Interviste

La musica ha sbagliato tutto o forse no: l’intervista a Cosmo

Dimenticatevi la cassa dritta, il cantautore di Ivrea prosegue sulla strada della riduzione con il suo nuovo album “La fonte” in uscita venerdì. Un viaggio alla ricerca dell’essenziale della forma canzone strofa-ritornello, con la melodia e la voce al primo posto

  • Il14 Aprile 2026
La musica ha sbagliato tutto o forse no: l’intervista a Cosmo

Foto di Matteo Strocchia

La ripetizione che diventa cliché, la zona di comfort che lascia sempre più spiragli alla noia e una serie di sovrastrutture che coprono il vero senso e ammazzano le emozioni. Può capitare che si arrivi al punto di pensare che la musica abbia sbagliato tutto. Perché incapace di scioccare, dare fastidio, stimolare un sentimento e sovrastare il rumore del male. Ma non è La fine. Ne è convinto Cosmo che ha intitolato così il brano più politico del suo nuovo album, la canzone che spezza il disco in due. La fonte è frutto di una ricerca di sé, di un senso e di quell’incanto senza il quale «non viviamo più».

Se vi aspettate un ritorno dei toni festosi e della cassa dritta, non illudetevi. Il cantautore piemontese riprende il discorso lasciato in sospeso con Le ali del cavallo bianco e, per ritrovare l’essenza della musica, ha spogliato ancora di più le sue canzoni, sempre affiancato da Alessio Natalizia, senza il quale ormai racconta di non riuscire quasi più a scrivere un pezzo. «Avevamo degli spunti che volevamo approfondire dal disco precedente, delle intuizioni che avevamo avuto in brani come Talbonia e L’abbraccio» spiega Cosmo nel corso dell’intervista. Ritornare alla fonte per lui vuol dire cercare di posizionarsi nel presente. Riconquistando e riscoprendo l’importanza di certi rapporti e sperimentando con la sua voce, talvolta pulita e accompagnata da strumenti acustici, altre volte del tutto trasformata dall’autotune.

 Il nuovo album di Cosmo uscirà di venerdì 17, ma non è la fine. Anzi, la conferma che per l’artista di Ivrea è definitivamente iniziata una nuova fase della sua carriera. La musica da festa a tutti i costi rischiava di farlo rimanere imbrigliato e allora la svolta è stata ancora più radicale. Il nuovo album prenderà vita con un tour che si svolgerà al mattino, ad orari diversi a seconda della location, , a partire dal prossimo 24 maggio al Mi Ami a Milano. Per ridurre tutto all’osso e lasciare l’incombenza scenografica alla luce del sole, perché per un disco come questo c’era bisogno di ritornare alla fonte.

L’intervista a Cosmo

Da dove siete ripartiti con Natalizia nel lavorare a questo disco?

La prima volta ci siamo beccati a febbraio dello scorso anno. L’idea iniziale era di rivedersi per tornare a suonare insieme, ma senza avere la convinzione di fare un disco. La realtà dei fatti è che poi in tre giorni abbiamo scritto metà dell’album.

Quindi è stato tutto spontaneo?

Devo dire che abbiamo prima fatto un discorso e preso degli appunti ascoltando delle reference di cose che avremmo voluto prendere come spunto, ma di base siamo andati diretti verso la canzone. L’obiettivo era ritrovare la semplicità delle strutture strofa-ritornello, togliendo gli elementi dance per privilegiare di più le melodie. Quindi anche le ballad, ritmi presi in prestito dalla musica black e anche qualcosa di urban e di trance, come in Totem e tabù.

Quanto il lavorare in coppia ha influito in questo cambio di direzione?

Tanto. Oggi Cosmo è letteralmente un progetto a due. Prima ero abituato a lavorare da solo e a prendere tutte le scelte. Mi sembrava una benedizione il fatto di poter controllare ogni parametro e ogni aspetto. Dopo quattro dischi ho iniziato a sentire il bisogno di un parere esterno e di qualcuno come Alessio, che conosco da vent’anni, che mi aiutasse a trovare la via. Ci stimoliamo a vicenda e adesso non sento proprio l’esigenza di tornare indietro. Scrivo pochissimo, quasi niente, da solo ormai.

Tra l’altro c’è un utilizzo ancora più deciso dell’autotune.

Mi piace il suo suono perché è contemporaneo ed è un segno dei tempi. È stato un modo per agganciarmi al presente. A me l’autotune non ha mai dato fastidio, anzi, l’avevo già sperimentato in passato, ma in questo album ho proprio voluto giocarci perché mi permetteva di usare la voce in una maniera diversa. Voglio conoscermi sempre di più sotto quel punto di vista: evolverla e cambiarla anche toccando registri inediti, magari ancora più bassi o più vicini al recitato. Altrimenti sarei vinto dalla noia.

Hai utilizzato un verbo chiave per descrivere un disco come La fonte, conoscersi. Proprio al centro hai posizionato due pezzi manifesto, Per un’amica e Per mio fratello. Conoscersi è anche conoscere l’altro?

Sono temi sui quali rifletto da un po’. Quei due brani li ho scritti in momenti distanti, ma non solo a livello tematico, ma anche musicalmente, erano perfetti per stare vicini. Così come Parlare con te che parla del desiderio di sentire una persona solo per ascoltare la sua voce, senza avere nulla di particolare da dirsi. Rispetto al disco precedente mi sono concentrato su sentimenti più primordiali, come l’amicizia tra uomo e donna. Ecco, quello è stato un modo per conoscermi meglio.

