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“Mixed by Erry” è su Netflix e riapre il dibattito. Intervista al regista e l’intervento di Enzo Mazza (FIMI)

Dal momento dell’uscita nelle sale del film di Sydney Sibilia si è alzato un bel polverone. Noi di Billboard abbiamo sentito la voce del regista ma anche di chi in prima persona combattè quello stato di illegalità

Autore Tommaso Toma
  • Il29 Giugno 2023
“Mixed by Erry” è su Netflix e riapre il dibattito. Intervista al regista e l’intervento di Enzo Mazza (FIMI)

Mixed by Erry, foto di A. Pirrello

Il film Mixed By Erry, dopo essere uscito nelle sale a marzo è ora disponibile anche su Netflix. Napoli, anni ’80. Una città dominata dalla divinità Maradona e dalla camorra. Proprio nel panorama dell’illegalità nasce un’inedita leadership. I fratelli Frattasio in grado di costruire da zero un impero, grazie alle famose cassette pirata C60 e C90 dove veniva impresso il logo Mixed By Erry. Questo è lo scenario sul quale si dipana l’ultima fatica cinematografica di Sydney Sibilia (di recente è stato in giro in mezzo all’Oceano con Soldini).

Sibilia torna su Netflix dopo il successo del precedente L’Incredibile Storia dell’Isola delle Rose. Che in fin dei conti è un’altra storia di illegalità, ma decisamente più romantica. Ma se Sydney riesce anche a trovare una componente folcloristica in una storia come quella di Enrico Frattasio, detto Erry, Enzo Mazza, il CEO di FIMI ci svela con il suo contributo in esclusiva per noi, il lato oscuro di questa vicenda di cronaca anni ’80.

L’intervista al regista di Mixed By Erry

Sydney, hai questa fascinazione per le storie “borderline”, ma ci aggiungi questo tocco di romanticismo che ovviamente è un propellente narrativo fortissimo…
Trovare una storia che mi attragga e sia buona per il pubblico non è mica facile! Anche perché, una volta scelta, le devi dedicare almeno tre anni della tua vita lavorativa. Però nel caso di Mixed by Erry, una volta conosciuta questa particolare vicenda, decido di conoscere il vero Erry e con lui i suoi inseparabili fratelli. Sentendoli parlare capisco che c’è molto di più da scoprire. La loro narrazione è stata avvincente: era una storia lunga un intero decennio. Mi sono accorto che c’erano tanti elementi di romanticismo tra le pieghe. È stato proprio questo particolare che mi sono ripromesso di mantenere vivo una volta che ho deciso di girarci un film.

Nel film sei dentro le strade strette dei quartieri di Napoli e in tutta la prima parte si parla in napoletano stretto. Anche se sei di Salerno, che rapporto hai con Napoli?
Devo essere sincero: non era una città che conoscevo benissimo prima di girarci il film. Io vivo a Roma quando non sono in giro per il mondo (proprio adesso sono tornato da Guadalupa dove sono stato nell’Oceano in barca per un nuovo progetto), quindi non posso raccontare con precisi dettagli ogni cosa di questa magnifica città. Pensa che quando andai a fare i primi sopralluoghi per il film e arrivai a Forcella (il quartiere dove si svolge tutta la prima attività di Erry, ndr), pensavo che fosse lontano dal centro! (Ride, ndr) La cosa sconvolgente è che capisco immediatamente che Napoli è una città emozionantissima, che sa mettersi “in posa”. È talmente fotogenica che, ovunque tu piazzi l’obbiettivo, trovi un’inquadratura evocativa, potente. Non so, mi ha provocato le stesse sensazioni che mi hanno dato alcune città dell’Asia.

Peraltro tu hai un fine occhio nel ricostruire con fedeltà storica gli ambienti. Dalla villa dei camorristi al foyer del Festival di Sanremo 1991, anche se lì, tutto o quasi è immutato nel tempo.
Quando vedi un film ambientato in un’altra epoca devi saper rompere la “quarta parete”. Devi riuscire a far sentire lo spettatore lì, in quel contesto storico, e io sono maniacale nei dettagli. Peraltro non puoi neanche permetterti di sbagliare, perché in circolazione ci sono prodotti di altissimo livello in quanto a riproduzioni di ambienti. Non parliamo poi degli anni ’80! Il Festival di Sanremo è anche il punto di svolta della narrazione del film ma anche della vita dei tre fratelli. La cosa che faceva veramente infuriare i discografici non era solo che piratassero le canzoni ma che riuscissero a uscire con la compilation di Sanremo prima di loro! E poi davvero, l’Ariston è una location pazzesca. Il teatro è rimasto immutato e in più le maestranze hanno conservato nei decenni dei setting scenografici!
Io sono andato da loro e ho chiesto: “Mi piacerebbe riprodurre l’atmosfera dell’edizione 1991”. E loro ti preparano la scritta davanti esattamente come era quella di quell’anno. Lavorando con Netflix interagisco con un team internazionale e la cosa divertente è stato spiegare agli stranieri cos’è il Festival di Sanremo per noi. L’unico paragone possibile per gli americani era dire: “Avete in mente il Super Bowl? Ecco, moltiplicatelo per cinque giorni!”.

