Il solstizio de I Patagarri
Chi può esprimere meglio il concetto delle lunghe notti d'estate e della musica dal vivo? Senza mai dimenticare l'impegno, ecco i protagonisti della nostra nuova digital cover
I Patagarri sono nella loro perfetta comfort zone. Mai a casa, chilometri macinati in van per andare a suonare (meglio se nelle piazze all’aperto), pochissime ore di sonno alle spalle. Per molti potrebbe essere un incubo, per loro la condizione più naturale del mondo. Se dovessimo scegliere un gruppo diventato famoso in questi ultimi anni che meglio rappresenti le lunghe notti d’estate ci vengono in mente proprio loro, protagonisti della nostra digital cover story e di un panel oggi al WMF di Bologna. «A noi però piace tanto anche scrivere! Ora ci siamo chiusi qualche giorno a Granara, il villaggio ecologico sull’appenino parmense, per staccare da tutto. Quando siamo in giro in tour cerchiamo di segnarci le idee ma poi è difficile svilupparle», ci racconta Frankie de I Patagarri in questa intervista, a proposito di un luogo magico dove l’inclusione e l’arte dello spartano fai-da-te sono parole d’ordine.
Abbiamo intercettato Frankie, voce e tromba, tra una data e l’altra del tour, in questa estate super calda, non solo dal punto di vista delle temperature.

Foto: Alessio Mariano e Giovanni Zanotto
Creative direction & production: Thala Belloni
Ass. produzione: Melissa Festa
Ass. foto: Matteo Midi
Stylist: Noemi Baris
Ass. stylist: Michela Trupiano, Jacopo Barilani
L’intervista a I Patagarri
Sei tu che conoscevi Granara?
Mi ci mandava mia mamma da piccolo. Un villaggio costruito da un gruppo di persone che ci portavano a loro volta i figli e così si è creato un gran bell’ambiente di persone che lavorano senza alcuno scopo di lucro. So anche di altre realtà di ragazzi che recuperano delle cascine abbandonate fuori Milano e le ristrutturano per creare delle situazioni simili.
E voi come vi trovate a Milano? È davvero la città della musica o solo perché ci sono le major?
Quando ci sono arrivato da Mantova, che è una città piccola che raggiunge a stento 60mila abitanti, sono rimasto scioccato. Per fare e studiare musica e per incontrare gente che se ne occupa, ci sono veramente un sacco di realtà. Non ci sono troppi locali per suonare e poi ora si ha un po’ la sensazione che ci sia stata una morsa di restringimenti, come la chiusura dello Spirit de Milan. Ma la strada ha un’importanza enorme a Milano. Per esempio, a Mantova noi andavamo a suonare al mercato solo nel giorno specifico, mentre a Milano di quelli rionali ce ne sono tutti i giorni.
Altre realtà che ti piacciono?
Ce ne sono parecchie, dal Cantiere alla Corte dei Miracoli e al Milano Sud Festival, poi vengono improvvisate un sacco di jam e vengono segnalate tutti i giorni su una chat di whatsapp. Ma quella sensazione di cui parlavo esiste. Anche a Napoli dove ci siamo appena esibiti per il format Concertiny (ed è stato stupendo), ci sono delle limitazioni per l’alcool d’asporto e per suonare fuori. Io però capisco anche i residenti che non riescono a dormire. Penso che bisognerebbe trovare un compromesso tra loro e chi ha voglia di suonare e stare insieme.

Voi riuscite ancora a improvvisare in strada?
A volte, sì. Se abbiamo delle ore buche, per esempio. Magari facciamo degli assoli o cantiamo tutti insieme, è più una cosa per noi che ci piace da morire. Noi amiamo suonare e il pubblico si diverte a vederci.
Invece essere entrati in una major che aspetti positivi e negativi ha?
Sicuramente il fatto che ti finanzino i dischi e ti facciano lavorare con i produttori migliori! Che poi non è che ti regali niente nessuno, però vedi anche come fanno musica persone di esperienza. Sei supportato nella strategia di comunicazione e social. Nessun ci ha mai chiesto di rileggere niente in via preventiva poi. Certo, entri in dinamiche belle complesse che devi cercare di comprendere.
Che cosa avete imparato dai produttori che hanno lavorato con voi come Taketo Gohara?
La modalità di registrazione determina tutto. E non c’entra che si registri in un mega studio, può essere ovunque ma se scegli dei microfoni vintage e registri in presa diretta si sente. Poi abbiamo anche registrato in modo più ordinato: ognuno la sua traccia audio e poi le abbiamo messe insieme. Per Tua Madre abbiamo lavorato con Tommaso Colliva, per esempio, un altro grandissimo. Con un metodo di lavoro ancora diverso. Abbiamo iniziato a mandargli la nostra musica già prima.

