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Siamo stati al Reply AI Film Festival con Gabriele Salvatores, tra emozioni artificiali e umane

Al Lido di Venezia la terza edizione dell’evento internazionale ha decretato il migliore cortometraggio generato con intelligenza artificiale. Con il regista premio Oscar, presidente dela giuria, abbiamo parlato di AI, musica e dell’importanza dell’uomo

  • Il7 Settembre 2026
Siamo stati al Reply AI Film Festival con Gabriele Salvatores, tra emozioni artificiali e umane

Gabriele Salvatores

C’è una scena di Centenarian Kindergarten, uno dei cortometraggi finalisti del Reply AI Film Festival in programma alla Match Point Arena di Venezia in concomitanza con l’83esima Mostra del Cinema, in qualche modo rivelatoria. Siamo all’interno di un asilo per centenari in un futuro distopico dove gli anziani sono seguiti da dei robot che si prendono cura della loro salute fisica e mentale. A un certo punto uno dei quattro protagonisti ospiti della casa di cura, mentre sta guardando con malinconia una vecchia foto, vede pixelarsi i volti dei due soggetti. Un assistente AI al suo fianco gli spiega che ha il livello di dopamina troppo basso e che deve ricaricarla con dei video divertenti prima di poterla di nuovo vedere.

Il corto prodotto dal collettivo cinese 2xLabs, oltre a essere arrivato sul podio al terzo posto, ha vinto l’AI for Good Award. Che l’AI non sia in grado di replicare nè gestire le emozioni umane è stato il centro della discussione e anche di parte dei temi dei dieci film finalisti della seconda edizione del festival internazionale di Reply. È un tema che è tornato più volte anche quando Jacopo Reale, Giacomo Cannelli e Alessandro Risuleo hanno introdotto l’evento in qualità di vincitori dello scorso anno (e anche come parte di Labyrinth Reply, la nuova company del Gruppo Reply dedicata alle produzioni cinematografiche e audiovisive AI generated), hanno spiegato il metodo che c’è dietro la creazione.  

«La scrittura rimane sempre il punto di partenza. Si procede per frammenti e frame da cui poi opera il videomodel. A quest’ultimo però non si dice mai cosa deve fare. Il prompt è sempre il contesto della scena: le intenzioni e soprattutto le emozioni». Come nel caso della world première di Alberto e il mare – cortometraggio interattivo realizzato da Jacopo Reale sulle musiche originali di Ennio Morricone per Malèna di Giuseppe Tornatore ed eseguito con una mini-orchestra dal vivo prima della presentazione dei finalisti – il raggiungimento di un’emozione è lo scopo finale. L’elaborazione, seppur artificiale, di un sentimento che deve travalicare la mera tecnica che, invece, spesso è la prima cosa che salta all’occhio quando si vede una creazione AI.

La giuria presieduta dal regista premio Oscar Gabriele Salvatorescomposta da Rob Minkoff, Catherine Hardwicke, Giacomo Mineo, Jed Weintrob, Jacopo Reale, Christina Lee Storm, Nils Hartmann, Brian Welk, Denise Negri, Filippo Rizzante e Guillem Martinez Roura – si è basata moltissimo su questo elemento oltre che sulla perfezione estetica dei corti.  

Catherine Hardwicke, Rob Minkoff

Il trionfo di A Face Only a Mother Could Love: tra maschere e attori digitali 

Il cortometraggio premiato al Reply AI Film Festival è stato A Face Only a Mother Could Love del canadese Robert Gaudette. Un film che racconta la storia di Marcel, un solitario ballerino parigino nato con una malformazione al viso, la cui vita è segnata dalle maschere che il padre gli faceva indossare da bambino e dall’incontro con una donna. Un’opera che è nata da una sceneggiatura senza budget. Gaudette ha utilizzato Grok, Nano Banana e Seedance ed è partito dalla creazione del personaggio principale.  

La questione degli attori “digitali” è una di quelle che sta a cuore a Gabriele Salvatores che, a margine dell’evento, ha sottolineato come per lui sia imprescindibile l’umano. «Venendo dal teatro, quindi abituato a lavorare con legno, chiodi, tele e esseri umani, per me è fondamentale avere qualcuno in carne e ossa. L’attore non è solamente una figurazione. Non è una marionetta che usi all’interno di una storia, ma qualcuno che ti può portare idee nuove, emozioni proprie. Delle cose che non avevi pensato. Quindi non potrei mai farne a meno».  

