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Eastenderz al Cocoricò: distinguersi per non estinguersi

Il marchio porta il suo sound internazionale nel celebre locale di Riccione: una notte nella Piramide tra house britannica, identità locale e nuova visione del club

  • Il21 Luglio 2026
Eastenderz al Cocoricò: distinguersi per non estinguersi

Quando un locale apre le porte a un marchio internazionale, l’esito più comune è la dissoluzione. La lineup arriva già confezionata altrove, l’identità del posto passa in secondo piano e per una notte il club diventa un contenitore intercambiabile. Potrebbe trovarsi a New York come in Patagonia. Cambia solo l’indirizzo sulla mappa. È il rischio che si corre ogni volta che una venue con una sua storia e una sua identità decide di ospitare un format itinerante. Quando Eastenderz ha portato il suo concept dentro la Piramide del Cocoricò lo scorso sabato, quel rischio esisteva – almeno nella mia testa – ma ha lasciato spazio a una sintesi sorprendentemente compiuta.

Prima di andare nel dettaglio, un po’ di contesto. Eastenderz è una delle realtà che negli ultimi anni hanno ridefinito il linguaggio della house contemporanea. Nato a Londra sotto la direzione artistica del dj e producer East End Dubs, il progetto è cresciuto dai primi sold out nei club simbolo della capitale britannica, come fabric e Studio 338, fino a diventare un marchio capace di riempire dancefloor in tutta Europa e oltre, con appuntamenti tra Barcellona, Amsterdam, Miami e Ibiza. Più di novanta pubblicazioni discografiche, un immaginario visivo definito dall’iconico logo del cervo, e una comunità costruita attorno a una precisa identità musicale — house robusta, bassline chunky e senza fronzoli — gli sono valsi nel 2024 il riconoscimento di Best Club Event ai DJ-Mag Awards.

La serata di Eastenderz al Cocoricò

Il piatto forte era il cartellone, curato da Eastenderz, del Main Stage del Cocco, quello della celeberrima Piramide. Si è partiti con il set dei Di Chiara Brothers, presenza fissa del marchio. Nonché orgoglio nostrano – nell’ennesima estate in cui guardiamo i Mondiali dal divano. Si è chiuso poi con il maître à penser del format, East End Dubs, che ha suonato fino a quando il sole era già alto sulle nostre teste. 

Un extended set in cui l’artista ha dispiegato l’intera grammatica del proprio sound. Dal marchio di fabbrica, quella house più british di una Steak and Ale Pie, a tracce capaci di richiamare il coro collettivo dei tiratardi in pista, fino ai classici per i palati più delicati. Tra questi Blackwater degli Octave One. Uno dei momenti in cui la sala ha smesso di essere semplicemente un posto dove ballare, per diventare un punto di convergenza tra generazioni diverse di pubblico.

L’aspetto più interessante però, è che la collaborazione con Eastenderz non ha coinciso con una completa esternalizzazione del club. La T-Room è rimasta, come sempre, sotto la direzione artistica interna del Cocoricò, con la sequenza dei set a cura di Ankkh, Sizing, Kaai e T78. Un modo per garantire continuità con la proposta hard techno che negli ultimi anni ha reso quella stanza un punto fermo per tanti frequentatori del club. È una scelta che vale più di un dettaglio di programmazione. Significa che il club non si “affitta” per intero. Accoglie, con quella ospitalità che in Romagna è quasi religione, ma non abdica, mantenendo un presidio artistico che gli permette di dialogare con un format internazionale, e con il proprio pubblico senza esserne assorbito.

Una strategia che, secondo Antonio Mazzotta, il direttore artistico del Cocoricò «nasce dalla volontà di costruire un racconto coerente. Ogni line up è un equilibrio tra grandi artisti internazionali, nuovi talenti e format proprietari. Il nostro obiettivo è essere contemporanei senza inseguire le mode, mantenendo sempre l’identità che ha reso il Cocoricò famoso nel mondo».

La rinascita del Cocoricò

La programmazione di quella notte, in fondo, è solo la punta più visibile di un discorso più ampio. Quello della seconda vita del Cocoricò, cominciata quando Enrico Galli, il proprietario, ne ha preso in carico il destino. E sentendolo parlare, il tone of voice è quello non di un imprenditore dell’entertainment, ma di un archeologo a cui viene affidato uno scavo, incaricato di riportare alla luce ciò che c’era. Dalla piramide in dissesto, al bassorilievo dei pappagalli, quello che dà il nome al club – tutto è stato ripristinato e conservato, rimanendo filologicamente fedele al passato del club, e ai miei ricordi di gioventù.

Oggi il Cocoricò è, per dimensioni e programmazione, l’ultimo megaclub rimasto in Italia. Gli altri sono spariti, uno dopo l’altro. Anacronismi pensati per un’epoca che non c’è più, e che molto probabilmente non tornerà. Il Cocco invece è ancora qui, e non solo sopravvive, ma è in splendida forma. Come i panda giganti, specie che la selezione naturale avrebbe forse già cancellato, e che invece resiste. Arroccata tra le nebbie dei monti Minshan, unicamente grazie alla tenacia e all’amore di chi ha dedicato la sua vita a proteggerla.

Articolo di Dario Buzzacchi

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