Interviste

Ritrovarsi sotto la luna con i Nu Genea: l’intervista

Il duo torna con il nuovo album “People of the Moon”, un disco nato da un lungo processo di liberazione creativa

  • Il1 Maggio 2026
Ritrovarsi sotto la luna con i Nu Genea: l’intervista

C’è stato un periodo, quattro anni fa ormai, in cui senza rendercene conto, al principio dell’estate, ballavamo e canticchiavamo in napoletano delle canzoni che sembravano degli istant classic. Pezzi moderni e vintage allo stesso tempo, in cui le citazioni e le influenze, reinventate e rilette in chiave pop, ci sono apparse in soccorso come l’avanguardia che attendevamo da tempo. Bar Mediterraneo dei Nu Genea è diventato un album simbolo di un calore e di un colore capaci di estraniarci dalla contemporaneità. Paradossalmente per Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, col passare dei mesi e degli anni è diventato invece uno standard di riferimento da cui ripartire. People of the Moon sebbene appaia come il seguito ideale di quel disco, nella sua intimità nasconde un processo creativo più complesso, fatto di distanze, break autoimposti e strade sbagliate.

«Siamo riusciti da molto poco a lasciarlo andare, come un parto» racconta Massimo all’inizio della nostra chiacchierata. A lui fa eco Lucio che – concetto che tornerà spesso nel corso dell’intervista – spiega che per i Nu Genea non esiste pianificazione: «Non siamo capaci di scrivere un concept a tavolino. In Bar Mediterraneo volevamo riprendere il cult di Nuova Napoli e ci siamo ritrovati con un album pop. Con questo disco invece desideravamo scrivere ancora più hit e alla fine invece abbiamo compreso che avevamo un concept».

Le persone della luna che danno il titolo all’album non sono gli alieni e neppure i collaboratori presenti nel corso della tracklist (Tom Misch, María José Llergo, Fabiana Martone e Gabriel Prado). Come spiega il duo, sono coloro che abbracciano la positività, riuscendo a estraniarsi dalle pressioni e dai condizionamenti quotidiani. Un po’ il sentiero di purificazione che hanno dovuto affrontare i Nu Genea per arrivare alla solare organicità del loro nuovo disco. Il primo che hanno registrato senza vivere insieme: «L’abbiamo realizzato quasi interamente a Siracusa, tranne in alcuni momenti in cui siamo stati nello studio di Luigi Scialdone a Napoli. Ci ha dato una grande mano. È un bassista e chitarrista fenomenale» racconta Lucio.

People of the Moon è un album che evolve dalla prima metà alla seconda. I testi sono una componente importante perché metaforicamente testimoniano il sentiero tortuoso, ma liberatorio, che ha permesso ai Nu Genea di ritrovare una spontaneità che credevano di aver perso.

L’intervista ai Nu Genea

È stato più complicato rispetto al passato, questo processo di lasciare andare il disco?

Lucio: Ora come ora ti direi che è stato il più sofferto. Il problema però è che, come esseri umani, tendiamo a dimenticare i dolori, per cui oggi Bar Mediterraneo ci sembra che sia stato molto più facile quando in realtà anche in quel caso ci fu una lunga gestazione. Ricordo che avevamo la prima data del tour a Berlino nel maggio del 2022 e, durante il soundcheck, eravamo con le cuffie a sentire le varie versioni del disco. Tant’è che a quel concerto il pubblico ascoltò un album ancora inedito.

Dopo Bar Mediterraneo ci ritroviamo sotto la luna. Quale è stato il percorso?

Massimo: Il primo periodo di composizione è stato influenzato dal tour. All’inizio siamo andati alla ricerca assidua del pezzo mainstream da classifica. Volevamo proprio spaccare tutto. Prendevamo riferimenti da Marechià o Tienaté. Poi siamo passati alla dance degli anni Duemila che però volevamo rifare con le chitarre elettriche. A un certo punto ci siamo resi conto di aver sbagliato completamente strada per colpa delle aspettative.

