L’industria discografica sta pensando all’etichetta AI per i brani generati artificialmente: ma come funzionerà?
Lo scorso 10 luglio i principali stakeholder si sono riuniti per annunciare un nuovo sistema per identificare i brani generati interamente o parzialmente dall’intelligenza artificiale
Dall’uscita, nel maggio 2023, del brano di Ghostwriter noto come «Fake Drake», Heart On My Sleeve, l’industria si sta confrontando e interrogando su come gestire i contenuti generati dall’intelligenza artificiale sui servizi di streaming e le numerose opzioni di linee guida. Queste vanno dal porre un’etichetta sui i brani generati dall’AI come tali, al potenziamento del rilevamento delle frodi in streaming, fino alla demonetizzazione. Sam Duboff, global head of policy, music business di Spotify, aveva espresso dei dubbi a Billboard lo scorso anno, sostenendo che «è ancora presto per creare delle regole rigide» essendo la tecnologia ancora nelle sue fasi iniziali.
Eppure, secondo i dati forniti dal servizio di streaming francese Deezer, il flusso di brani interamente generati dall’IA consegnati ogni giorno alla piattaforma sta crescendo rapidamente. Martedì scorso (21 luglio) il dato era lapalissiano: fino al 50% di tutti i brani consegnati quotidianamente è interamente generato dall’IA. In più, secondo un recente studio di Luminate, il 42% degli intervistati è meno interessato ai brani quando scopre che nella creazione c’è l’intelligenza artificiale.
Dopo le richieste di etichette e distributori, da parte anche di Tidal e Apple Music, di un metodo e un sistema di trasparenza per identificare i contenuti AI, è arrivata una prima risposta all’appello. L’industria discografica ha annunciato il desiderio di creare un sistema che potrebbe essere implementato in modo uniforma su tutte le piattaforme. Quando si parla di industria si fa riferimento a Recorded Industry Association of America (RIAA), American Association of Independent Music (A2IM), Worldwide Independent Network (WIN), European Independent Music Companies Association (IMPALA), Recording Academy, SAG-AFTRA e Human Artistry Campaign.
La strada da percorrere, tuttavia, potrebbe richiedere ancora mesi per essere definita. Tre fonti hanno dichiarato a Billboard di avere preoccupazioni sul fatto che la proposta dell’etichetta «AI-assisted» possa essere un passo troppo spinto, dato che l’AI sta diventando una parte sempre più normale del processo creativo (se n’è parlato anche nel nuovo CCNL di SIAE) Quindi, come funzionerà il processo? Come etichettare i brani correttamente? E come si confronta tutto questo con precedenti storici nel mondo della musica, come l’adesivo parental advisory?
Quanta musica AI esiste?
Impossibile dire quanta musica AI esista oggi, ma i dati di Suno, Apple Music e Deezer possono aiutare a illustrare la portata attuale del fenomeno. Secondo un pitch deck per investitori di Suno di fine 2025, il colosso della musica AI genera 7 milioni di brani al giorno, l’equivalente dell’intero catalogo di Spotify ogni due settimane. Molti di questi brani, tuttavia, non escono dalla piattaforma. In una precedente intervista a Billboard, Schusser di Apple Music ha dichiarato che «più di un terzo» del materiale ricevuto mensilmente era costituito da registrazioni sonore generate al «100% dall’AI», e che l’azienda utilizza ora uno strumento di rilevamento interno per monitorare l’uso dell’IA. Deezer dichiara di registrare un numero più alto di brani AI. Fin da gennaio 2025, l’azienda è stata la più trasparente e pubblica riguardo ai propri dati sulla musica generata da intelligenza artificiale.
I conteggi di Deezer e Apple potrebbero comunque non riflettere pienamente il reale impatto della musica IA sulle piattaforme oggi. Entrambi conteggiano solo le registrazioni generate al 100% dall’IA, il che significa che non considerano nulla di ciò che è parzialmente realizzato da esseri umani. Manuel Moussallam, direttore della ricerca di Deezer, aveva dichiarato in precedenza a Billboard, nel giugno 2025, che i dati dell’azienda riguardo alla quantità di musica AI sulla piattaforma sono saliti così tanto anche a causa della crescente adozione di strumenti musicali basati sull’AI. Moussallam ha ulteriormente spiegato: «Parte di ciò che a gennaio [2025] identificavamo come generato dall’IA non ci convinceva del tutto, quindi siamo stati molto prudenti nei numeri che abbiamo riportato. Non volevamo falsi positivi».
