Verosimile non è uguale a nessuno
Classe 2000, la cantautrice marchigiana è la nuova protagonista di GENb
Verosimile, foto di Dalila Slimani
GENb è il format editoriale di Billboard Italia pensato per dare agli artisti emergenti più interessanti lo spazio che meritano, attraverso una serie di cover digitali che raccontano a tutto tondo le next big thing della scena, selezionate direttamente dalla redazione. Nel 2026 AW LAB, adidas e GENb uniscono le forze per accompagnare nel loro percorso i nuovi talenti più promettenti. Un’alleanza naturale, che nasce da un linguaggio condiviso fatto di musica, cultura urbana e stile contemporaneo. La nuova protagonista è Verosimile.

Creative direction & production: Thala Belloni
Ass. produzione: Melissa Festa
Styling: Federica Belalba
Ass. stylist: Giulia Polo
MUA: Marzia Infantino
Nonostante il suo nome d’arte, Veronica – nata 26 anni fa a Sant’Elpidio a Mare, un posto che, nonostante il nome, non ha il mare – non si è mai sentita simile agli altri. Non lo era da bambina, quando ha stretto un rapporto complicato con il suo corpo; non lo era da adolescente, quando ascoltando il primo disco che ha comprato, Turbe Giovanili di Fabri Fibra, ha trovato un alieno che raccontava quella perenne sensazione di sentirsi fuori posto e distante. Non lo era quando la distanza l’ha scelta per davvero, lasciando quel piccolo borgo medievale per trasferirsi in Inghilterra.
E proprio nel distacco e nella lontananza, Veronica ha scoperto che la musica poteva essere la sua terapia – quel luogo in cui parlare di paure, disagi e sogni – ed è diventata Verosimile. Dapprima in silenzio, scrivendo canzoni nella sua stanza di nascosto dagli amici e chiunque la conoscesse, poi svelandosi, provando quel sollievo che solo liberarti da un segreto così importante può darti. Lo stesso che sente da quando ha iniziato a dare sfogo in modo viscerale e intenso alle sue emozioni e alle sue esperienze, sia in studio che sul palco, dove su suoni magnetici e labirintici che mescolano pop ed elettronica, si abbandona completamente a se stessa e il momento in cui, almeno per un attimo, quel sentire così tanto non è mai troppo ed essere vista non è più un qualcosa da cui fuggire, ma una connessione profonda da tenere stretta.
L’intervista a Verosimile
Com’è stata l’infanzia di Veronica?
Molto libera. Sono nata a Sant’Elpidio a Mare, nelle Marche, un paesino minuscolo dove, paradossalmente, il mare non c’è. Sono cresciuta in campagna, in un borgo medievale di circa 15mila abitanti, quindi in un contesto molto ristretto e decisamente provinciale. Era uno di quei posti dove, fino alle medie, andavamo tutti in giro in bicicletta. Allo stesso tempo, però, sono cresciuta sentendomi diversa dai miei coetanei. In parte per un fattore fisico: ho sempre avuto un rapporto complicato con il mio corpo e con il peso, e intorno a me non c’era nessuno che stesse vivendo un’esperienza simile alla mia. Per questo mi sono spesso sentita diversa dai miei compagni. Probabilmente è stato anche uno dei motivi che mi ha spinta a voler lasciare quel contesto il prima possibile.
E qual è stata la meta?
In quarta superiore sono andata per sei mesi in Inghilterra. Credo che proprio questa sensazione di non appartenenza sia stata ciò che mi ha spinto a cercare un senso di appartenenza altrove. Probabilmente è la stessa cosa che, più avanti, mi ha portato a scrivere. In realtà, prima di arrivare alla musica, mi sono avvicinata a tante altre forme creative. Sono cresciuta con poca autostima e con una grande paura di espormi, quindi all’inizio ho scelto forme espressive più filtrate, come la scrittura, che mi permettevano di raccontarmi senza sentirmi troppo esposta.
In cosa andare in Inghilterra ti ha aiutata di più?
Partire è stata la spinta che mi ha portato a iniziare a fare musica, anche se all’inizio lo facevo un po’ di nascosto. La musica mi ha sempre aiutata e, crescendo in un paesino così piccolo, ascoltarla mi faceva capire che fuori da quel contesto ristretto esistevano altre esperienze, altre realtà. A quel punto ho provato anche io, ma sempre chiusa nella mia cameretta, senza dirlo a nessuno. Andare in Inghilterra, in quel momento della mia vita, mi ha dato il distacco giusto. Mi sono detta: “Qui non mi conosce nessuno”, e questo mi ha dato il coraggio di espormi. È stato lì che ho iniziato a pubblicare i miei primi video su YouTube, facendo cover, e a caricare qualche brano su SoundCloud. Credo che siano ancora online… dovrei andare a cancellarli.