Il creativo canadese ha realizzato il corto lavorando da solo. In un certo senso capovolgendo la realtà del mondo cinematografico dove dietro a ogni opera lavora un team numerosissimo. C’è da sottolineare che non è la prassi. Anzi, la maggior parte dei dieci corti – tutti visibili gratuitamente sul sito ufficiale di Reply – sono il frutto di un lavoro collettivo. Tra questi c’è Le Drip di Alex Naghavi ed Ezra Li. Un cortometraggio animato che imita i dipinti a olio che racconta l’ultimo giorno di vita di un pesce (secondo sul podio). E anche il geniale Website di Jiaze Li, premiato per l’eccellenza nell’impiego dell’intelligenza artificiale con il Reply AI Studios Gran Prix.  

Robert Gaudette

Il ruolo della musica 

Tra le valutazioni compiute dalla giuria un ruolo essenziale era ricoperto dal comparto audio. Non è un’affermazione scontata perché nei cortometraggi totalmente in AI, anche la colonna sonora è gestita in alcuni casi dall’intelligenza artificiale. Compresi i voice over quando non c’è doppiaggio. Notevole il lavoro compiuto dall’italiano Simone Paradiso nel suo corto hollywoodiano Go Home in cui, da ex DJ e producer, ha curato nei minimi dettagli la soundtrack.  

«Quando scrivo un film parto sempre da una playlist» ci ha spiegato Salvatores, tra i principali sostenitori del film di Paradiso. «Mi capita spesso di aver pensato una scena in un certo modo, poi scoprire un brano musicale che mi condiziona e mi spinge a modificarla. È accaduto anche mentre stavo lavorando al mio prossimo film (La variante di Lüneburg, n.d.r.) ascoltando In the Modern World dei Fontaines D.C.». 

Quando parla di musica e AI però Salvatores è un po’ più critico. «Da una parte è una democratizzazione, come lo è stato l’uso del computer qualche anno fa. Dall’altra parte il rischio è che si creino tutta una serie di cose abbastanza insipide. Siamo già invasi da milioni di immagini e suoni. Un po’ di rallentamento e anche di difficoltà servirebbero. Miles Davis diceva: “Non ho bisogno di Coltrane come mio sassofonista. Ho bisogno di qualcuno che cambi la mia musica”. Ecco, l’improvvisazione e il suonare dal vivo, per esempio, sono qualcosa in cui l’umano è imprescindibile». 

AI sì o no? 

Una delle cose che abbiamo compreso al Reply AI Film Festival è che, in fin dei conti, l’intelligenza artificiale ha senso in quanto tecnologia al servizio dell’uomo. «Non è né buona né cattiva, dipende da come le usi. Per quanto riguarda il supporto negli aspetti tecnici, scenografie, costumi ed effetti speciali, l’ho usata nell’ultimo film e la userò anche nel prossimo» conferma Salvatores. Il discorso è diverso quando l’uomo tenta di sovvertire certe leggi incontrovertibili. «Molte cose mi spaventano dell’intelligenza artificiale, non tanto quelle applicate al cinema, che sono una piccola parte, ma quelle che riguardano la società». 

Chiacchierando con il regista di Mediterraneo, viene fuori il tema della morte e della perdita che l’AI, basti pensare agli ologrammi o alle simulazioni delle voci, vorrebbe annullare. «In Dracula di Bram Stoker il vampiro a un certo punto dice: “Sì, sono immortale, ma è faticosissimo vivere tutti gli anni e vedere sempre le stesse cose e gli stessi errori”. Annullare il senso di perdita potrebbe essere molto dannoso. La cosa bella è anche il fatto di renderti conto che alcune cose non le puoi fare. Dobbiamo essere coscienti dei limiti, senza sostituirci a Dio».  

D’altronde è la metafora insita anche in Centenarian Kindergarten: la vita, come la felicità, non può essere “obbligata”, nemmeno dall’AI. 

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