Come funziona oggi il sistema di rilevamento nelle piattaforme di streaming?
Alcuni servizi di streaming hanno già creato proprie politiche per etichettare o segnalare i contenuti generati dall’IA. Il sistema di Tidal è quello più simile a quanto proposto dall’industria qualche settimana fa. La piattaforma afferma di etichettare i brani AI basandosi su una combinazione di identificazione, da parte di distributori ed etichette, della musica generata prima del caricamento sulla piattaforma, unita all’uso di rilevatori. In un primo momento, verranno etichettati solo i brani identificati come generati al 100% dall’AI, ma man mano che «i metodi di rilevamento diventeranno più affidabili», l’etichetta verrà «estesa» alla musica «sostanzialmente generata dall’AI» ha dichiarato l’azienda.
Anche Deezer mostra etichette visibili per i brani interamente generati dall’AI. La differenza tra il piano di Deezer e quanto proposto dall’industria è che il servizio francese si affida esclusivamente a un sistema proprietario di rilevamento per automatizzare l’etichettatura, invece di chiedere ad artisti ed etichette di dichiarare volontariamente l’uso. Inoltre, non prevede un’etichetta per i brani parzialmente generati, che invece fa parte della proposta della coalizione dell’industria.
Da aprile, anche Spotify dispone di un sistema di accrediti per l’AI che però non crea un’etichetta visibile sui brani. L’utente può vedere indicata l’intelligenza artificale solo visualizzando i crediti della canzone. Che si tratti solo della batteria, delle voci o di tutto, allo stesso modo di come vengono elencate le persone coinvolte. Il sistema di Spotify si basa sulla dichiarazione volontaria degli artisti. Di conseguenza «l’assenza di un credito non significa che l’AI non sia stata utilizzata» si legge su un post del servizio svedese.
Apple Music, invece, dispone di un sistema di crediti IA chiamato «Transparency Tags». La piattaforma lo definisce un «requisito di consegna» per etichette e distributori, che permette loro di accreditare l’uso dell’AI nelle seguenti categorie: registrazione sonora, composizione, artwork e video musicale. Anche in questo caso, essendo una scelta volontaria, non è detto che venga dichiarato l’utilizzo.
Chi sarebbe responsabile dell’aggiunta di queste etichette?
La proposta della coalizione parla di «etichettatura volontaria dei brani», il che significa che spetta ai creatori di musica dichiarare se hanno realizzato un brano interamente o parzialmente con l’aiuto dell’AI. Non si fa menzione dell’uso di strumenti di rilevamento e una fonte vicina alla questione riferisce a Billboard che permangono preoccupazioni circa i falsi positivi. Quest’ultimi potrebbero causare grossi grattacapi, non solo per i servizi di streaming ma anche per gli artisti erroneamente e inavvertitamente segnalati per uso dell’AI, i quali si troverebbero ad affrontare una battaglia in salita per dimostrare il contrario.
Non è chiaro se i servizi di streaming adotteranno questo sistema, dato che non hanno aderito all’annuncio insieme alla coalizione dell’industria. Poco dopo l’annuncio, tuttavia, la Digital Media Association (DIMA), che funge da organizzazione di categoria per i servizi di streaming musicale, ha segnalato un certo sostegno: «Stiamo seguendo da vicino l’annuncio di oggi e attendiamo con interesse di ricevere metadati AI più dettagliati e accurati, che rafforzeranno la nostra capacità di offrire ai fan la trasparenza che meritano».
