Enny P è la nuova stella di cui il rap italiano aveva bisogno
La rapper italo colombiana classe 2002 è tutto il contrario di quello che ci si potrebbe aspettare: l’abbiamo incontrata per raccontarsi
Enny P, foto di Chiara Glionna
GENb è il format editoriale di Billboard Italia pensato per dare agli artisti emergenti più interessanti lo spazio che meritano, attraverso una serie di cover digitali che raccontano a tutto tondo le next big thing della scena, selezionate direttamente dalla redazione. Nel 2026 AW LAB, adidas e GENb uniscono le forze per accompagnare nel loro percorso i nuovi talenti più promettenti. Un’alleanza naturale, che nasce da un linguaggio condiviso fatto di musica, cultura urbana e stile contemporaneo. La nuova protagonista è Enny P.

Creative Direction : Chiara Glionna, Thala Belloni
Production: Thala Belloni
Foto: Chiara Glionna
Assistente Foto: Carlotta Ricci
Styling: Federica Belalba
Assistente Styling: Giorgia Massaccesi
Hairstylist: Marica Abbascia
MUA: Nicole Melillo
Quando posa per questo servizio passando da un look all’altro, indossando un grillz dorato e inforcando un paio di enormi occhiali da sole scuri, Enny P ha le movenze e l’attitude di chi si è allenata per tutta la vita per questo momento: essere una diva. Sfrontata, sfacciata, forte, fiera e sicura di sé. La stessa diva che emerge dalla sua musica, in particolare da Mi Piace, il suo nuovo singolo in cui elenca tutto ciò che le piace in un uomo.
Quando invece la fotocamera si spegne e Enny torna a indossare i panni di Penelope, quello che viene fuori è tutto il contrario di quello che ci si potrebbe aspettare. Durante la nostra ora di chiacchierata, infatti, la rapper italo colombiana classe 2002 mi racconta di fragilità, insicurezze, della musica come superpotere, del suo babbo che è «il mio fan numero uno», dell’amore sconfinato per sua nonna e di quando da adolescente cercava di sembrare più piccola di quanto fosse.
Sembra strano sentirlo dire proprio da lei, che non teme nei suoi testi di usare (anche) un linguaggio sessualmente esplicito – «ci sono un sacco di rapper uomini che parlano in questa maniera, ma se lo fanno le donne viene dato un peso diverso» – e che ha fatto sua la definizione americana di ratchet, letteralmente «la ragazza fuori dalle righe, vistosa, molto sicura di sé, di quartiere, inadeguata: tutto il contrario dell’eleganza».
Un termine che nasce con un’accezione negativa, ma che Enny P rivendica con orgoglio «perché non mi sono mai sentita la ragazza femminile per eccellenza» e che diventa rappresentazione e allo stesso tempo manifesto: «penso che là fuori ci siano tante ragazze che si sentono così. Se sei donna, la società ti impone di essere in un certo modo: composta, carina, precisa. Ecco, io voglio far capire che non devi mostrarti per forza così, se non lo sei, e non devi sentirti in difetto per non esserlo». Il primo a capirlo? Ovviamente Guè, che l’ha scelta per il suo Fastlife 5 – «ha riconosciuto in quello che faccio una forma di libertà espressiva, senza tabù» – e che ha reso chiara una cosa: nel rap italiano c’è una nuova stella pronta a brillare.
L’intervista a Enny P
Chi era Penelope da piccola?
Una bambina nata da mamma colombiana e babbo romagnolo. I miei si sono lasciati quando avevo tre anni. Non ho ricordi di loro due insieme: ho sempre vissuto con mio papà. Da piccola ero molto dolce, super ingenua, ma allo stesso tempo sono cresciuta abbastanza in fretta. A cinque anni non avevo qualcuno che mi dicesse come mi dovevo vestire: mi mettevo la minigonna e uscivo. Ecco, hai presente il concetto di mamma chioccia? Io ho avuto il contrario.
Che ricordi hai della tua infanzia?
Belli, ma ho avuto anche tante difficoltà. Sono cresciuta insieme a mio fratello e ai miei cugini, ma ho sofferto tanto da bambina per la mancanza di mia mamma. Crescendo ho sempre voluto essere più piccola: volevo restare bambina il più possibile, non volevo crescere. Anche nell’adolescenza, alle medie, mi vestivo ancora come una bambina e venivo bullizzata parecchio. Ero davvero molto dolce e, anche adesso, mi piace molto vivere nei ricordi. Poi, verso la terza media, ho capito per la prima volta che le persone mi consideravano anche una bella ragazza. Ho iniziato pian piano a prendere fiducia in me stessa fino a quando, intorno ai 16 anni, sono proprio “esplosa”.
Cosa ti ha fatto cambiare?
Forse il fatto di essere cresciuta con tante ingiustizie ha fatto sì che, dopo l’adolescenza, mi fregasse zero di quello che le persone dicevano di me. Degli haters non mi è mai importato niente: non ho mai cercato l’approvazione di nessuno, anche perché da piccola non avevo genitori che mi proteggessero. La musica è stata la prima cosa nella mia vita che mi ha fatto dire: “mi viene riconosciuto di essere brava in qualcosa”.

