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5 ricordi che ci portiamo a casa da Medimex 2026

Si è appena conclusa la nuova edizione dell’International Festival & Music Conference che ogni anno rende Taranto una vera e propria music city: ecco com’è andata

  • Il22 Giugno 2026
5 ricordi che ci portiamo a casa da Medimex 2026

I Suede dal vivo al Medimex di Taranto domenica 21 giugno 2026

Quello del Medimex – di cui si è appena conclusa l’edizione 2026 – è un modello unico nel suo genere in Italia. Non tanto per la tipologia di evento in sé (un mix di festival musicale e conference festival) ma per la lungimirante visione politica che l’ha reso possibile – e vincente – negli anni: scommettere sul rilancio di una città con forti complessità e bisognosa di nuova linfa sociale ed economica, investendo attivamente sulla cultura e nella fattispecie sulla musica. Cosa del tutto non scontata in un paese come il nostro, dove nella maggior parte dei casi la cultura considerata da tutelare è quella del passato, non quella vivente e pulsante.

In altre parole: Taranto è una città ferita che trova in un evento come il Medimex una formidabile boccata d’ossigeno culturale ma anche una nuova narrazione di sé, un indotto economico non indifferente e una potenzialità di sviluppo futuro meno basato sull’industria e più orientato al turismo di qualità.

Come sempre, il programma “diffuso” del Medimex – comprendente showcase, DJ set, panel, talk, workshop, masterclass, presentazioni, mostre e ovviamente grande musica dal vivo – è particolarmente articolato e sarebbe impossibile seguirne tutti gli appuntamenti: ecco alcuni degli “highlights” che ci hanno colpito maggiormente dell’edizione 2026.

Il meglio di Medimex 2026

1. Le strade del Mediterraneo

Lo sottolineavamo già dopo l’edizione dell’anno scorso: la mini-rassegna “Le strade del Mediterraneo”, curata personalmente da Antonio Diodato, è un format azzeccatissimo. Tre sere, tre concerti di giovani talenti, italiani e non solo, capaci di esprimere in musica le molte sfaccettature delle culture che si affacciano sul bacino del “mare nostrum”. Il tutto alla luce del tramonto nella splendida corte del Castello Aragonese di Taranto.

Un fiore all’occhiello del Medimex, insomma, sorretto da un concept fresco e di facile comprensione. Per le sue caratteristiche, è anche un tipo di evento che mostra evidenti possibilità di scalabilità ed esportabilità, sia nel resto del paese che – perché no – all’estero. Grazie al suo indissolubile rapporto col mare, Taranto infatti ha tutte le carte in regola per proporsi come uno dei luoghi d’incontro e scambio fra le lingue e i popoli del Mediterraneo.

I nuovi talenti proposti da Diodato

Dopo l’edizione d’esordio nel 2025, con La Niña, Bab L’Bluz, Magalí Datzira, al Medimex 2026 sono arrivati i live di Sara Gioielli, Davide Ambrogio, Sami Galbi.

La prima era già una conoscenza di Billboard Italia. Piano piano, un po’ tutti si stanno accorgendo di lei e sta ricevendo riconoscimenti significativi, come l’inserimento nel programma Radar 2026 di Spotify Italia. Fatevi un regalo e ascoltatevi l’impeccabile album d’esordio Gioielli Neri (Sugar Music / peermusic Italy), dove la lirica incontra il pop di ricerca in un amalgama sonoro sorprendente e cangiante. Forse la scena italiana ha trovato la sua Rosalía?

Con Davide Ambrogio si passa dalla dimensione eterea di Sara Gioielli a una sfera dionisiaca, ancestrale, fatta di radici ben piantate nella terra, che nel suo caso è quella per definizione agra dell’Aspromonte. In quintetto, con l’accompagnamento di percussioni e strumenti tradizionali, Ambrogio reinterpreta quel patrimonio orale in brani che tendono ora al rap, ora a un mood quasi techno, dove il senso di collettività prevale sull’individuo. Il recente Mater Nullius è l’album da ascoltare (e in cui perdersi).

Infine, lo svizzero-marocchino Sami Galbi ha portato al Medimex 2026 i suoni tradizionali del Nord Africa occidentale, come il raï e lo chaâbi, rivisitati attraverso campionamenti e beat orientati all’urban. Rispetto agli altri due, il suo sound è quello più acerbo: si sente che deve ancora trovare una direzione precisa. In compenso la sua performance si infiamma sul finale ed è interessante il suo approccio alla chitarra elettrica, interamente influenzato dai suonatori di oud anziché dal canone occidentale delle sei corde.

Medimex 2026 - Le strade del Mediterraneo - Sara Gioielli
Sara Gioielli in concerto al Castello Aragonese di Taranto per la rassegna “Le strade del Mediterraneo”

2. Il punk come genere

Data la ricorrenza dei cinquant’anni dalla nascita del punk, buona parte del programma di Medimex 2026 ha celebrato il genere che più di ogni altro ha rivoluzionato il modo di intendere la creazione musicale. Anche coinvolgendo alcuni personaggi che quella storia l’hanno fatta. È il caso della fotografa Roberta Bailey (autrice della foto di copertina dell’album d’esordio dei Ramones) e di Kid Congo Powers, chitarrista di band di culto come The Gun Club e The Cramps.