Come siete ripartiti?

M: Sai, come capita spesso, le cose più belle arrivano quando meno te lo aspetti. Nel nostro caso nelle sessioni di intermezzo tra una wannabe hit e l’altra che tentavamo di scrivere. Alla fine, abbiamo scartato quelle e sviluppato quei frammenti. È come se fossimo tornati a fare quello che spontaneamente ci veniva di fare, con dei brani che erano anche un po’ più facili da stendere a livello di arrangiamento, rispetto ad altri dai quali ci sentivamo più distaccati. Pensa che all’inizio la nostra idea era di far uscire due o tre singoli che poi non abbiamo più pubblicato. Forse il destino voleva che facessimo un album molto più organico, rispetto a un insieme di hit buttate lì un po’ a caso.

L: People of the Moon è un album molto più intimo rispetto a come era partito. Proprio nel momento un po’ più di depressione, quando iniziavamo a pensare di aver perso lo smalto, sono uscite poi le cose più belle.

M: Abbiamo capito che a tavolino non funzionamo. Ce lo domandiamo spesso come fanno certi artisti, magari hanno un super team dietro che organizza. Noi dall’inizio alla fine del percorso tendiamo a cambiare perché spesso ci stanchiamo e quello che facciamo viene una schifezza.

Perché People of the Moon?

L: Riascoltando l’album per fare una cernita dei pezzi che avevamo scritto ci siamo resi conto che era un disco che aveva un determinato tipo di caratteristiche. Nonostante ci fossero dei brani da ballare, c’era anche una certa intimità e un mood che li legava. La luna del titolo non è quella dello spazio, ma va intesa come una realtà terrestre che fa parte di noi. Per noi rappresenta quello spazio libero, senza condizionamenti sociali e pressioni. Quando guardi la luna ti astrai, ti lasci trasportare dalle maree e tutti i pensieri e le ansie è come se andassero in stand by. Non si tratta di chiedere aiuto agli alieni, ma di appellarsi alla parte più positiva della nostra anima. Ascoltando People of the Moon ci si può distrarre dal caos quotidiano e lasciarsi trasportare in questa zona un po’ onirica e meno legata alle questioni quotidiane che ci affliggono.

Anche ascoltando i testi, si nota un’evoluzione. Fino a Caré si percepiscono le ansie e i sentimenti più negativi, da People of the Moon in poi c’è una sorta di liberazione.

M: Ogni giorno veniamo influenzati negativamente per tanti motivi. Pregiudizi, razzismo e cose simili. Volevamo dare spazio a quella parte di noi che riesce a liberarsi dalle negatività e a esprimere positività anche nei confronti del prossimo oltre che di se stessi. Per esempio, in Sciallà mandiamo a quel paese le persone che ci vogliono male. Il finale Ondas do mar è invece proprio il momento in cui si tenta di trovare una sintonia con le onde del mare e la natura.

Nella seconda metà del disco c’è Shway Shway, il cui titolo in arabo significa piano piano, che dà proprio corpo a quanto avete appena spiegato. Quindi la lunga gestazione è stata anche una cosa voluta oltre che una conseguenza di una strada sbagliata?

L: Non è una cosa che abbiamo meso in pratica consciamente ma, sarà perché venivamo da un disco precedente molto workaholic con session lunghe anche tre mesi e anche perché è nata mia figlia, che per People of the Moon ci siamo imposti degli orari più umani. Anche poco prima di chiudere il disco ci siamo presi due settimane di stop completo perché stavamo impazzendo. Per questo ci ritroviamo con il messaggio di Shway Shway, nel senso che è importante anche viversi la vita ed estraniarsi da tutte quelle dinamiche che per qualsiasi ragione ti mettono pressione, che principalmente poi riguardano il lavoro, anche uno artistico come il nostro che magari dall’esterno viene percepito solo nella sua componente più divertente. In realtà, c’è tanto lavoro fisico per la creazione di un album, soprattutto nel nostro caso che siamo un bel po’ maniacali sul modo di registrare.