Anche un portavoce di Deezer ha segnalato il proprio sostegno all’annuncio: «Siamo pronti a sostenere lo sviluppo di un quadro normativo a livello di settore. Ciò include considerazioni fondamentali sull’uso dei dati di addestramento per i modelli AI, garantendo che tutti i titolari dei diritti siano remunerati equamente». Se tutti gli attori riusciranno ad allinearsi sulla proposta, ci vorrà comunque probabilmente del tempo prima di vedere queste etichette comparire online. Non è inoltre chiaro come questo sistema si concilierebbe con le altre politiche che i servizi di streaming hanno già adottato. Le politiche precedenti verrebbero eliminate per implementare questa standardizzata? Le due politiche coesisterebbero?
Come distinguete i brani “AI-assisted” da quelli interamente generati?
La proposta dovrebbe prevedere due etichette distinte: un’icona «AI» in maiuscolo per i brani “AI-generated”, e un’icona «ai» in minuscolo per i brani “AI-assisted”. L’etichetta in maiuscolo è destinata ai contenuti che soddisfano i seguenti criteri specifici. «Performance vocale principale generata dall’AI, performance strumentale chiave generata dall’AI, oppure musica interamente generata da prompt AI», riporta l’annuncio. L’etichetta in minuscolo è destinata ai contenuti che utilizzano «l’IA generativa… per alcuni elementi espressivi. La voce principale e gli strumenti primari sono stati eseguiti da esseri umani».
La distinzione resta oggetto di forte dibattito nel music business. Come ha sottolineato Drew Thurlow, ex dirigente discografico e attuale ricercatore nel campo dell’AI, il termine “AI-assisted” è «quasi impossibile da definire». Considerato il numero di produttori, autori, tecnici del suono e mixer coinvolti nel moderno processo di registrazione, quasi ogni brano pubblicato oggi commercialmente potrebbe contenere un elemento di intelligenza artificiale. L’artista o l’etichetta potrebbero pure non esserne a conoscenza.
Il sistema, quindi, richiederebbe una trasparenza completa lungo l’intera filiera di scrittura e registrazione, un processo che sarebbe erculeo e probabilmente irrealizzabile nella pratica. La proposta della coalizione non affronta direttamente questo problema. Il dibattito tratterà il tema qualora la proposta passasse.
Cosa cambia rispetto all’etichetta “Parental Advisory” introdotta negli anni ’80?
La proposta odierna di etichettatura AI, come il movimento Parental Advisory di 40 anni fa comporterebbe, per alcuni brani, l’apposizione di etichette di avvertimento ancora prima di premere play. Sul pratico cambia poco. La differenza sta nel sentimento generato e nell’accezione dell’etichetta. Questo è dimostrato dal fatto che oggi la proposta di etichettatura AI non sembra essere altrettanto contestata come quella dei contenuti espliciti a suo tempo.
L’etichetta di avvertimento «Parental Advisory: Explicit Content/Lyrics» fu introdotta nel 1985. Fu promossa da un gruppo di genitori e insegnanti preoccupati per le numerose forme di contenuto inappropriato presenti nei brani dell’epoca. L’idea fu fortemente contestata. Artisti come John Denver, Frank Zappa e Dee Snyder si opposero alla proposta durante un’audizione al Senato. Mike Love dei Beach Boys fornì invece supporto finanziario per favorirne l’adozione. Alla fine, le etichette Parental Advisory ebbero la meglio. Grazie a un accordo con la RIAA, furono aggiunte agli album a partire da novembre 1985.
Ad esempio, nessun grande artista si è ancora espresso contro di essa. D’altronde, il Parental Advisory fu ideato per avvertire i genitori, mentre i brani generati dall’AI non rappresentano una “minaccia” per gli ascoltatori più giovani. Certo, può risultare fastidioso sapere che una persona ha usato intelligenza artificiale per creare un brano, ma non è qualcosa che potrebbe danneggiare i consumatori.
In più l’adozione delle etichette per i contenuti espliciti era un requisito imposto dai rivenditori in cambio della distribuzione. In parole semplici, era la condicio sine qua non per poter vendere il proprio disco e quindi anche un tacito invito a conformarsi. Nel caso dell’AI non esiste un incentivo simile per artisti ed etichette. Si tratterebbe di un sistema basato sull’onore e la reputazione.