«Quello che mi colpiva del CBGB era la sua capacità di accogliere tutti», racconta quest’ultimo in un panel dedicato al mitico club newyorkese. «Io venivo dal mondo glam rock di Los Angeles, dove le rockstar facevano le rockstar: se volevi parlare con qualcuno di loro dovevi aspettare a lungo nel backstage, poi sbucavano fuori con gli occhiali da sole e la pelliccia e, se ti andava bene, ti facevano un autografo prima di saltare a bordo di una limousine con i vetri oscurati».

Bailey, che gestiva l’ingresso al locale, conferma: «Non c’era nessuna regola, nessun limite di età, nessun dress code. Io non ero una punk: quando stavo alla porta del CBGB indossavo cashmere e collane di perle, e nessuno mi ha mai detto niente. C’erano uguaglianza e contiguità fra le band e i fan: chi suonava una sera era nel pubblico la sera dopo».

Insomma, più che una scena era un’autentica community in cui «ci si conosceva tutti», continua Bailey. «Avevamo tutti la stessa età e le stesse condizioni di vita: eravamo squattrinati. Ma c’era anche molta ambizione: i Ramones, i Blondie, i Television avevano come riferimento principale i New York Dolls, che gli facevano capire che magari anche loro potevano arrivare ad avere un contratto discografico e fare tour in Europa».

La mostra fotografica

Una certezza del Medimex sono le mostre fotografiche allestite negli spazi del MArTA (Museo Archeologico di Taranto, che già vale una visita). Quest’anno è la volta di Roberta Bayley: The Ramones, CBGB’s and New York City, aperta fino al 6 luglio, con cinquanta scatti che raccontano, attraverso lo sguardo della già citata fotografa, la nascita della scena newyorkese.

Bayley nasce in California. Frequenta la San Francisco State University, poi abbandona gli studi nel 1971 e si trasferisce a Londra, lavorando anche nel negozio di dischi di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood. Nel 1974 Roberta arriva a New York, dove presto conosce Richard Hell e inizia a lavorare come addetta all’ingresso del CBGB. È solo nel 1975 che compra la sua prima macchina fotografica, con l’intenzione di documentare la scena. Smetterà nel 1980, temendo di perdere l’attitudine da dilettante. Vera etica punk.

Il percorso espositivo è breve ma di qualità eccezionale, senz’altro uno dei più riusciti del Medimex negli ultimi anni. Colpiscono la modernità di certi scatti (come il bacio in metropolitana fra Debbie Harry e Chris Stein che sembra quasi una copertina degli anni ’90) e il lato umano, anche quotidiano e prosaico di quelle che consideriamo icone fuori dal tempo: Iggy Pop con sguardo annoiato davanti a una finestra mezza rotta e a graziose piante da interni, o la stessa Debbie che si trucca sovrappensiero allo specchio.

L’apice della malinconia si raggiunge cercando – invano – di riconoscere nomi familiari di band nelle locandine affisse fuori dal CBGB: Sun, The Planets, Orchestra Luna, The Shirts, Wowii, Trevin… Ombre fugaci, apparse e scomparse dalla scena senza lasciare traccia, testimonianze senza volto di una stagione irripetibile e del senso del tempo che muore e non torna più.

Medimex 2026 - mostra Roberta Bayley
I Ramones dal vivo al CBGB nel 1976, fotografati da Roberta Bailey

3. Il punk come spirito

La sua colazione è a base di bacon, uova strapazzate e vino rosso. Emana un carisma e un’energia che lo mettono naturalmente al centro dell’attenzione in qualsiasi contesto, che sia la hall di un albergo o il palco di un live. È un frontman nato, di quelli che il pubblico se lo prendono a morsi. La sua musica e la sua estetica ricordano più Manu Chao che Ramones e colleghi, ma Eugene Hütz è la dimostrazione vivente che il punk – più che un semplice sottogenere del rock – è un’attitudine.

Il frontman dei Gogol Bordello, una delle più belle anomalie emerse dalla scena newyorkese degli anni Duemila, è stato uno degli ospiti più notevoli del Medimex 2026, protagonista di panel, del main stage (con la NYC Redux Band, supergruppo di tributo ai Ramones: la performance non è memorabile ma il pubblico si diverte) e di un DJ set fuori programma allo Spazioporto che ha tutta la vibe di un block party spontaneo. Si balla fino alle ore piccole di sabato sera in mezzo alla strada (una via praticamente priva di traffico), la selezione musicale è assai eclettica, dallo psych rock a Nirvana e Oasis in versione dub, dalle hit dei Gogol Bordello a quelle dei Nu Genea, il tutto come sempre annaffiato da generosi bicchieri di vino rosso.

«Io non ho mai voluto essere per tutti, non sono una popstar», dice nel corso del panel Suoni e visioni. Il nuovo panorama musicale fra USA ed Europa. «Mi piace questa corrente “antiglobale” che trova nuove cifre comunicative, come i Kneecap, che mischiano irlandese e inglese, o gli artisti che riscoprono il dialetto napoletano, o la musica romanì… Da questo punto di vista, un artista come Manu Chao, con i suoi pezzi in lingue diverse, è esemplare».