Parliamo delle collaborazioni. Ci sono due pezzi con María José Llergo, come sono nati?

L: La connessione è partita per il brano Celavì. Era nato da alcune bozze in spagnolo che avevamo scritto con Massimo e ci vedevamo bene una voce con quella sonorità linguistica sopra. Abbiamo contattato Maria che è venuta in Sicilia per registrare il pezzo. In studio abbiamo deciso di realizzare un altro brano da zero, quindi iniziando da una linea di basso e un groove che aveva ideato Massimo alla batteria. Così è nata Acelera che si può definire proprio una vera e propria collaborazione rumba funk, dove la rumba è inteso come sottogenere del flamenco. Poi successivamente abbiamo cambiato l’armonia sottostante e la canzone ha acquisito uno stile molto più soul.

E Tom Misch?

L: Lui ci aveva scritto tempo fa, facendoci i complimenti per la nostra musica e dicendo che un giorno gli sarebbe piaciuto lavorare con noi. Così siamo andati a Londra con dieci bozze. Non glie n’è piaciuta nemmeno una. Non riuscivamo a incastrarlo su nessuna. Poi a fine giornata, proprio quando eravamo convinti che non sarebbe andata a buon fine la cosa, vedendo un video di lui che suonava il basso su un brano che assomigliava allo stile di Ma quale idea di Pino D’Angiò, abbiamo provato a fare una roba simile. Massimo ha scritto la melodia su una tastierina e lui la linea di basso. Ha funzionato e il giorno dopo abbiamo completato Onenon con Matt Maltese. Anche questa è stata una collaborazione spontanea dove davvero non c’è stato nulla di programmato.

I viaggi che stimola il sound del vostro disco, quanto sono frutto dei luoghi che avete visitato?

M: Per noi l’aspetto umano e ciò che viviamo durante i tour, perché non sono solo suonare ma anche incontrare persone e culture differenti, è fondamentale. Ha influenzato decisamente l’evoluzione della nostra musica. sull’evoluzione di noi come esseri umani. Ovviamente poi ci sono delle ispirazioni che sono arrivate da ascolti nuovi, anche da molti dj set che abbiamo fatto due anni fa, tornando a suonare dei dischi che ci hanno sicuramente ispirato nella composizione di questo album. Ma è sempre tutto molto implicito e mai pensato in anticipo. Non ne siamo proprio capaci.

Il tour

  • 23 maggio – MIAMI – Milano (IT)
  • 29 maggio – Spring Attitude – Roma (IT)
  • 30 maggio – Cavea del Teatro del Maggio – Firenze (IT)
  • 4 giugno – Kala – Dhërmi (AL)
  • 1 luglio – Sequoie Music Park – Bologna (IT)
  • 3 luglio – Vida Festival – Barcellona (ES)
  • 11 luglio – Bilbao BBK Live – Bilbao (ES)
  • 12 luglio – Noches del Botánico – Madrid (ES)
  • 23 luglio – Abbabula – Sassari (IT)
  • 25 luglio – Piccolo Parco Urbano – Bagheria (IT)
  • 29 luglio – Small Roman Theatre – Pula (HR)
  • 31 luglio – MMF – Divčibare (RS)
  • 7 agosto – Summer Well – Buftea (RO)
  • 9 agosto – OFF Festival – Katowice (PL)
  • 14 agosto – Way Out West – Göteborg (SE)
  • 15 agosto – Flow Festival – Helsinki (FI)
  • 21 agosto – Lowlands – Biddinghuizen (NL)
  • 22 agosto – Pukkelpop – Hasselt (BE)
  • 19 settembre – Roundhouse – Londra (UK)
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