Mattia: «Vorrei che la mia musica andasse oltre il tempo»
Il cantautore bresciano classe 1992 si racconta senza filtri tra fragilità a speranze per il futuro, alla luce dell’uscita del nuovo singolo “Occhi Laser sulla Notte”
Cosa significa “vincere” al giorno d’oggi? In un mondo devastato dai conflitti, questa parola assume una connotazione – per l’appunto – bellica. Mattia decide di ribaltare il significato del termine e propone una rilettura diversa nel suo nuovo singolo uscito il 21 agosto, dal titolo Occhi Laser sulla Notte. La stessa citazione di Giulio Cesare risalente alla vittoria di Zela del 47 a.C. (“veni, vidi, vici”) viene usata come una sorta di mantra all’interno del brano. Una frase tipica da trionfo militare diventa un’affermazione carica di pace e dove l’amore è un sentimento salvifico. Così l’artista bresciano classe ‘92 cerca di trovare un senso in un presente (e in un futuro) che sembra segnato da ansia, timori e disorientamento.
Occhi Laser sulla Notte è un nuovo biglietto da visita per il cantautore, che cerca di spostarsi dalla zona dell’urban per abbracciare la dimensione più dance che anticipa il nuovo progetto Il Paradosso è un Dress Code. Un modo di cercare ancora la luce in un mondo fatto anche di tenebre. La domanda resta: cosa significa “vincere”? Il quesito viene portato anche sul piano personale. Da anni Mattia si impegna concretamente nel sociale pubblicando libri contro il pregiudizio sui disturbi mentali, conduce attività con il Centro Nazionale Contro il Bullismo e sostiene come testimonial la onlus To Get There di Massimo Leonardelli e Piero Piazzi a favore del futuro dei bambini. Insomma, forse è vero che la risposta è dentro noi stessi. E se è altrettanto vero che alla fine amor vincit omnia, probabilmente la vera vittoria è già tutta qui.
L’intervista a Mattia
Quasi paradossale usare una frase dal tono militare come “veni, vidi, vici” come “arma” per la pace nel tuo singolo Occhi Laser sulla Notte. Spiegaci meglio.
La storia è sempre stata la mia materia preferita, fin dai tempi della scuola. Quelle parole mi sono rimaste in testa per anni: hanno una forza incredibile, però appartengono a un immaginario di conquista, di vittoria, quasi di dominio. Io volevo prenderle e portarle da un’altra parte. Sono sempre stato anticonvenzionale, provocatorio, controcorrente. Credo sia anche una parte della mia firma. In questo brano, “veni, vidi, vici” diventa quasi un mantra per attraversare il buio. La notte, per me, è il mondo che stiamo vivendo: un mondo spesso confuso, pesante, pieno di cose che fanno paura.
L’occhio laser è l’opposto: è una luce, è l’amore che riesce ancora a vedere una strada. Mi piaceva l’idea di questo occhio che si alza sopra di noi, quasi come una mirror ball, e illumina tutto. Non a caso per il video e per l’artwork ho scelto come musa la mia fidanzata. Il brano esce proprio nel giorno della mia proposta di matrimonio, quindi per me il significato è ancora più forte. L’amore, alla fine, è la mia risposta. Vince nelle battaglie personali e dovrebbe vincere anche in quelle più grandi, quelle che riguardano tutti.
Il tuo sound è variegato in questo singolo: passi dall’urban pop a un approccio più dance. Quali sono le tue influenze musicali?
Per me questo singolo è un nuovo inizio. L’urban è arrivato nel mio percorso grazie a produttori importanti, come Reizon, che hanno creduto in me e mi hanno aiutato a trovare una direzione. Però la mia anima, da sempre, è dance.
Sono cresciuto a pane e Confessions on a Dance Floor di Madonna. Quel disco per me è stato fondamentale: il suono, l’immaginario, il modo di usare la dance non solo per il ritmo, ma per il senso di appartenenza, come identità.