Quali sono le maggiori differenze tra i due?
Forse Tommy ci stava addosso di più e direi giustamente. Taketo ci lasciava più liberi.
Sono passate un po’ di settimane ma che cosa avete pensato dopo l’esternazione di De Gregori sul fatto che gli artisti non dovrebbero esprimersi su questioni politiche?
Io capisco che le persone possano chiederti alla fine di un concerto se pensi in modo arrogante di cambiare il mondo esprimendo la tua opinione e che non è necessaria. Però se una sola persona arriva a interrogarsi su una situazione, vuol dire che ne valeva la pena. Poi, certo, se un artista si esprime in maniera estemporanea su un tema solo perché ne parlano tutti e vuole raggiungere un tot di views dà fastidio. Noi abbiamo parlato in maniera esplicita di Palestina dal palco del Primo Maggio a Roma e abbiamo portato Hava Nagila, un brano della tradizione folk ebraica di cui anni fa non sapevamo il vero significato (l’importanza di rallegrarsi stando insieme nonostante le sofferenze, ndr).
Una signora, al termine di un concerto, ce lo ha spiegato con gentilezza. Noi cerchiamo di farlo anche nei nostri testi. In generale ci teniamo a sottolineare l’enorme e ingiusta disparità tra classi sociali dove alcune persone non arrivano a fine mese e altre girano in Ferrari e nascondono i soldi nei paradisi fiscali. Però ci sentiamo comunque un po’ ipocriti e molto impotenti di fronte a ciò che capita nel mondo.

Come mai?
Perché a parte scrivere testi, parlarne tra di noi e con chi possiamo, sentiamo di non fare abbastanza. Sicuramente tra 30 anni i nostri figli ci diranno ma voi cosa avete fatto?
Qual è stata la data europea che vi ha stupito di più?
Ti direi Berlino, che è stata anche la prima data e ci arrivavamo dopo 16 ore di van.

Frankie, voi vi siete mai sentiti L’ultima ruota del Caravan?
Personalmente no, è un’espressione riferita a tutti coloro che sono davvero ai margini della società. Mia madre, per esempio, non mi ha mai fatto mancare niente.
Ma anche a livello psicologico, penso possa capitare a tutti.
Quello sì! Ne parlavo con il mio bassista che conosco davvero da un tempo immemorabile e ricordavamo quando suonavamo in un gruppettino che faceva cumbia. Ci facevamo un sacco di chilometri, suonavamo davanti a 20/30 persone e prendevamo 50 euro. Noi poi continuavamo a studiare il nostro strumento perché ci credevamo, quindi era un po’ frustrante. Però siamo stati tutti molto fortunati rispetto a tanta altra gente, da baciarsi i gomiti. Certo, il racconto della musica di oggi soprattutto nel rap è un po’ diverso, tutto basato sull’ostentazione e quello per noi è mortale. Poi se vai in giro a Milano, come dicevamo prima, vedi delle disparità enormi e su quello infatti abbiamo scritto un singolo inedito che abbiamo presentato al Miami Festival.

Tu però ascolti musica rap?
Mi piace tanto Sayf, anche il nuovo album, lo conoscevamo già da un po’. A differenza degli altri Patagarri, soprattutto di Giovanni, il nostro clarinettista, però, mi piacciono anche i “disfattoni” come Macello, Pitta e la P38. Lo so che ci sono un sacco di scorrettezze nei testi però li trovo surreali e mi divertono.

È difficile capire quando un testo va oltre, no?
Certo, da una parte c’è l’arte, dall’altra quando alcuni artisti si prendono troppo sul serio fa paura. Però mi piacerebbe non ci fossero limitazioni. Mai. È un discorso molto complesso e ci dobbiamo ancora riflettere bene davvero tutti.

