Film

La musica come narrazione: intervista a Remo Anzovino

Dalla follia distruttiva di Hitler a quella creativa di Van Gogh, per Remo Anzovino la composizione di colonne sonore è un racconto al servizio dell’immagine. Ma deve lasciare un’emozione anche a film terminato

Autore Federico Durante
  • Il1 Maggio 2018
La musica come narrazione: intervista a Remo Anzovino

Remo Anzovino

Come si scrive una colonna sonora? Qual è il rapporto fra musica e immagine? Il pianista e compositore Remo Anzovino ha una lunga esperienza che va dai film muti ai documentari passando per la televisione. A maggio suona dal vivo a Milano (giovedì 3 alla Santeria Social Club) e a Trieste (martedì 17 al Teatro Miela). Gli ultimi mesi lo hanno visto impegnato nella pubblicazione del suo ultimo album, Nocturne, e nella sonorizzazione di due film-documentari: Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte e Van Gogh – Tra il grano e il cielo.

Remo Anzovino
Remo Anzovino (foto di Gianluca Moro)

Sempre l’arte al centro ma in contesti diversi – uno drammatico e uno più leggero. Cosa lega queste esperienze?

Il legame sta nella centralità della tipologia di musica che andava fatta. Il compositore deve realizzare la musica dal minuto 0 al minuto 100: una bella sfida. Hitler contro Picasso doveva avere un suono molto moderno, teso e di forte impatto. Per questo ho fatto scelte legate al noising, all’utilizzo di sintetizzatori. Van Gogh ha una lettura originalissima perché noi scopriamo la parabola di questo genio attraverso uno sguardo femminile del tutto inedito, quello della sua più grande collezionista. La musica, più che commentare le scene, doveva tradurre in suono l’emozione che lui poteva provare mentre dipingeva. In Hitler contro Picasso il suono è massiccio (fiati, percussioni, archi, sintetizzatori), mentre in Van Gogh la scelta era basata su tre “colori”: fisarmonica, orchestra d’archi e pianoforte. Credo che questo sposi entrambe le partiture con l’immagine ma le renda anche completamente autonome. L’obiettivo è anche la capacità di farsi ricordare quando il film finisce.

Citando Picasso hai detto: “’La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico’. L’eredità del pensiero di Picasso è stata la guida per comporre la musica”. In che modo?

Quella frase è sempre stata una guida come lo è la pittura di Van Gogh, come Muhammad Ali (per il cui film ho scritto la colonna sonora), come i versi di Pier Paolo Pasolini. Ho un forte legame emotivo con le persone che hanno avuto il coraggio di rompere schemi, riuscendo però a essere liriche e popolari. Questo tipo di riferimenti mi ha guidato per cercare il mio stile, in uno studio di ogni musica di qualunque periodo, che va dai madrigali di Marenzio all’ultimo disco dei Coldplay. La musica è una e basta. Una cadenza di Mozart va studiata con la stessa serietà con cui si studia il finale di A Day in the Life dei Beatles. Questo attiene alla mia visione della libertà – la libertà di mettere in musica tutto ciò che può essere al servizio di una narrazione. Nocturne è a sua volta una narrazione.



In cosa cambia il tuo lavoro quando scrivi per un progetto solista e quando scrivi per una produzione complessa come un film?

Quando un compositore pubblica un album, sta pubblicando il “suo” film: deve avere le immagini, i rumori, i dialoghi. Si basa sulla necessità di dire una cosa. Nel caso di Nocturne fu una notte in cui mi persi: stavo tornando a casa seguendo un pensiero e non feci quello che dovevo fare. Questa banale trasgressione mi portò a un bilancio personale delle cose che vedevo intorno a me. Pensai che era una notte che mi stava cambiando la vita e che avrei potuto scrivere una musica importante. La scrittura per il cinema è diversa perché la musica deve convivere con i dialoghi, i rumori, le immagini. Ma non ho mai scritto musiche per film mentre li guardavo. Ho sempre lavorato leggendo la sceneggiatura e guardando le immagini e poi, ricordando le emozioni che quelle immagini mi hanno suscitato, nasce la musica.

Tu eserciti tuttora la professione di avvocato penalista. La musica e la giurisprudenza si influenzano in qualche modo?

Assolutamente sì. Una buona musica è in parte ispirazione ma è in larga parte organizzazione e razionalità. E nel lavoro di un avvocato penale ci vuole grandissima sensibilità nel capire le vicende umane e gli esseri umani. Dall’altro lato devi unire una tecnica molto precisa e rigorosa che è la conoscenza della procedura, per garantire un giusto processo a un tuo simile che in quanto imputato avrà contro tutti. Se ci pensi, un avvocato penale racconta una storia con il suo punto di vista.


Ascolta Nocturne di Remo Anzovino in streaming

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