Voga, Chi ama Napoli non la dimentica
A dicembre è uscito il primo album del duo partenopeo classe 1999: in questa intervista Enrico e Lorenzo ce lo hanno raccontato
Voga, foto di Michele Perna
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Foto: Michele Perna
Styling: Sofia Spini
Ass. stylist: Francesca Latini, Giorgia Calia
Che per scrivere musica insieme sia necessaria una certa sintonia è piuttosto scontato. Che ce ne voglia con la propria città forse un po’ meno. I Voga, Enrico e Lorenzo (Riko e Sneik) sono di Napoli e il capoluogo continua a ispirare le loro canzoni, da vicino e a distanza. Quando nel 2019 si conobbero al conservatorio, oltre a una certa affinità artistica, capirono subito che per la loro identità sonora probabilmente avrebbero dovuto andarsene: elettronica, cantautorato, e un certo tipo di ricerca che non va di pari passo con i tempi rapidi del mercato discografico odierno.
Il trasferimento a Milano ha segnato una fase fondamentale nel percorso artistico del duo: tra primi tentativi, incontri e qualche porta bussata, è arrivato anche un contratto che, pur non rivelandosi decisivo, li ha convinti che forse la strada era quella giusta. «Venivamo da un periodo in cui pubblicavamo singoli, e questo ci portava spesso a mettere da parte brani perché “non adatti” a uscire da soli. Col tempo, però, ci siamo ritrovati con diversi pezzi che per noi rappresentavano il nostro meglio, anche se non erano immediati o pensati per funzionare come singoli» raccontano mentre parlano della genesi del loro primo album Chi ama non dimentica, uscito lo scorso 5 dicembre.
Oltre a Sissi, CoCo, prima stanza a destra, 22Simba e Flaco G, tra le collaborazioni del disco c’è anche Luchè, artista che più di tutti ha giocato un ruolo chiave per i Voga, e non solo per il fatto di essere un concittadino: «Creativamente è impressionante lavorare con lui: nonostante gli anni di carriera, ha ancora una visione freschissima, quasi inedita. A volte basta osservarlo mentre lavora per rendersi conto di quanto sia avanti. Probabilmente è la persona che ha inciso di più sul nostro percorso da quando abbiamo iniziato». Un percorso in cui tutte le strade, alla fine, portano a Napoli, quella città che quando la ami non puoi mai dimenticarla davvero.
L’intervista ai Voga
Come vi siete conosciuti e quando avete iniziato a lavorare insieme?
Lorenzo: ci siamo conosciuti il primo giorno di conservatorio, entrambi frequentavamo musica elettronica a Napoli. Da lì abbiamo subito iniziato a lavorare insieme e ci siamo trovati immediatamente bene. Tutto è nato molto spontaneamente: autoproduzione, voce, collaborazioni… nel giro di una settimana lavoravamo già in modo continuativo.
Enrico: Abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 2019, anche se le prime uscite sono arrivate nel 2020. All’inizio avevamo deciso di non pubblicare subito, né buttare fuori pezzi a caso solo per uscire, ma aspettare il momento giusto. A un certo punto siamo venuti a Milano per cercare un contratto. Per noi era tutto molto nuovo, non facevamo troppe distinzioni: volevamo solo iniziare. Siamo arrivati addirittura a bussare al citofono di un’etichetta, e così è arrivato il nostro primo contratto. Non è andata benissimo all’inizio, ma quell’esperienza ha avuto anche un effetto positivo: ci ha fatto capire che dovevamo prendere la cosa sul serio e ci ha dato la spinta giusta per strutturarci meglio. Da lì abbiamo deciso di lavorare davvero come duo e abbiamo capito che la nostra forza era proprio quella.
Spostarsi a Milano è ancora un passo necessario per fare musica?
Enrico: In parte sì. A livello di infrastrutture musicali Milano resta la città più adatta per fare musica. A Napoli non ci sono grandi major, ci sono più che altro etichette indipendenti. Detto questo, rispetto a cinque o sei anni fa la situazione è migliorata. Oggi, per esempio, molti artisti riescono a emergere anche restando sul territorio: vengono notati a livello locale e poi portati su un piano più ampio. Quindi trasferirsi non è più sempre indispensabile, dipende molto dal tipo di progetto. Se fai qualcosa di più “urban” o legato al territorio, spesso la tua forza è proprio Napoli, quindi non ha senso spostarsi. Se invece il progetto è più alternativo o di nicchia, Milano può ancora essere utile, un po’ come lo è stato per noi.