E come è arrivata?
La prima volta che ho cantato davanti a delle persone è stata in classe e, quando ho visto le loro facce, erano tipo: “wow, ma sei bravissima”. Da quel giorno è diventata un’ossessione. Quando qualcuno mi chiedeva cosa volessi fare da grande, dicevo sempre: “la cantante”. Andavo da mia nonna e le dicevo: “Io diventerò una cantante famosa”. Questa è l’unica cosa in cui non ho mai smesso di credere.
La cantante e non la rapper?
Io volevo proprio fare la cantante. La musica per me è sempre stata un luogo sicuro. Da piccola il mio babbo mi faceva ascoltare tantissimo cantautorato italiano, avevo il mio MP3: chiudevo gli occhi e iniziavo a immaginare degli scenari di rivalsa. In base alla canzone avevo dei superpoteri. Andavo persino a dormire con le cuffie e sognavo così, con la musica sotto. Ho viaggiato tantissimo con la mente ascoltando musica.

Quanto conta la rivalsa nella tua musica?
Tantissimo. Da piccola stringevo i denti e stavo a testa bassa: cercavo di essere il più invisibile possibile, mi sentivo sempre di troppo e mi rinchiudevo in me stessa. Poi, a un certo punto, ho proprio sentito la voglia di spaccare, di fare tutto quello che non avevo fatto prima. Nella mia musica esprimo proprio quel lato di me che da piccola ho un po’ soffocato, e questa è la cosa più liberatoria che posso fare, perché non voglio passare il mio tempo a pensare alle cose brutte del mio passato e non devo essere costretta a raccontare la mia storia triste.
Enny P quindi è un po’ un alter ego di Penelope?
Assolutamente sì. Enny P è quella che vorrei essere, quella che voglio mostrare al mondo, ma non è un personaggio impostato: resto comunque io, ma in una versione di me con i superpoteri. E poi, nella vita, sono più noiosa di quanto possa sembrare.

Secondo me sei molto più dolce di quanto sembri.
La gente si aspetta che io sia una stronza, ma in realtà è proprio il contrario. A me piace far vedere la parte più potente e anche aggressivamente femminile di me, ma alla fine sono una ragazza normale.
Quando Penelope è diventata Enny P?
Intorno al 2017. Mi ricordo che ero in treno con mio fratello più grande e stavamo andando da casa di mio babbo a casa di mia mamma, in Toscana, e mentre smanettava con il computer mi dice: “Ma perché non proviamo a fare una canzone?”. Lui suona ogni strumento, è fortissimo, e da lì è nato tutto. Ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni in inglese perché in italiano mi imbarazzavo un po’, quindi ho iniziato a imparare lo slang americano.
E arriviamo quindi alla ratchet.
Ratchet è un termine che avevo sentito da Sukihana e Sexyy Red. La ratchet è la ragazza fuori dalle righe, vistosa, molto sicura di sé, di quartiere, inadeguata: tutto il contrario dell’eleganza. Ha un’accezione negativa, ma io ne ho fatto un vanto, perché non mi sono mai sentita la ragazza femminile per eccellenza e perché penso che là fuori ci siano tante ragazze che si sentono così. Se sei donna, la società ti impone di essere in un certo modo: composta, carina, precisa. Ecco, io voglio far capire che non devi mostrarti per forza così, se non lo sei, e non devi sentirti in difetto per non esserlo.

A te è mai capitato?
Quando sei piccola ti dicono che, se non hai una determinata cosa che costa tanto o non ti vesti in un certo modo, non vai bene. Invece non è vero. Anche se magari non ho niente, te lo racconto talmente bene che il mio nulla vorresti averlo tu.
Che riscontro hai avuto dal posto in cui sei cresciuta?
In verità a me non è mai interessato avere un riscontro da parte della mia città: io e mio fratello — una presenza fondamentale per me — abbiamo sempre fatto le nostre cose, e ho capito che le prime persone che ti apprezzano sono proprio quelle che non conosci.
Prima, mentre parlavamo a registratore spento, mi dicevi che andresti a Sanremo solo per tua nonna.
Lei è stata l’unica figura femminile che ho avuto nella mia crescita. Molti bambini sono mammoni, io ero “nonnona”. Mia nonna è diventata mamma quando era ancora giovanissima e, da lì in poi, ha sempre lavorato tantissimo: è stata un vero esempio. Nel casino della mia vita mi ha fatto anche da mamma e, per me, la cosa più importante è essere riuscita anche solo un po’ a renderla orgogliosa di me.