Cioè?

Per un’amica nasce da una scoperta che ho fatto recentemente. Da uomo etero mi sono reso conto che l’amicizia femminile, una condivisione che va oltre l’attrazione fisica, è una cosa di cui ho bisogno e che mi fa stare bene. 

E invece con tuo fratello?

Il rapporto con mio fratello invece è strano. Di lui spesso mi ha colpito una certa malinconia, quelle piccole insoddisfazioni o difficoltà a sentirsi a posto nel mondo. Così ho scritto questo pezzo in cui ricordo quello che abbiamo vissuto da bambini. Qualcosa che ancora oggi percepisco in modo forte e vero.

Il fatto che questo nuovo album sia ancora più diverso rispetto a come il tuo pubblico ti ha conosciuto ti preoccupa?

La pressione di questa cosa non la sento. Sicuramente fare queste svolte non è quello la gente si aspetta. Sai, è vero che alcuni si sono fatti l’idea di me come quello che deve fare la musica da festa a tutti i costi. Però, anno dopo anno, sto cercando di abituare il pubblico al fatto che io possa andare un po’ dove mi capita, in base a una ricerca che varia a seconda del periodo. Già con lo scorso album ho iniziato a mettere i piedi in altre scarpe. Chi mi segue e si fida si farà un bel viaggio, poi è ovvio che qualcuno per strada l’ho perso e lo perderò, ma io continuerò a fare quello che mi viene in mente, senza tenere conto delle aspettative.

L’acqua della fonte nel corso dell’ascolto, come in Ciao, diventa lacrime. È un’associazione che avviene spesso nel disco.

Secondo me piangere è profondamente umano. È bello, lo faccio spesso quando mi emoziono. Infatti, quando scrivo le canzoni per me è una sorta di test: se a un certo punto arriva un momento in cui piango allora vuol dire che sono sulla strada giusta. Spesso ci si censura e si prova imbarazzo. Per me invece è come fare pipì, non devi trattenerti.

I concerti matinée sono stati concepiti per via della natura del disco?

No, in realtà avevo già registrato nella mia mente l’idea di fare questa cosa. Mi era capitato di farlo due anni fa e da lì mi ero ripromesso di fare un intero tour così. Quando è venuto fuori un album come La fonte ho capito che era l’occasione perfetta.  È un disco che si lega bene all’alba. Ho sempre fatto show con le luci molto aggressive, quindi il fatto di farlo di mattina è come andare alla fonte, nel senso di ridurre all’osso, fare soltanto una scenografia e affidarsi al sole. È stata una coincidenza, o meglio, un sincronismo.

A tal proposito che ne pensi del soft clubbing?

I matinée sono sempre esistiti e questa narrazione un po’ all’italiana che sta prendendo piede non mi piace. Il fatto che vengano descritti come una cosa sobria, a me sembra solo un tentativo di depotenziare ciò che avviene di notte. È come se ci fosse sempre necessità di imporsi l’autocontrollo, invece bisogna un attimo perdersi. Se faccio i concerti di mattina è proprio perché voglio liberare il giorno da quest’immagine pulita che ce ne siamo fatti. Le cose che si fanno di notte si possono fare anche sotto al sole.

Ne La fine dici: «Il male sta alzando la voce». La musica può avere un volume più alto?

Non lo so, è molto difficile. Non ho tutta questa fiducia nel fatto che la musica possa cambiare le cose. Sicuramente gli artisti più sono integrati a una lotta politica e meglio è. Questo continuo a smarcarsi non fa sicuramente bene alla consapevolezza collettiva, perché se non lo fanno gli artisti che operano sull’immaginario, chi altro lo può fare? Sì, in quel senso, dovremmo alzare un po’ il volume della musica e anche il volume di quello che diciamo.

Quando hai pubblicato Brucia tutto hai preso una posizione netta.

Sono stato due giorni con la tachicardia per quanto ero incazzato su tutto quello che stava succedendo. L’ho scritta proprio d’istinto. Il pezzo si apre con questa immagine forte di sparare in testa a Netanyahu che nasce da un ragionamento paradossale. Oramai posso dire queste cose senza timore, ce l’hanno insegnato lui e Trump. Se certi diritti saltano per qualcuno, poi saltano per tutti. La violenza e il rimuovere le regole non fa che aumentare il rischio, nessuno è più al sicuro.

Però La fine è un pezzo ottimista.

Sì, proprio perché io penso che in realtà, nonostante tutto questo schifo di base, la parola fine alla storia, non la metteranno le forze del male. Forse neanche le forze del bene, ma comunque si continuerà a lottare. Non che questo mi consoli, ma questo mi spinge a dire che non è mai la fine.

MATINÉE TOUR 2026

  • 24.05.26 – Milano @ mi ami FESTIVAL
  • 02.06.26 – Firenze @ Decibel Presents
  • 05.07.26 – Cesenatico (FC) @ acieloaperto festival
  • 12.07.26 – Bard (AO) @ Forte di Bard
  • 12.08.26 – Lamezia Terme (CZ) @ Color Fest
  • 15.08.26 – Ostuni (BR) @ Locus Festival
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