Lorenzo: Napoli, poi, ha una scena molto forte. Essendo una grande città, ci sono tanti artisti che sono davvero grandi a livello locale. Magari fuori fanno più fatica, anche per questioni di lingua o di mercato, ma nel loro contesto hanno un impatto enorme. È una dinamica che si vede anche in altre realtà come Sicilia o Sardegna, anche se lì spesso è più necessario spostarsi. Da questo punto di vista Napoli è quasi un’alternativa a Milano: molti artisti riescono a restare e lavorare lì senza problemi. Certo, c’è ancora tanto da migliorare: le infrastrutture non sono al livello di Milano, e anche dal punto di vista degli studi e delle strutture si può fare di più. Però, nel complesso, negli ultimi anni i progressi sono stati evidenti.

Foto di Michele Perna
Quanto è stato importante Luchè per voi?
Lorenzo: tantissimo, anche perché entrambi siamo sempre stati suoi fan: ci siamo avvicinati a lui proprio con il desiderio di lavorarci insieme. A livello di opportunità e di produzione ci ha fatto fare cose incredibili, ma soprattutto ci ha dato tantissimo sul piano umano e artistico. Abbiamo vissuto esperienze bellissime lavorando ai suoi dischi e, stando al suo fianco, abbiamo imparato davvero tanto: sulla voce, sulla scrittura, sull’approccio ai pezzi. È stata un’ispirazione enorme.
Enrico: creativamente è impressionante lavorare con lui: nonostante gli anni di carriera, ha ancora una visione freschissima, quasi inedita. A volte basta osservarlo mentre lavora per rendersi conto di quanto sia avanti. Probabilmente è la persona che ha inciso di più sul nostro percorso da quando abbiamo iniziato. Siamo cresciuti tanto anche perché confrontarsi con altri artisti ti mette davanti a metodi diversi. Noi abbiamo un approccio abbastanza riflessivo, e in questo siamo simili a lui. Però quando hai accanto qualcuno con vent’anni di esperienza, che condivide la tua stessa filosofia ma è molto più avanti nel percorso, inizi a capire dove puoi migliorare.
Per esempio, avevamo una prima versione del disco già pronta l’estate prima, quando siamo andati in America con lui. Tornato a Napoli, ho deciso di rimettere mano a tutti i testi: non per cambiare i temi, ma per dire meglio quello che volevo esprimere. E infatti è quello che abbiamo fatto fino a chiudere il disco.
Lorenzo: l’ultimo pezzo che abbiamo completato è stato proprio quello con lui. È interessante perché ha scelto il brano a cui eravamo più legati, ma che non gli avevamo nemmeno proposto davvero: per noi era quasi uno skit, incompleto. Quando l’ha sentito, invece, ha detto subito che voleva fare quello. Poi ha scritto una strofa molto personale, profonda, e vederlo registrare è stato un momento davvero emozionante.
Qual è l’insegnamento più importante che vi ha trasmesso?
Lorenzo: la cosa che ci ha colpito di più, già prima di conoscerlo, è il suo modo di intendere l’ispirazione: nel corso della sua carriera ha trovato il suo modo di fare hit che è totalmente non convenzionale. Questo ci ha sempre spinto a scegliere strade meno ovvie. Un consiglio che ci diede all’inizio, e che ricordiamo ancora oggi, è stato di non cercare per forza “la trovata” nel pezzo: non inseguire a tutti i costi l’idea che lo faccia funzionare o che colpisca subito le persone, ma piuttosto fare qualcosa di libero, che ti rappresenti davvero. Detto da qualcuno con una carriera piena di hit, questo approccio ha avuto ancora più valore.
Enrico: un altro aspetto fondamentale è il peso che dà delle parole: l’attenzione a ogni frase, il non lasciare nulla al caso. Anche nei pezzi più diretti, ci ha insegnato a essere precisi, a scavare sempre più a fondo. Anche quando pensi di aver detto qualcosa di profondo, puoi andare ancora oltre. Questa è probabilmente la lezione che ci è rimasta di più.

Foto di Michele Perna
Quando avete iniziato a lavorare a Chi ama non dimentica?
Enrico: è stato un processo abbastanza lungo. Alcuni pezzi avevano anche un paio d’anni, però a un certo punto li abbiamo ripresi tutti in mano e cambiati profondamente. Venivamo da un periodo in cui pubblicavamo singoli, e questo ci portava spesso a mettere da parte brani perché “non adatti” a uscire da soli. Col tempo, però, ci siamo ritrovati con diversi pezzi che per noi rappresentavano il nostro meglio, anche se non erano immediati o pensati per funzionare come singoli. Lì abbiamo capito che aveva senso costruire un disco che mettesse un punto e definisse davvero chi siamo. Poi, nell’ultimo anno, tutto ha preso forma: anche le collaborazioni sono nate in modo naturale, conoscendo persone lungo il percorso. È stato il periodo più decisivo, ma l’idea del disco in realtà era già presente da uno o due anni.