L’amore di Eugene Hütz per la musica italiana

C’è da dire che una serata di Medimex con headliner Gogol Bordello e Manu Chao sarebbe un bel programmino. Ad ogni modo, nel mix di riferimenti musicali di Hütz non manca la musica italiana, compresa una passione insospettabile: «Prima di scoprire il punk, scoprii Sanremo», racconta. «Da bambino alla televisione sovietica vedevo artisti come Adriano Celentano, Toto Cutugno, Loredana Bertè, che era praticamente una Nina Hagen italiana».

Continua: «Quella musica sembrava arrivare da un altro pianeta. Non aveva niente a che fare con il punk e la new wave che andavano in quel periodo, era più vicina a melodie di ascendenza classica “camuffate” con arrangiamenti pop. Poi ho anche vissuto a Roma per un periodo: era il 1990 e ho fatto in Italia le pratiche di immigrazione per gli Stati Uniti. Avevo 16 anni. Lì ho scoperto altra nuova musica, soprattutto l’alternative britannico e americano grazie a Radio Rock: Dinosaur Jr., The Jesus and Mary Chain, cose così».

E condivide col pubblico uno dei suoi più grandi rimpianti: una mancata collaborazione con Pino Daniele. «Nel 2014 mi chiamò per propormi un duetto a Sanremo ma in quel periodo stavo in Brasile ed ero pieno di impegni. Col senno di poi, avrei dovuto cancellare tutto e andare».

Medimex 2026 - NYC Redux Band - Eugene Hütz
Eugene Hütz sul palco della Rotonda del Lungomare con la NYC Redux Band

4. I concerti alla Rotonda del Lungomare

Come sempre, al Medimex l’attesa più grande è per i concerti di sabato e domenica sera alla Rotonda del Lungomare. La lineup è composita: c’è il synth pop anni ’80 dei Pet Shop Boys, lo shoegaze degli Slowdive e il britpop dei Suede, senza contare la house del duo pugliese degli Agents of Time (in apertura sabato) e appunto il punk del tributo ai Ramones (domenica).

Pet Shop Boys

I Pet Shop Boys, con i loro suoni sintetici e il cantato “algido” di Neil Tennant, possono non essere per le orecchie di tutti, ma lo show proposto (intitolato “Dreamworld: The Greatest Hits Live) è di alto livello e curato nei dettagli. È evidente il richiamo ai Kraftwerk non solo in alcune sonorità ma proprio nel modo immersivo di intendere il live. Il pubblico è particolarmente caldo e molti conoscono i testi di quasi tutte le canzoni, non soltanto dei super classici come New York City Boy o It’s a Sin (peraltro la scaletta include la mitica Paninaro, omaggio alla Milano anni ’80). È un pubblico di veri fan, insomma, non di ascoltatori occasionali.

Slowdive

Anche gli Slowdive, così introspettivi e distaccati, possono non essere la “cup of tea” di tutti gli ascoltatori (ma di certo lo sono per il sottoscritto), ma il live è impeccabile. Sono davvero “i Cure senza le hit”, come li ha definiti brillantemente Cesare Veronico, direttore artistico del Medimex. Nonostante gli oltre tre decenni passati dagli album che hanno fatto la storia del genere shoegaze, la cantante Rachel Goswell conserva la stessa voce angelica degli esordi e la band costruisce un sound monumentale e stratificato, senza sbavature. Peccato per l’assenza in scaletta di uno dei loro brani più belli, Machine Gun.

Suede

A mettere tutti d’accordo sono i Suede. La band inglese propone una scaletta “da festival”: circa un’ora e venti minuti di durata senza lesinare in quanto a hit (la generazionale Trash, per esempio, viene sparata per seconda). Tutta la band è in gran forma ma il frontman Brett Anderson interpreta i brani con un’urgenza emotiva che infiamma il pubblico, in mezzo al quale peraltro va a infilarsi più volte. Finale con il singalong di Beautiful Ones e bis con Saturday Night. Senza dubbio il live più memorabile di Medimex 2026.

Medimex 2026 - Suede
I Suede in concerto a Medimex 2026

5. La città che cambia

Ancora una volta lasciamo Taranto convinti che la città possa davvero rilanciarsi e che un evento come il Medimex dia concretamente il suo contributo. È interessante assistere all’avanzare della rigenerazione della città vecchia, un gioiello che però in buona parte versa ancora in uno stato di forte degrado e abbandono. Anno dopo anno, si vedono palazzi ristrutturati, nuove botteghe aperte, tratti di lungomare rifatti.

Ci auguriamo solo che questo cambio di pelle vada a vantaggio dei tarantini e possa attrarre un turismo sostenibile e di qualità. Sarebbe desolante se questa occasione venisse sprecata facendo della città vecchia l’ennesimo centro storico italiano preso d’assalto dall’overtourism e dagli alloggi temporanei, perdendo il patrimonio del suo tessuto sociale originario.

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