Il lato oscuro di Mixed by Erry secondo Enzo Mazza

Torniamo alla realtà di quegli anni. La pirateria musicale raggiunse tra gli anni ’80 e ’90 la sua massima espansione, in tutto il mondo. Le tecnologie di riproduzione legate alla musicassetta e poi al CD offrirono grandi opportunità alle organizzazioni che ambivano a generare grandi ricavi con pochi investimenti. Si puntava sulle grandi hit senza alcun rischio e si descrivevano come imprese di spettacolo in grado di competere alla pari con l’industria legale. In quel periodo in Italia c’era una grave sottovalutazione del problema e la contraffazione musicale prosperava soprattutto nei quartieri di Napoli. Il fenomeno muoveva miliardi di lire e il nostro Paese finì perfino nella lista nera del Dipartimento al Commercio degli USA per l’inerzia nel combattere la pirateria.

FIMI e la lotta per contrastare il fenomeno

FIMI, con la sua organizzazione che si occupava di contrastare il fenomeno, all’inizio del 1996 mise subito nel mirino le principali attività illecite che avevano la loro sede nel napoletano. Non fu facile. L’idea diffusa che i danni causati dalla pirateria fossero accettabili e che la contraffazione fosse un ammortizzatore sociale in grado di garantire un perimetro occupazionale a intere famiglie era dura da scardinare.

I clan della camorra, che conoscevano molto bene le dinamiche finanziarie dei settori più remunerativi, erano invece già attivi e dal traffico di cassette e CD ricavavano notevoli incassi controllando i quartieri dove si producevano i falsi. La contraffazione musicale e audiovisiva divenne il secondo business più redditizio dei clan dopo il traffico di sostanze stupefacenti. A fronte di investimenti contenuti e con un grado di rischio di essere colpiti dalle autorità molto basso.

Quando negli anni Duemila i pentiti descrissero il fenomeno, questo ebbe una triste conferma come già ipotizzato da chi la pirateria la combatteva. Il 5 febbraio 2003 davanti al PM della Direzione Distrettuale Antimafia Filippo Beatrice, il pentito Luigi Giuliano sottolineava come le estorsioni – ma anche la droga e l’industria di videocassette e CD falsi – garantissero alla malavita organizzata introiti a nove zeri, nell’ordine di «decine di miliardi al mese».

Raccontava Giuliano che a metà degli anni ’80, dopo una serie di omicidi maturati tra le organizzazioni di vertice della camorra, la Cupola si riunì più volte alla presenza di tutti i capiclan “per la spartizione degli interessi criminali che fino ad allora erano stati gestiti in comune”. Nel corso dell’interrogatorio, Luigi Giuliano ricordava che la Cupola gestiva anche altre attività illecite. Il totocalcio e il lotto clandestino, che fruttavano complessivamente un paio di miliardi di lire alla settimana. Ma anche il traffico di droga e il contrabbando di sigarette. Per ognuno di questi settori, l’ex boss percepiva una parte degli introiti.

Lo stesso discorso vale anche per l’industria del falso: inizialmente con le videocassette, poi anche con i CD. Questo significa che, a differenza di quello che sostengono i produttori e registi del film Mixed by Erry, il fenomeno era serio e i danni rilevanti per la filiera e lo Stato, e di riflesso le risorse per investire nei giovani talenti.

Negli atti della DDA, che con il PM Luciano D’Angelo e gli agenti del commissariato “Dante” decisero di risalire tutta la filiera, emerge uno spaccato molto evidente e non folcloristico. L’effetto sulla filiera fu così rilevante che impattò pesantemente sul mondo artistico di Napoli. Negli anni ’90 pochissimi artisti riuscirono infatti a emergere perché le case discografiche erano restie a investire, dato che gli artisti locali erano devastatati dalla pirateria. È un falso, questo sì, che Mixed by Erry fosse un’etichetta che, grazie alla pirateria, dava visibilità agli artisti locali. La maggior parte di loro rimasero solo legati al business in nero dei concerti per i matrimoni senza mai sfondare nel business discografico.

Al contrario, con la scomparsa della pirateria e la nascita dello streaming di Spotify e altre piattaforme si è visto un fermento creativo e un ritorno degli investimenti che proprio Billboard Italia ha testimoniato con l’evento “We Come From Napoli”. In questi anni lo sviluppo è stato confermato dal raddoppio degli artisti campani al vertice della classifica ufficiale Top of the Music tra gli anni ’90 e gli ultimi cinque anni, nell’era dello streaming. E dai dischi multiplatino di Capo Plaza, Rocco Hunt, Liberato, Luchè, Geolier, Enzo Dong, SLF, Ntò, Lucariello e tanti altri giovani talenti di oggi.

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