Cioè?
Enrico: gran parte del disco ruota attorno a un tema personale: una rottura importante che ho vissuto. Questa esperienza poi si è intrecciata con il concetto centrale del progetto, cioè l’amore incondizionato: non solo quello di coppia, ma anche quello per ciò che fai, per le persone che hai accanto, per i rapporti in generale. Nel mio caso, quella rottura me la sono portata dentro durante tutta la scrittura dell’album. In qualche modo, finirlo e poi pubblicarlo è stato anche un modo per lasciarla andare davvero. Quando ho capito che il lavoro era concluso, ho sentito proprio una chiusura, come dire: “ok, adesso posso andare oltre”.
Che cosa rappresenta per voi questo titolo?
Lorenzo: volevamo qualcosa che ci rappresentasse davvero. La nostra musica è chiaramente legata a Napoli: si sente nei riferimenti, nell’immaginario, nell’atmosfera. Però allo stesso tempo non è un progetto “tradizionale” o legato a un suono specifico della città, anche perché scriviamo in italiano e abbiamo influenze diverse. Ci piaceva quindi l’idea di un titolo che fosse evocativo di Napoli, ma che funzionasse anche per chi non conosce quel contesto. Da qui il riferimento allo slogan nato dopo l’addio di Maradona: una frase rimasta nel tempo, molto sentita in città, ma che allo stesso tempo può arrivare a chiunque, anche senza conoscerne l’origine. Questo doppio livello — locale e universale — era esattamente quello che cercavamo.
Uno dei miei pezzi preferiti del disco è Casa mia con prima stanza a destra e 22Simba. Come è nata questa collaborazione?
Lorenzo: prima stanza a destra lo ha scoperto Enrico su Instagram, un po’ per caso, tra storie e spoiler che stavano girando. In quel periodo stava pubblicando brevi video che ci hanno colpito subito. Lui ha un immaginario molto particolare, diverso dal nostro, ma proprio per questo ci affascina. Noi, in generale, non ci muoviamo solo nel rap, quindi quel tipo di ricerca ci interessa molto. Secondo me è uno dei progetti più belli usciti in Italia negli ultimi anni, davvero. In più, il fatto che sia di Napoli ha reso tutto ancora più incredibile.
Enrico: il momento che ha cambiato tutto è stato quando ho riconosciuto in un suo reel un luogo che conoscevo benissimo, vicino casa mia. Non mostrava nemmeno il volto, e proprio per questo la cosa sembrava ancora più assurda: scoprire che una cosa così particolare veniva da una persona praticamente sotto casa. Gli scrissi subito. Lui sapeva già chi eravamo, anche perché ci eravamo sentiti in passato (in forma più informale). Da lì abbiamo scoperto che era di Napoli, cosa che ha reso tutto ancora più sorprendente: non tanto per la città in sé, ma perché da lì stava venendo fuori qualcosa di completamente diverso e unico. Ci siamo organizzati subito e ci siamo trovati in studio. Il primo pezzo che abbiamo fatto insieme è stato proprio Casa mia.
22Simba è subentrato dopo circa sei mesi: ci siamo incontrati mentre lui era a Napoli per suonare, gli abbiamo fatto riascoltare il pezzo e gli è piaciuto molto, così ha deciso di completarlo. Fin da subito abbiamo capito che aveva qualcosa di speciale: anche nella sua versione iniziale era già fortissimo, ma con il suo intervento è diventato davvero magico.

Foto di Michele Perna
Che artisti avete nei vostri radar con cui vi piacerebbe collaborare?
Enrico: forse è un po’ scontato, ma l’ultimo disco di Madame ci è piaciuto tantissimo e sarebbe bellissimo lavorarci. Anche Astro ci piace molto: sta facendo cose bellissime, sia a livello musicale che estetico. È diverso da noi, ma ha un gusto che sentiamo molto vicino. Tra i più nuovi, Latrelle spacca parecchio: mescola trap e scrittura in modo interessante, dice cose forti e ha una sua identità. Anche Visino Bianco e Promessa sono fortissimi, ci piacciono davvero tanto.
Lorenzo: a me piace tantissimo Venerus, con lui sarebbe figo fare qualcosa di diverso, ha un mondo molto particolare che ci incuriosisce.
