Interviste
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Luca Agnelli a tutto tondo: «La tecnica la puoi imparare, ma la visione non si compra»

Abbiamo incontrato il grande DJ e producer a margine del MIR di Rimini, dove ha esplorato le possibilità creative delle nuove tecnologie AlphaTheta nell’incontro “Inside the Booth”

  • Il28 Aprile 2026
Luca Agnelli a tutto tondo: «La tecnica la puoi imparare, ma la visione non si compra»

Per Luca Agnelli la misura di un DJ non è mai stata il consenso della scena ma il rapporto con il dancefloor. DJ, producer e fondatore di Etruria Beat, negli anni Agnelli ha costruito il proprio percorso seguendo una bussola molto semplice: una simbiosi continua con il pubblico, fatta di energia condivisa e passione per la pista. Un percorso che lo ha portato a evolversi più volte nella sua direzione musicale, anticipando spesso scelte che sarebbero diventate evidenti anche per il resto del mondo del clubbing.

Oggi quella traiettoria l’ha riportato al centro della scena internazionale con un suono più duro e diretto. A margine della sua partecipazione al MIR di Rimini, dove ha esplorato le possibilità creative delle nuove tecnologie AlphaTheta nell’incontro “Inside the Booth”, con Luca Agnelli abbiamo parlato di evoluzione artistica, di nuove generazioni che arrivano nei club e di come tecnologia e creatività continuino a ridefinire il lavoro di chi sta dietro la console.

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Luca Agnelli al MIR 2026

L’intervista a Luca Agnelli

Quando hai iniziato a spingere verso sonorità più dure e veloci, una parte della scena techno guardava a quella scelta con scetticismo. Oggi quel linguaggio è diventato uno dei più riconoscibili nel mondo del clubbing. Quanto è stata una scommessa artistica e quanto una lettura di dove stava andando la scena?

Non è mai stata una strategia. Ho sempre fatto quello che sentivo, seguendo l’istinto e la musica che mi inspirava. All’inizio sia la mia agenzia che alcuni promoter non condividevano quella scelta, dicendomi che avrei rischiato di avere meno serate con questo sound. La mia risposta è stata semplice: preferisco fare meno date ma suonare la musica che sento davvero mia.

Per me la cosa più importante è fare quello che sento davvero, seguire il mio cuore. Col tempo però il pubblico ha iniziato a reagire sempre più forte a quel suono e molti si sono ricreduti. Sono riuscito a portare anche chi già mi seguiva verso quelle sonorità, che poi sono diventate sempre più centrali nella scena mondiale.

Nei tuoi set convivono influenze diverse – techno, industrial, hardcore – e più volte hai detto di non amare troppo le etichette di genere. Quando costruisci un DJ set oggi, quanto conta mantenere un’identità sonora riconoscibile e quanto invece lasciare spazio alla sorpresa?

Per me è un equilibrio costante. L’identità sonora è fondamentale: devono esserci un filo conduttore, un’attitudine. Però la sorpresa è altrettanto importante: lasciare spazio all’inaspettato, inserire tracce che escono dai codici più stretti. È quello che tiene viva la connessione e la curiosità e crea un legame più forte. Ogni set è un dialogo aperto con il dancefloor.

Il momento in cui un disco ti ha colpito allo stomaco, oppure una notte in console in cui hai sentito una connessione speciale con il dancefloor: se ripensi alla tua storia, c’è un ricordo del genere che senti ancora molto vicino?

Mi viene in mente il closing set all’alba in Piramide al Cororicò l’estate scorsa. È stato un momento magico: il sole stava sorgendo, il locale era sold out, c’era un’energia pazzesca e il calore del pubblico era incredibile. Ogni singolo kick arrivava dritto allo stomaco delle persone. Quella vibrazione condivisa è qualcosa che sento ancora oggi.

Chi passa gran parte della propria vita in console spesso finisce per vivere il club quasi sempre da DJ e meno da clubber. Ti ricordi l’ultima volta in cui sei stato semplicemente sul dancefloor a ballare tra il pubblico?

Ricordo una decina di anni fa quando portai un promo di un mio nuovo vinile a Sven Väth in una sua serata all’Amnesia di Ibiza. Rimasi alcune ore a sentirlo, non a ballare ma a gustarmi il suo set. Fu piacevole ascoltare un pilastro come lui e capire ancora una volta quanto sia bello trasmettere le proprie emozioni attraverso la musica.

Con Etruria Beat hai costruito negli anni una piattaforma che ha lanciato artisti poi diventati protagonisti della nuova ondata techno. Quando ascolti un demo o incontri un producer emergente cosa ti fa capire che c’è qualcosa di speciale?

Cerco l’idea, qualcosa che mi colpisca davvero. Può essere un campione unico, una voce distintiva o un suono particolare che rende quella traccia immediatamente riconoscibile. Nel corso degli anni ho spesso dato spazio ad artisti praticamente sconosciuti: per me non erano importanti il loro nome o i follower ma la forza della loro musica, che potevo supportare io in primis nei miei set. Alcuni di loro sono poi diventati veri protagonisti della nuova ondata techno. Sapere che li ho sostenuti ai loro esordi è una bella soddisfazione.

