La masterclass dei Foo Fighters agli I-Days Milano Coca-Cola
La band statunitense si è dimostrata per l’ennesima volta una macchina perfetta. Dave Grohl, in formissima, è stato il cerimoniere ideale, tra intermezzi in italiano e la sua solita ironia. Menzione speciale anche per l’energia dei Fat Dog e la consueta carica esplosiva degli IDLES
Probabilmente la maggior parte dei 65mila spettatori che hanno popolato l’Ippodromo Snai La Maura di Milano ieri, aspettava con ansia questo live dal 2018: l’ultima volta dei Foo Fighters in Italia era stata al Firenze Rocks. Sembra passata un’era. Eppure, per Dave Grohl e la sua band invece, nonostante la dolorosissima perdita di Taylor Hwakins, la carica e l’energia sono rimaste intatte. Tant’è che il loro set da headliner è stato anticipato alle 20:15, rispetto alle consuete 21:00 dei main act degli I-Days Milano Coca-Cola, perché quando ci sono loro non si scende mai sotto le due ore e mezza di concerto.
Così è stato anche ieri sera, anzi. Rispetto alle altre date in giro per gli stadi e i festival di tutto il mondo, il gruppo si è trovato costretto a tagliare qualche brano, tra cui l’unico estratto dal loro ultimo album Your Favorite Toy, Window. Restano però le sensazioni di una sorta di ritorno a casa per la band. Dave Grohl è il cerimoniere perfetto di un’attesa reunion con il pubblico. Interagisce costantemente mettendo in mostra le sue conoscenze di lingua italiana appresa, come raccontato all’inizio del live, alla fine degli anni Ottanta. Quando era ancora un ragazzo immerso nella scena punk e si esibiva tra il Leoncavallo di Milano e l’Isola nel Kantiere di Bologna. Sentirlo ricordare quei luoghi e quel periodo mentre gioca con gli arpeggi di These Days è stato da brividi.

Un concerto da highlander
Cosa ci portiamo dietro dal live dei Foo Fighters a Milano? Di certo la sensazione di sentirci tutti dei “ragazzi tutti pazzi” ancora innamorati di certi suoni. Le chitarre, il basso e la batteria che Ilan Rubin suona da Dio. Non c’entra però la nostalgia. L’unico momento nostalgico del concerto di ieri è stato durante il medley dedicato a ogni membro del gruppo e ai rispettivi progetti precedenti. E sì, Dave è tornato anche dietro la grancassa. Qualcosa che, siamo pronti a scommettere, accadrà anche questa sera durante il set dei Queens of the Stone Age dato che lo stesso frontman dei Foo Fighters ha svelato che assisterà al live.
Le prime dieci canzoni della scaletta di ieri sera hanno attraversato tutte le epoche della band. Si è passati dai classici The Pretender, All My Life e Times Like These, fino alle sempre emozionanti Learn to Fly e My Hero. Proprio durante quest’ultima, il primo personale brividino della serata è stato vedere dai maxischermi un fan sollevare la t-shirt con il viso di Hawkins. Notevole No Son of Mine con l’omaggio a Ace of Spades dei Motorhead che ha reso l’esibizione una jam hard rock.
I Foo Fighters si divertono sul palco, ma bisogna anche saperlo fare nel modo giusto. Sono dei maestri nel gestire i tempi, sia quelli per riprendere fiato – senza renderlo troppo palese – sia quelli per rendere i fan sempre partecipi. Ecco che allora, anche quando Dave ha abbassato i ritmi e il volume imbracciando la chitarra acustica per Wheels e la traccia b-side dei Nirvana Marigold, era comunque impossibile non lasciarsi trasportare. E poi via di nuovo con Run, che ha scatenato il pogo di parte del pit, e l’immancabile Monkey Wrench.
La band è una macchina perfetta, nel senso buono del termine. Riuscire a suonare senza sbavature e allo stesso tempo a far sentire il pubblico parte di un qualcosa, che sia una comunità o semplicemente un gruppo di amici, è una qualità che sono le grandi band possiedono. Perché poi durante Sky is a Neighborood, Best of You o Everlong, si canta tutti a squarciagola. Nel mezzo merita una menzione la chicca Aurora, brano del 1999, tra i preferiti di Taylor Hawkins.
I Fat Dog e gli IDLES
La giornata caldissima di ieri, alleviata dall’installazione dei water refill in tre punti diversi dell’ippodromo, è stata caratterizzata da una line up pensata ad hoc. Protagonista l’Inghilterra con il suo stile sporco e intriso di generi che si mescolano creativamente. È il caso dei Fat Dog, band emergente targata Domino Records (li avevamo intervistati per l’uscita del debutto WOOF.), che unisce post-punk, sintetizzatori, sax, doppia batteria e persino un violino. Il frontman Joe Love è una sagoma e, esibendosi in mezzo al pubblico, passando letteralmente solo un pezzo sul palco con il resto della band, ha motivato e attratto un pubblico totalmente diverso dal target da Windmill di Brixton nel quale sono cresciuti.

Sugli IDLES c’è davvero poco da aggiungere. Anche ieri, dopo l’esplosiva data al Sequoie Music Park di Bologna, hanno dimostrato di essere una delle band più rilevanti dell’era post-Brexit. Negli ultimi anni dal vivo sono migliorati a dismisura. Al di là della chimica che Joe Talbot riesce a creare con chiunque si trovi davanti, è la capacità di Mark Bowen, Adam Devonshire, Lee Kiernan e Jon Beavis di far suonare tutto alla perfezione, nonostante lo stile noise, a rendere la loro performance un live punk raffinato. La risposta del pubblico dei Foo Fighters, da parte di chi era la prima volta che li ascoltava almeno dal vivo, è stata di positivo stupore.

La scaletta dei Foo Fighters
- All My Life
- The Pretender
- Times Like These
- Rope
- Stacked Actors
- My Hero
- Learn to Fly
- These Days
- Walk
- This Is a Call
- No Son of Mine (w/ Ace of Spades Jam)
- Wheels
- Marigold
- Big Me
- Under You
- La Dee Da
- Run
- band Introductions (Invincible/Seven/one headlight/manimal/tap dancing/in a minefield)
- Monkey Wrench
- Breakout
- The Sky Is a Neighborhood
- Aurora
- Best of You
- Exhausted
- Everlong