Come mai non volevi dirlo a nessuno?
Onestamente non so perché, ma quello che mi ha fatto pensare che forse tutto questo potesse avere un senso è stato il riscontro di persone che non conoscevo. Erano perfetti sconosciuti a dirmi: “Guarda che qui c’è qualcosa” e a farmi credere davvero in quello che stavo facendo. A pensarci oggi, sono stati proprio gli altri a fare da ponte. Senza quello sguardo esterno, probabilmente non mi sarei mai esposta fino in fondo.
Ma una parte di te voleva che gli altri sapessero?
Inconsciamente sì, infatti quando i miei amici lo hanno scoperto per me è stato un sollievo. Da una parte avevo paura, però allo stesso tempo sentivo il bisogno di farlo. Se non fosse scattato qualcosa dentro di me, probabilmente non avrei mai iniziato a pubblicare. Ho sempre avuto la necessità di dare una forma più tridimensionale alle cose che sentivo. Infatti non ho mai scritto in modo troppo autobiografico o come semplice cronaca della mia vita: ho sempre avuto bisogno di creare immagini, mondi, atmosfere in cui riuscire a esprimere sensazioni che magari non riuscivo a raccontare direttamente.
È stato terapeutico?
Sì, molto. Anche perché, in fondo, la musica lo aveva sempre fatto per me. Penso al primo disco che ho comprato, Turbe Giovanili di Fabri Fibra. Quell’album per me è stato importantissimo, mi ha fatto pensare: “Questo disagio che sento io, in qualche modo lo sentono anche tante altre persone”. Fabri descriveva una sensazione di distanza dagli altri, quella percezione di sentirsi un po’ fuori posto. In qualche modo era un alieno, e proprio per questo riusciva a raccontare qualcosa in cui mi riconoscevo.

Il brano con cui ti ho conosciuta è stato Tetrapak, e mi ha colpito molto la tua intensità nel raccontare certe esperienze.
Ci sono delle cose che provo, che sento e che vivo che non è sempre facile descrivere semplicemente a parole. Per esempio, quando ero più giovane ho avuto dei problemi con il cibo, e raccontare un’esperienza del genere dicendo soltanto “mi è successo questo, questo e questo” non è mai stato sufficiente per me. Ho sempre sentito il bisogno di creare un modo più immersivo per raccontare certe sensazioni. Per questo, per me, era molto più potente un’immagine come: “Io adesso mi sdraio qui e aspetto che il tempo mi decomponga, perché non riesco più a sopportare il peso del mio corpo”.
È sempre stato fondamentale per me riuscire a trasmettere qualcosa attraverso immagini che andassero oltre le parole. Ed è anche il motivo per cui ho studiato cinema. La mia tesi di laurea, infatti, era sul cinema tattile, sul concetto di immagini immersive: l’idea che un’immagine possa evocare anche sensazioni fisiche, come il gusto, il tatto o altre percezioni. Ed è un po’ quello che cerco di fare anche nella musica: creare immagini che riescano a raccontare più di quanto potrebbero fare semplicemente le parole.

Mi racconti com’è nato?
Tutti i miei pezzi nascono con me stesa da qualche parte. Di solito parto facendo freestyle, cercando di seguire i pensieri e buttando fuori parole che, piano piano, iniziano a prendere forma attraverso il suono. Tetrapak è uscito quasi come un’esigenza: in quel momento sentivo fortissimo qualcosa dentro e avevo bisogno di trovare un modo per spiegare come mi stavo sentendo, di dare forma a un disagio. Nella mia vita ho attraversato tantissime forme fisiche, ho avuto problemi alimentari di diverso tipo che mi hanno portata, in qualche modo, a vivere tutto lo spettro di queste esperienze. Allo stesso tempo, però, questo disagio non è mai davvero passato. È rimasto lì, cambiando magari forma, ma continuando ad accompagnarmi.
Che sensazioni hai provato scrivendolo?
Per me è stato tutto molto catartico. Avere la possibilità di dare una forma a certe sensazioni è stato fondamentale, perché io immagino tutti i miei pezzi come delle stanze in cui posso tornare. Quando li riascolto, ma anche quando li riscrivo, cerco proprio di creare uno spazio, un luogo preciso. Tetrapak, per esempio, io lo vedo: vedo la stanza in cui è nata quella sensazione, riesco quasi a tornarci dentro. Non sono mai immagini completamente inventate: sono sempre legate alla realtà, a qualcosa che ho vissuto o percepito, però hanno anche una componente quasi surreale, un confine sottile con l’immaginazione. Come l’immagine della decomposizione, per esempio. Sicuramente questo processo mi ha aiutata, e continua ad aiutarmi ancora oggi.
Infatti la tematica di cui parli non è così immediata...
Mi rendo conto che magari una persona che non ha avuto un rapporto particolare con il proprio corpo o con il cibo potrebbe non cogliere immediatamente questo aspetto perché non è una canzone particolarmente diretta. Però ho incontrato persone che hanno vissuto difficoltà o problemi alimentari e che si sono riconosciute molto in questo pezzo. Ci ho anche parlato, e per me è stato bello vedere che qualcuno riuscisse a ritrovare nelle mie parole una sensazione, quel peso che sentivo anch’io.

