolto della mia musica perché riuscivano a viaggiare con la fantasia, immaginando di non dover stare chiusi in casa. Ecco, questo vorrei: che la gente tornasse ad ascoltare con attenzione i miei brani, non distratta da altro, come se fossero un semplice sottofondo. Guardavano molto anche i concerti in streaming, ovviamente.
Per il video teaser su Spotify hai scelto di mettere l’immagine dei due ragazzi che sono saliti senza permessi in cima all’Empire State Building, ci sta davvero bene.
L’ho scelta anche perché si capisce che l’ho modificata con l’AI ma per me questo è un tema molto spinoso. Io non la voglio utilizzare: non uso nemmeno ChatGpt, non voglio regalare i miei dati. Può essere molto pericolosa, ogni settimana ci sono persone che mi scrivono, vittime di ricatti economici dove viene utilizzata la mia voce.
Qual è il pezzo di cui vai più fiera degli ultimi anni?
Il remix del brano di Nelly Furtado. Sarei dovuta volare a casa sua a Los Angeles ma non ci sono riuscita per una serie di impegni. Così le ho mandato un messaggio e ho dovuto aspettare mesi perché mi rispondesse. Ma ne è valsa la pena, per me lei è una regina, ero troppo contenta e il remix di Say It Right è andato davvero bene. Non ha fatto gli stessi numeri di Children di Robert Miles, quasi 48 milioni di stream, ma per me ha la stessa importanza.
E qual è un remix dei sogni? L’anno scorso mi avevi parlato di uno per Karol G.
Rimane quello perché non è mai uscito ufficialmente. Pensa che lei lo sentì per caso a un brunch a Barcellona dove suonavo, lo ripostò taggandomi e chiedendomi se poteva averlo. Perché quando lo feci, la persona di cui mi fidavo che mi era accanto mi aveva sconsigliato di farlo uscire e io mi feci influenzare. Invece quando lei lo ha apprezzato per me fu un vero schiaffo morale a quella persona. E poi uno dei Chemical Brothers.
Deborah, anni fa una brutta crisi durante una data in Georgia ti aveva costretto a rallentare. Da allora hai imparato a gestire lo stress?
Ma figurati, non ho imparato niente. So, ma da sempre, che passa. Come tutto, nella vita. Anzi ho avuto un altro episodio quando ero in vacanza alle Maldive. Ero andata a fare colazione alle 7 del mattino e avevo visto gli stessi lavoratori che c’erano alle 2 di notte. Mi sono avvicinata e ho voluto capire quante ore lavorassero e per quanti soldi. Quando ho capito che guadagnavano all’incirca quello che spendevo io per una pizza e una birra lì, lavorando 6 giorni su 7, per 16 ore al giorno, sono crollata. Ho dato tutto quello che avevo come mance in contanti ma ovviamente era solo per placare la mia coscienza in quel momento. Sono dovuta tornare dallo psicologo, dallo psichiatra. È stata dura.
Nella vita hai sempre fatto beneficenza, ti sei mai resa conto di essere stata troppo buona con le persone sbagliate?
Mai. Se una persona se ne è approfittata è lei (o lui) che è in malafede. Io mi sono sempre comportata come ritenevo opportuno e no, non me ne sono mai pentita.
