Bad Bunny è l’unico Benito che vogliamo rivedere in Italia
In un momento storico dominato da un certo tipo di politica che ha reso le divisioni sociali, culturali e etniche sempre più nette, ciò che nelle due ore e mezza di show la star portoricana crea è un senso di unione assoluto
Bad Bunny in concerto a Milano, foto di Maria Laura Arturi per Billboard Italia
«Stasera siamo tutti portoricani», urla Bad Bunny dal tetto della ormai famosissima casita prima di tornare sul palco principale per il gran finale della prima serata a Milano del suo Debí tirar más fotos World Tour. E a giudicare da come le 80mila persone accorse all’Ippodromo La Maura hanno accolto Benito, la sua band – gli eccezionali Los Sobrinos – e le sue hit non si può che dargli ragione. In un momento storico dominato da un certo tipo di politica che ha reso le divisioni sociali, culturali e etniche sempre più nette, ciò che nelle due ore e mezza di show Bad Bunny crea è un senso di unione assoluto.
Lo aveva fatto durante l’Halftime Show del Super Bowl – il primo spettacolo interamente in spagnolo, sfondando le porte della roccaforte simbolo più di ogni altra cosa della megalomania nordamericana (e facendo decisamente incazzare Trump) -, riunendo non solo le comunità latine di tutto il mondo sotto un’unica bandiera, ma portando la musica latin – spesso bistrattata – così tanto in alto e così tanto fuori dai confini che – come dice fieramente in El Apagón – “Ahora todos quieren ser latino'”, e ora lo fa con un tour che tocca ogni angolo del mondo polverizzando biglietti e colmando un bisogno naturale: quello di appartenere a qualcosa di più grande. Ma anche di sentirsi parte di una cultura che ora è più cool che mai (e si sa, nessuno è esente dal volersi sentire tale).
Bad Bunny a Milano: non solo un concerto, ma una grande festa che conferma la centralità della musica latina nel mercato globale
Quello di Bad Bunny a Milano, infatti, non è stato solo un concerto memorabile di quello che è l’artista più influente del momento per la luce che ha acceso sulle istanze di Porto Rico e il suo popolo, ma una grande festa a cui nessuno voleva mancare. «Non ho mai suonato davanti a così tante persone», dice Benito ammirando la marea umana che si para davanti ai suoi occhi, aggiungendo che l’ultima volta che si era esibito a Milano, nel 2019, non c’era così tanta gente. Un dato, questo, che non certifica solo la popolarità che la superstar portoricana ha raggiunto negli ultimi anni, ma che conferma la centralità della musica latina nel mercato globale.

Sarà per i ritmi irresistibili, per l’immaginario codificato, o perché, in un mondo sempre più connesso ma allo stesso tempo sempre più frammentato e distaccato, c’è ancora bisogno di sentire un legame più profondo e di musica che rievochi queste sensazioni. Come ci raccontavano i Chuwi – che ieri sera hanno aperto il concerto di con un set potentissimo e intriso di amore, nostalgia e speranza per la propria terra, – «se chi ascolta la nostra musica esce con la voglia di approfondire le proprie origini, di conoscere meglio la cultura da cui proviene e gli insegnamenti che ha ricevuto, per noi sarebbe qualcosa di straordinario». E niente probabilmente oggi assolve questo compito meglio della musica latina, così tanto ancorata alle radici e in cui persiste una fortissima componente di identità.
Un caleidoscopio di nazionalità riunite sotto lo stesso palco
Per questo tra i momenti che più rimangono impressi del lungo spettacolo – due ore e mezza suddivise in tre blocchi, il primo e l’ultimo sul main stage dedicati principalmente al presente e a Debí tirar más fotos, e quello centrale (che si svolge nella casita, posta al centro dell’Ippodromo che sottolinea purtroppo come lo show sia stato evidentemente pensato per gli stadi e non per un luogo senza visuale a 360 gradi), incentrato sul passato di Bad Bunny, con hit che vanno da Tití Me Preguntó a Bichiyal e Yo perreo sola – c’è quello in cui la regia si sofferma sul pubblico che alza fiero la propria bandiera di provenienza.
Sottolineando il caleidoscopio di culture e nazionalità che in quel momento sono riunite sotto lo stesso palco per godere di quelle che Benito definisce le uniche cose che contano nella vita: cantare, ballare e amare (e perreare, ma questa è un’altra storia).

E l’amore del suo pubblico Bad Bunny lo prende tutto, anche a costo di rompere per qualche minuto di troppo il ritmo della serata. Non lesina in brindisi con la band e i Los Vecinos – il pubblico pagante che è la vera scenografia di un palco senza orpelli -, e si concede agli abbracci e alle strette di mano dei fan che si trovano nelle prime file che costeggiano la casita sperando di poter essere scelti per entrarci, diventando così parte stessa della narrazione di uno show che non ha bisogno di colpi di scena per lasciare a bocca aperta.
Bad Bunny a Milano: sentirsi a casa sempre e comunque
Insomma, in un’epoca in cui i confini sembrano contare più dei ponti, Bad Bunny fa l’esatto contrario: li oltrepassa per costruire uno spazio in cui tutti possono sentirsi a casa, che sia qui o a migliaia di chilometri di distanza. E forse, mentre le note di DtMF risuonano ricordandoci di dare quell’abbraccio finché si può, la sensazione è che il segreto del successo globale di quell’uomo che fino a 10 anni fa – prima di riempire gli stadi di tutto il mondo – riempiva buste in un supermercato – sia proprio questo, oltre i numeri e i record. Per una sera Milano è stata davvero un po’ Porto Rico, e 80mila persone hanno cantato nella stessa lingua, anche senza parlarla. Se c’è un Benito che l’Italia non vede l’ora di riabbracciare, è decisamente lui.