Le tue esibizioni sono molto fisiche, viscerali: che momento è per te quello della performance?
Uno dei pochi in cui posso scendere completamente dentro quello che sento, senza avere la sensazione che qualcuno possa dirmi: “Sei troppo pesante”. È un momento in cui posso esprimere quell’intensità che magari, nei normali contesti sociali, non sempre riesci a mostrare. Quando mi esibisco cerco proprio di canalizzare le mie emozioni. Sono una persona che sente tanto, forse a volte anche troppo. Nella vita di tutti i giorni, però, non sempre hai la possibilità di fermarti davvero e vivere fino in fondo un’emozione, di darle uno spazio preciso, come invece può succedere attraverso una canzone. Cerco quindi di entrare il più possibile in quello che sto raccontando, di andare in profondità. È quasi come un percorso terapeutico: provo a calarmi dentro quella sensazione, ad attaccarmi a quel nucleo emotivo e a viverlo davvero.
Ed è proprio questo il bello della performance: è quel punto di connessione tra qualcosa che hai dentro, nel profondo, e le persone che hai davanti. Il mio pensiero è sempre: se non riesco a sentirlo io, come possono sentirlo gli altri? È quello che desidero di più. Forse anche perché, soprattutto nella prima parte della mia vita, ho fatto fatica a sentirmi vista e accettata. Crescendo ho imparato tante cose, però quella sensazione di sentirsi diversa è rimasta una parte importante del mio percorso. E poi arriva quel momento in cui sali sul palco, riesci a immergerti completamente in quello che stai facendo e le persone ti vedono davvero. È difficile da spiegare, ma per me è qualcosa di profondamente importante.
Come si concilia la difficoltà ad accettare il proprio corpo e la propria immagine con l’esporsi così tanto come durante una performance?
È una cosa molto difficile, ma forse, in parte, lo faccio anche per quella bambina che aveva paura, che si vergognava. È sicuramente una cosa su cui sto ancora lavorando, però credo che sia una delle cose più terapeutiche che possa fare. E più mi sono esposta, più ho capito che proprio in quella connessione con gli altri riesco a ritrovare qualcosa che mi è mancato per tanto tempo. È come se attraverso la musica e la performance riuscissi a ricostruire quel senso di appartenenza e di connessione che avevo sempre cercato.
E poi c’è anche un altro aspetto: mi piacerebbe che, come obiettivo più grande, questa cosa potesse arrivare a persone che magari si sono sentite come me. Persone che magari guardandomi pensano: “Non sei la classica cantante perfetta, quella che rientra in un certo immaginario”, e proprio per questo possano dire: “Allora possiamo farlo anche noi”.
Cosa rappresenta la chiave gigante nella copertina di Piano Terra?
Mi piace molto l’idea di giocare con l’iperbole, con qualcosa di esagerato e gigantesco. Anche perché questa immagine del palazzo mentale nasce proprio da una cosa molto personale. Ogni volta che provo panico o mi trovo ad affrontare situazioni difficili, ho imparato a crearmi un posto in cui rifugiarmi. È un luogo che riesco quasi a visualizzare fisicamente: immagino di scendere delle scale e di entrare in questo palazzo, uno spazio in cui non può succedermi niente e dove, in qualche modo, ho il controllo. La chiave di questo palazzo doveva quindi essere qualcosa di altrettanto esagerato: un oggetto enorme, sproporzionato rispetto a me, che invece sono piccola piccola davanti a questa struttura gigantesca.
Una delle cose che mi sono sentita dire più spesso è sempre stata: “Sei super intensa, vivi tutto in modo amplificato”. Per molto tempo ho visto questa caratteristica come un difetto. Ora sto cercando di trasformarla in qualcosa che semplicemente mi appartiene.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla fine dell’anno?
Stiamo costruendo un album che, idealmente, parte dal piano terra ma poi scende sempre più in profondità. Ci stiamo addentrando nel sottosuolo. È ancora in costruzione, però sicuramente voglio che sia una storia. È ancora un disco molto malleabile, e vorrei che nascesse il più possibile in modo organico, rimanendo fedele al mio modo di lavorare: seguire le cose che arrivano, le sensazioni, la creatività del momento. Per me è importante avere la libertà di creare qualcosa di fresco, ma “fresco” inteso non come qualcosa di leggero o superficiale: più come una ferita aperta, qualcosa di vero e autentico. Quindi sì, il taglio è stato fatto, la direzione è chiara, ma il disco si sta ancora costruendo passo dopo passo.

