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Dietro l’immagine di “Santeria” di Guè e Marracash, dieci anni dopo

Dalle reference alla ricerca, dai fitting al palco: abbiamo incontrato Marco Zappia, Mario Andriolo e Irma Papini per conoscere il lavoro intorno ai look di Guè e Marracash per il decimo anniversario del disco

  • Il14 Settembre 2026
Dietro l’immagine di “Santeria” di Guè e Marracash, dieci anni dopo

Guè e Marracash all'Ippodromo SNAI San Siro, foto di Ray Francisco

Dieci anni dopo l’uscita di Santeria, riportare Guè e Marracash insieme sul palco significa confrontarsi anche con l’immagine costruita intorno a quel disco. Nel 2016 i due arrivavano al progetto con identità già molto definite, ma Santeria ne aveva prodotta anche una terza, condivisa. Un immaginario immediatamente riconoscibile, rimasto tale anche mentre intorno cambiavano il rap italiano, la moda e il pubblico che li seguiva.

Per le due date all’Ippodromo SNAI San Siro dedicate al decimo anniversario, però, riconoscere Santeria non significa semplicemente tornare al 2016. Guè e Marracash sono cambiati, così come le loro immagini individuali. Si tratta piuttosto di capire come farli tornare a esistere insieme dentro quel mondo senza trasformare l’anniversario in una ricostruzione nostalgica e senza perdere ciò che, nel frattempo, ciascuno dei due è diventato.

È dentro questo processo che incontro Marco Zappia, Mario Andriolo e Irma Papini. Tre persone coinvolte nel progetto da posizioni differenti. Il termine più immediato per definire il ruolo di Marco è consulente d’immagine, anche se lui stesso lo considera parziale. Chi gli sta intorno, racconta, sa che negli anni il suo lavoro si è costruito direttamente sulle esigenze di Guè, fino a comprendere aspetti che vanno oltre la definizione stessa.

È qualcosa che ritorna anche nelle parole di Irma quando parla del proprio rapporto con Marracash. «Sono un po’ un’estensione, un altro braccio dell’artista». Mario si muove invece tra consulenza, ricerca di prodotto e una rete di relazioni costruita negli anni con brand, aziende, collezionisti e archivi. Per i concerti del decimo anniversario di Santeria, i loro percorsi finiscono nello stesso backstage, insieme a quelli delle molte altre figure coinvolte nello show. Nel caso di Marco, tutto nasce prima di qualsiasi definizione professionale. Conosce Guè da più di dieci anni e il rapporto prende forma in maniera spontanea, a partire da una conoscenza reciproca che con il tempo si trasforma in fiducia e dà progressivamente forma anche al suo ruolo.

Marco lavorava già nel lusso, Guè era un amico: consigliargli un capo, un brand o qualcosa da comprare faceva già parte del loro rapporto. Negli anni quella dinamica si è strutturata insieme all’artista e oggi arriva anche alla gestione del suo guardaroba personale. Riorganizzare, selezionare, aggiungere e conservare all’interno di una quantità enorme di vestiti, costruendo insieme un archivio costantemente aggiornato e curato nei dettagli. «Penso di conoscere i gusti di Guè meglio di quelli miei personali», dice.

Irma conosce Marracash — e Guè — dal 2008. Anche per lei il rapporto personale viene prima di quello professionale. «Tecnicamente ad oggi sono una consulente, mi occupo a 360 gradi di gestire e coordinare tutta l’immagine». E quel “360 gradi” è piuttosto letterale. Può voler dire discutere un abito, ma anche un taglio di capelli, un baffo, le immagini prodotte o il modo in cui verranno restituite all’esterno. Il suo percorso attraversa moda, casting, showroom, archivio e ricerca, insieme a una conoscenza diretta della cultura rap e hip hop. In questo modo, conoscere entrambi i linguaggi le permette di tradurre ciò che l’artista ha in mente alle diverse persone che entrano in un progetto.

Mario arriva da un’altra direzione. Il suo percorso nasce dalla sneaker culture e dal collezionismo, negli anni in cui le sneaker diventano progressivamente uno dei punti d’incontro tra musica, moda e cultura del prodotto. Da lì la ricerca si estende al vintage, agli accessori, agli orologi e soprattutto alle persone. Stati Uniti, Giappone ed Europa significano prodotto, ma anche negozi, collezionisti e rapporti costruiti nel tempo. Oggi una parte del suo lavoro sta proprio lì: sapere chi chiamare. Lui stesso parla di consulenza, ma anche di essere un «tramite» tra mondi differenti.

Sul palco, però, tutta questa conoscenza deve diventare una scelta. Per Santeria i cambi sono tre e ciascuno accompagna un momento diverso dello show: non basta che Guè e Marracash funzionino uno accanto all’altro, devono funzionare dentro quello che stanno portando sul palco. «Devono matchare i pezzi», sintetizza Marco.

C’è poi un’altra difficoltà: «Ognuno ha la sua identità, ognuno resta sé stesso». Santeria continua a esistere nell’immaginario collettivo proprio perché Guè e Marracash funzionano ancora perfettamente insieme, ma questo non cancella le loro traiettorie individuali. In dieci anni entrambi hanno consolidato un’immagine propria e persino i pubblici che li seguono singolarmente non coincidono necessariamente in tutto. Santeria rimane il luogo in cui quelle differenze riescono, ancora dopo dieci anni, a incontrarsi.