Il dancefloor è sempre stato una casa, un posto dove puoi lasciarti andare, essere più libero, sentirti parte di qualcosa. Con Occhi Laser sulla Notte avevo bisogno di tornare a quella parte più istintiva e più mia. In Italia mi piacerebbe tantissimo lavorare con Dardust. Credo abbia creato dei veri capolavori e abbia un modo molto personale di unire elettronica, pop e visione.
Purtroppo oggi di conflitti ne stiamo vivendo tanti. Pur non citando i conflitti, parli dell’aria che si respira. Tu come vivi queste ansie e questi timori verso il futuro?
Per anni mi sono sentito in balia di un’onda in arrivo, come se io fossi un castello di sabbia. È una sensazione che conosco bene: guardi quello che succede nel mondo e ti sembra tutto enorme, più grande di te. La fede mi ha aiutato molto. Mi ha aiutato a non restare schiacciato dalla paura, a provare a dare un senso alle cose, anche quando un senso sembra impossibile da trovare.
Mi ha dato pace, soprattutto nei momenti in cui vedevo il futuro in modo confuso. Poi è chiaro, le domande restano. Non vivo fuori dal mondo e non faccio finta che non ci siano problemi. Però cerco di non farmi guidare solo dall’ansia. La musica mi aiuta anche in questo: a prendere qualcosa che mi pesa e a trasformarlo in una forma, in una canzone.
Nel testo dici anche “non vedo il mio futuro chiaro”: è così?
Sì, per tanto tempo non ho visto il mio futuro chiaro. Non sapevo bene che forma dargli, che direzione avesse. Poi l’amore ha cambiato tante cose. Non nel senso che risolve tutto con uno schiocco di dita, però ti dà un centro. Oggi, quando penso al futuro, penso alla costruzione di una famiglia, penso a un amore che non resta solo privato, ma diventa anche un modo di guardare il mondo.
Mi piacerebbe vivere in una società in cui l’amore fosse più forte della paura, dei pregiudizi, delle divisioni. Una società in cui la diversità non venga vista come un problema, ma come qualcosa che può arricchire. Forse è una visione grande, però io ci credo.
Nella storia della musica viene subito in mente Imagine di John Lennon come inno di speranza e di pace. Cosa rappresenta per te quel brano iconico?
Imagine è un brano che mi accompagna da tanto. Quando facevo karaoke, agli inizi, era una delle canzoni che amavo cantare di più. Mi emozionava perché dice cose importantissime con una semplicità disarmante. È una canzone diretta, pulita, ma dentro ha un mondo. E soprattutto non invecchia. La ascolti oggi e continua ad avere senso, forse anche più di prima.
A me piacerebbe fare musica così: non necessariamente simile a Imagine, sarebbe impossibile, ma musica capace di restare nel tempo. Oltre il tempo. Canzoni che non siano legate solo a una moda, ma che possano parlare anche dopo, in un altro momento, a persone diverse.
Nella tua carriera, oltre alla musica, hai sempre trovato modi per dedicarti anche agli altri, cercando di abbattere pregiudizi e di impegnarti nella lotta contro il bullismo. Come si può fare oggi?
Le medie e i primi anni delle superiori per me sono stati devastanti. Ho vissuto situazioni che mi hanno segnato per anni, quindi quando parlo di bullismo non lo faccio per prendere una posizione comoda. È qualcosa che conosco molto bene. Credo che metterci la faccia sia importante. Quando racconti una cosa che hai vissuto davvero, puoi arrivare a qualcuno che magari sta passando la stessa cosa e si sente solo. Anche solo fargli capire “guarda che non sei tu quello sbagliato” può fare una differenza enorme.
Oggi bisogna parlarne di più, ma soprattutto bisogna far capire che certe parole e certi comportamenti lasciano conseguenze vere. Non sono scherzi, non sono cose da ragazzi, non passano sempre da sole. Io penso che la musica possa servire anche a questo, a prendere una ferita e farla diventare qualcosa che magari aiuta qualcun altro.