Pensi che l’Italia sia pronta a capire un progetto come il tuo?
Oggi sì, ma fino a qualche anno fa ti avrei detto di no. E forse non ero pronta neanche io: tutti mettiamo una maschera e, se la massa dice che una cosa non va bene, magari per essere accettata fai finta che vada bene, quando invece non è così. Credo però che l’evoluzione sia una cosa che non si può fermare: tutti siamo dotati di un dispositivo che ci fa vedere il mondo, e io percepisco che ci sono un sacco di ragazze e ragazzi là fuori a cui piace la stessa roba che piace a me. Questo, secondo me, è il momento giusto.
Quanto è stata importante la spinta di Guè?
È stata fondamentale. Guè è un artista che ha riconosciuto in quello che faccio una forma di libera espressione: gli piace davvero la mia musica. Ci sono un sacco di rapper uomini che parlano in maniera esplicita, ma se lo fanno le donne viene dato un peso diverso. Lui questa cosa l’ha capita senza tabù, perché è il più avanti di tutti.
Come l’hai conosciuto?
Era la fine del 2024. Stava lavorando al suo album con Rasty Kilo e stavano cercando una voce femminile per un ritornello: era venuto a conoscenza del fatto che io cantassi e mi ha proposto di farne parte. Da lì l’ho conosciuto personalmente e, ad agosto, ci siamo rivisti a Riccione: chiacchierando è venuta fuori la sua volontà di coinvolgere una rapper in Fastlife per fare una cosa molto spinta. Tornata a Milano ho fatto la strofa e gli è piaciuta tantissimo, anche se non è stato facile: era un periodo in cui mi sentivo poco produttiva, ma mi sono detta: “Questa cosa devo farla da Dio”. Per me è stata un’esperienza bellissima: ritrovarmi in studio con Guè, con mio fratello che ancora oggi continua a lavorare sul mio progetto. Mi piace far vivere alle persone vicino a me la magia che sto vivendo io: se lo meritano.

Senti che da quel momento è cambiato qualcosa attorno a te?
Sì, penso che la mia carriera, da gennaio, abbia avuto una svolta. Sento tanta energia, uno slancio creativo incredibile. Ora sono assolutamente convinta di quello che sto facendo, mi sento nel posto giusto al momento giusto, anche se non ti nascondo che ho dei momenti in cui ho quasi paura che tutto questo non sia reale.
Cioè?
Perché è tutto troppo bello e lontano dalla vita che facevo prima. Le prime volte che venivo a Milano per la musica e poi tornavo a Riccione a lavorare chiamavo il mio manager per chiedergli: “Ma sei sicuro che sia tutto vero?”.
Che lavoro facevi?
Ho iniziato a lavorare a 17 anni: facevo la cameriera e, da lì, ho sempre fatto lavori pesanti. L’ultimo lavoro che ho fatto è stato in una pokeria, ma quello è stato divertente: ero veramente un tornado, lavoravo con le mie migliori amiche. Ho un bel ricordo di quel periodo. Poi ho lasciato quando ho firmato il mio primo contratto: ho parlato con mio babbo e lui mi ha appoggiata da subito.

Ti ha sempre supportata?
Tantissimo, è il mio fan numero uno. È stato il primo a credere nella mia passione per la musica e, in generale, sin da quando eravamo piccoli ci ha sempre spronati a fare sport, suonare uno strumento e così via. E poi è incredibile: conosce veramente tutti i rapper italiani, anche i più emergenti o underground, ha studiato tantissimo.
Hai appena pubblicato il tuo nuovo singolo, Mi piace. Me lo racconti?
Mi piace rappresenta quel momento in cui smetti di chiederti se una cosa è giusta o sbagliata e inizi semplicemente a capire se ti piace oppure no. Volevo un pezzo diretto, che arrivasse subito, che mi mostrasse ancora una volta senza filtri, con quell’energia che ti fa muovere senza pensarci troppo. Mi diverte giocare con i contrasti, essere allo stesso tempo dolce e un po’ pericolosa, street ma anche fancy, perché è così che mi sento davvero. Non credo nelle etichette, mi piace ribaltarle. In questo brano c’è tanto di me: ironia, provocazione, ma anche consapevolezza e femminilità.
Cos’è per te la femminilità?
Potere, libertà di esprimermi come voglio, senza dover spiegare niente a nessuno. Mi piace esprime esattamente questo: scegliere, desiderare, dire le cose come stanno. Senza compromessi.

Cosa dobbiamo aspettarci da Enny P nel 2026?
Un bel po’ di cose inaspettate. Tante sorprese, belle collaborazioni. Non vedo l’ora.
Cosa sogni ora?
Diciamo che, da un po’ di tempo a questa parte, mi sembra già di vivere in un sogno gigante. Anche solo avere la possibilità di essere serena, di vivere una vita tranquilla senza il pensiero di non avere abbastanza soldi per pagarmi un affitto, sapere che le persone a cui voglio bene stanno bene, avere mio fratello vicino, vedere che i miei genitori sono contenti di me e di quello che sto facendo mi riempie di gioia. Da quando ho iniziato a fare quello che mi piace mi sembra come se tutto il resto della mia vita l’avessi vissuta aspettando questo momento: se prima sentivo di non appartenere a nessun posto, ora finalmente mi sento adatta e mi sento davvero me stessa.