Anche visivamente non si tratta quindi di costruire un’uniforme comune. Il dialogo può passare dal colore, dalle proporzioni, dai materiali o dal livello di formalità: i due devono appartenere allo stesso momento dello show senza smettere di essere Guè e Marracash.

Il primo dei tre outfit nasce da un’idea di Marracash ed è sviluppato con Scuderia Ferrari: un completo custom interamente blu per una data e rosso per l’altra. La reference arriva dal video di Feel So Good di Mase con Puff Daddy, uscito nel 1997. L’immagine viene raccolta insieme ad altri riferimenti in un PDF e passa attraverso le persone coinvolte nel progetto fino ad arrivare al team Ferrari, che realizza i capi. Un fotogramma di quasi trent’anni prima viene così tradotto su due artisti diversi, nel 2026 e dentro un contesto completamente nuovo.

Il secondo momento è più libero e street. Entrano Gallery Dept., Supreme, Adidas, Timberland e T-shirt West Coast Choppers originali degli anni Novanta provenienti da Dead Boys Vintage. Per le due date Guè e Marracash scelgono inoltre due collane di Rodrigo Risivi, una per ciascuno, aggiunte appositamente per l’anniversario.

Alcuni marchi appartengono invece già al loro vocabolario personale. Guè indossa, tra gli altri pezzi, una giacca Stone Island x New Balance: «È fan di Stone dal giorno zero e lo mette tantissimo», racconta Marco. Un rapporto che negli anni è entrato anche nella musica, con il marchio citato più volte nei suoi testi.

In generale, nessuna selezione può essere considerata definitiva prima di essere provata. «Bisogna sempre vedere come fittano, se ci arrivano le taglie giuste, se i colori sono giusti, se gli piace», spiega Marco. Un capo può funzionare sulla carta e avere tutt’altra proporzione una volta indossato; conoscere molto bene chi si ha davanti permette di restringere le possibilità, non di saltare il fitting.

Anche le prove, infatti, devono fare i conti con tempi molto stretti. Quando gli chiedo come funzionino i fitting con Guè e Marracash per gli show del decennale di Santeria, Marco ride: «Sono le persone che hanno meno pazienza nel mondo, ma sempre estremamente disponibili». Le agende sono piene, il tempo a disposizione è poco e alcune dinamiche appartengono semplicemente alla confidenza tra loro. Entrambi, però, sanno molto bene cosa vogliono: si prova, si decide e, anche in tempi stretti, si arriva sempre al risultato.

Lo show si chiude invece con la sartoria di Maison Leoni, brand con cui Guè aveva già collaborato a Dubai. Dopo il cambio street, i completi portano entrambi verso un registro più elegante. «Qui siamo andati a incrociare tutti e due i mondi», racconta Irma.

La rete di Mario torna negli accessori. Per lo show lavora come tramite tra il progetto e Audemars Piguet, rendendo possibile una collaborazione che porta sul palco due Royal Oak Offshore in ceramica, uno nero e uno nella tonalità Bleu Nuit. Un orologio al polso può sembrare un dettaglio immediato; eppure, prima che arrivi lì, racconta, possono esserci settimane di conversazioni tra azienda, artista e persone come lui coinvolte nel progetto.

È la stessa logica che guida la ricerca di prodotto. Internet permette di sapere che qualcosa esiste, non necessariamente di averlo: bisogna sapere dove si trova, chi lo possiede, se è disponibile e se può arrivare quando serve. Un contatto nato durante un viaggio, un archivio conosciuto attraverso il collezionismo o una relazione costruita nel tempo possono così riemergere molto dopo il primo incontro.

Se per Mario la rete di relazioni rende possibile arrivare a un prodotto e portarlo dentro un progetto, nel racconto di Marco e Irma la fiducia riguarda soprattutto la conoscenza costruita con gli artisti. Non significa decidere al loro posto, ma sapere quanto spingersi con una proposta, quando insistere e quando riconoscere che qualcosa semplicemente non appartiene a loro. Irma può tradurre il linguaggio di Marracash a chi lavora intorno a lui; Marco riconosce una continuità tra quello che Guè indossa privatamente e ciò che può avere senso nella sua immagine pubblica.

La stessa parola torna però anche nel racconto di Mario: è la fiducia necessaria perché un collezionista risponda a una richiesta, perché un brand ascolti una proposta o perché un contatto sia disposto a muoversi velocemente quando le tempistiche si accorciano. In tutti e tre i casi il rapporto precede spesso il risultato visibile.

Seguendo il percorso dei tre cambi, iniziano così a comparire molte più cose di quelle che arrivano sul palco: gusti conosciuti da anni, reference recuperate da un video del 1997, contatti personali, fitting, aziende, archivi e decisioni prese anche sul momento. Il percorso di Marco, Irma e Mario permette di osservarne alcuni passaggi fondamentali, senza esaurire quello di tutte le persone coinvolte nella costruzione dello show.

Perché Guè e Marracash rimangono il punto di partenza e quello di arrivo: Santeria funziona ancora dieci anni dopo proprio perché insieme producono qualcosa che nessuno dei due replica singolarmente, ma quella terza identità continua a esistere soltanto finché non cancella le prime due.

Davanti al pubblico tutto il resto si comprime. Un riferimento diventa un completo, settimane di contatti diventano un orologio al polso, decine di possibilità diventano tre cambi. Mario, parlando del lavoro necessario prima di presentare una proposta a un artista, lo riassume in una frase: «All’artista deve arrivare semplice».

Quello che serve perché lo diventi, quasi mai lo è. È in questa distanza che lavorano figure come Marco, Irma e Mario.

Articolo di Giorgia Calia

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