Hai aperto il tuo lavoro anche a collaborazioni con artisti provenienti da mondi musicali diversi, come Salmo. Cosa ti interessa cercare quando due scene apparentemente lontane si incontrano?

Sono sempre stato aperto alle contaminazioni, anche unendo generi così lontani, pur sapendo che inizialmente il pubblico “purista” potrebbe non apprezzare la combo. Anni fa mi fu chiesto di remixare un brano di Moby. Accettai emozionato e consapevole della responsabilità di toccare un pilastro musicale. Fu un progetto importante e soddisfacente. Poi c’è stata la collaborazione con Salmo, prima con un remix e successivamente con la traccia in collaborazione Fuori Controllo. È stato qualcosa di davvero entusiasmante e fuori dagli schemi.

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Luca Agnelli al MIR 2026

Sei stato uno dei protagonisti del MIR di Rimini con “Inside the Booth”, dove hai mostrato dal vivo il tuo workflow utilizzando alcune delle nuove tecnologie AlphaTheta. Hai avuto modo di incontrare molti aspiranti DJ e far vedere loro come prepari il tuo DJ set. Com’è andata?

Da qualche anno mancavo alla fiera e sono stato felice di vedere come il mondo delle tecnologie per il DJing e in generale la club culture siano tornati così centrali. MIR Club è un format interessante perché riesce a mettere nello stesso spazio appassionati e professionisti, offrendo la possibilità concreta di provare e toccare con mano le strumentazioni dei principali brand.

Per me il contatto diretto con il pubblico – soprattutto con aspiranti DJ e producer – è fondamentale: collaboro già con diverse scuole e mi capita spesso di incontrare studenti anche in contesti meno convenzionali, come i licei. Allo stesso tempo tengo molto al rapporto con la mia community al di fuori del palco.

Quando suoni nei club utilizzi spesso il DJM-V10, soprattutto nella versione LF, molto vicina al tuo modo di mixare. Il DJM-V5 nasce nella stessa famiglia, quasi come un fratello minore. Quando l’hai provato nel tuo studio prima dell’evento a MIR hai ritrovato le sensazioni e l’approccio che cerchi nel V10?

Ritrovare nel DJM-V5 molte delle logiche che utilizzo nel DJM-V10 mi ha permesso di mantenere un flusso di mixaggio molto naturale, senza dover ripensare il mio approccio. I long fader sono l’elemento che richiama subito quella parentela, ma per me il vero valore sta nella possibilità di lavorare sul suono in modo preciso e intenzionale grazie all’equalizzatore a quattro bande e al compressore su ogni canale. È lì che costruisco davvero il mio sound, anche in un contesto più compatto.

DJM-V5 introduce una configurazione a tre canali, una scelta piuttosto inusuale rispetto ai classici mixer. Dal punto di vista creativo, che tipo di approccio può stimolare, soprattutto per chi sta iniziando a costruire un proprio linguaggio sonoro?

Avere tre canali invece di due cambia completamente il modo in cui pensi il set, perché ti porta fuori dalla logica lineare del mix A-B. Ti costringe a ragionare in modo più aperto e a costruire il suono, non solo a gestire transizioni. Per chi è all’inizio è un aspetto molto interessante, perché abitua fin da subito a un approccio più creativo e meno standardizzato. Non lo vedo come un’alternativa ai formati classici ma come uno strumento con una propria identità che può aiutare a sviluppare un modo personale di stare in console.

Quando inizi a lavorare sulla costruzione del mix diventa naturale voler personalizzare il suono del set, sia attraverso l’uso di sample sia intervenendo in modo più diretto sulle tracce. Per te quanto è importante avere strumenti che permettano questo tipo di controllo durante la performance, anche alla luce di prodotti come RMX-IGNITE?

Si può assolutamente suonare anche senza utilizzare sample propri, ma nel momento in cui vuoi costruire un’identità riconoscibile diventano fondamentali. È quello che ti distingue davvero dagli altri. Avere strumenti che ti permettono di integrarli in modo semplice e veloce durante il set significa trasformare una selezione in qualcosa di personale, e quindi più incisivo anche nella percezione del pubblico.

Allo stesso modo, anche il lavoro sugli effetti diventa parte della costruzione del suono. RMX-IGNITE mi ha dato la possibilità di intervenire sulla traccia in modo molto rapido e preciso. Spesso le unità effetti hanno un’impronta sonora molto riconoscibile, che nel tempo rischia di uniformare i set. In questo caso invece il livello di personalizzazione è tale che è lo strumento ad adattarsi al DJ, non il contrario.

Guardando all’evoluzione delle tecnologie, oggi è davvero più semplice per un DJ costruire un suono personale rispetto a qualche anno fa?

Oggi l’accesso è sicuramente più semplice, perché la tecnologia ha abbassato molto le barriere d’ingresso e permette a chiunque di avvicinarsi a questo mondo con strumenti che prima erano impensabili. Detto questo, avere più possibilità non significa automaticamente avere qualcosa da dire. Costruire un’identità resta un processo che richiede tempo, ascolto e una certa ossessione per il dettaglio. La musica oggi è più accessibile, ma il modo in cui la interpreti, la selezioni e la trasformi resta profondamente personale. La tecnica la puoi imparare, ma il gusto e la visione non si comprano. Ed è lì che si gioca davvero la differenza.

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Luca Agnelli al MIR 2026
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