In “Solito Cinema” di Juli ci sono amici, musica e momenti indelebili: l’intervista
Abbiamo incontrato il produttore, musicista e autore per farci svelare cosa c’è dietro al suo album d’esordio in uscita venerdì 24 aprile
La scritta a led “è festa” appesa sopra la sua postazione non è mai stata più azzeccata per descrivere lo studio – o forse sarebbe meglio chiamarlo come la seconda casa – di Julien Boverod, conosciuto ai più come Juli. Una tastiera, un divano nell’angolo, un computer con un touchpad, un microfono per registrare e strumenti sparsi ovunque. Per non parlare dei diversi riconoscimenti tra dischi d’oro e di platino accuratamente incorniciati e appesi in giro per lo spazio. L’atmosfera è decisamente accogliente e mostra tutti i segni di esperienze vissute, di ricordi indelebili e di segreti sussurrati. Tutti elementi che sono stati raccolti per definire il nuovo e primissimo album di Juli, intitolato – per l’appunto – Solito Cinema, in uscita venerdì 24 aprile.
Il progetto discografico è figlio di attimi e momenti condivisi con gli artisti che fanno parte del disco. Da Fabio Concato a Tommaso Paradiso, passando per Fulminacci, Bresh, Franco 126, Biagio Antonacci, Coez, Emma, Elisa, Enrico Nigiotti, Tredici Pietro e alla ormai più che consolidata coppia con Olly. A tal proposito, mentre siede alla scrivania del suo studio, Juli mi confessa anche che i cori che si sentono nell’ultima traccia del disco sono proprio le voci dei suoi più cari amici: «Abbiamo reccato l’ultimo ritornello insieme, eravamo tutti qui». Una chicca che chiude l’album e che allo stesso tempo contiene l’essenza stessa del progetto.
Ascoltare le dodici tracce dell’album di debutto di Juli ha decisamente un altro sapore quando lo si fa in studio da lui. Quasi come se si percepisse maggiormente la costruzione di ogni brano, di ogni strumento e di ogni parola. Inaspettatamente non seguiamo l’ordine della tracklist, ma ne scegliamo una a testa da sentire facendoci trasportare dai fili del discorso. E forse anche questo fa parte del Solito cinema.
L’intervista a Juli
Come mai hai voluto iniziare dal farmi ascoltare Qui piangono tutti con Tredici Pietro?
In questi giorni è una bella colonna sonora, mi fa prendere bene il mattino.
Ho trovato interessante il twist spagnoleggiante che la contraddistingue. Inusuale quasi associato a Tredici Pietro.
Io e Pietro siamo amici da parecchio tempo e avevamo collaborato a uno dei suoi primi EP. Nel suo nuovo disco (Non Guardare Giù, ndr) poi ha preso più una piega più cantautorale e avevo in mente di fare un pezzo del genere con lui che ricorda un po’ una sonorità alla Biagio Antonacci. Quando ci siamo trovati in studio abbiamo provato completamente a caso e ci siamo gasati sin da subito. È stato bello.
L’album è nato con l’intenzione di essere tale o è una cosa che è “capitata”?
Il primo pezzo che è venuto fuori è stato quello con Tommaso Paradiso. Due anni fa avevo fatto una settimana di sessioni con lui per delle cose sue e da lì sono nati tre o quattro pezzi. Non li abbiamo mai pubblicati, ma uno di quelli è quello del disco, Che poi chissene frega. Le altre tracce invece sono nate una dopo l’altra in maniera completamente casuale, senza pormi un obiettivo preciso. L’unica traccia che ho tenuto per ultima è stata quella con Olly. Volevo che fosse la chicca finale.
Cioè?
A disco finito mi sono messo lì con Fede (Olly, ndr) per fare una cosa che fosse diversa dal nostro solito, per quanto anche Cantilene abbia un sacco di sonorità che già ci sono in Tutta vita.
Il pezzo ha anche uno switch importante nella produzione.
Il fatto che ci sia metà traccia in un modo e metà in un altro è anche un modo di salutare il disco. Sono contento di come abbiamo lavorato, ma non ti nego che ogni tanto c’è stata anche la domanda sul fare o meno un cambio. La prima parte è più intima, ma poi quando switcha mi piace molto. Me la immagino molto ai live. Negli stadi a Genova questa estate sarà una figata.
Quale pensi sia il tuo tratto distintivo nelle produzioni?
Sarebbe scontato risponderti la chitarra, quindi ti dico la struttura delle canzoni. Sia in ambito di produzione tecnica, che di scrittura, di melodia e di linea vocale credo che i ritornelli siano la parte dove sia più evidente che ci abbia lavorato anche io.
Rispetto alle produzioni odierne, come si può sconfiggere invece la monotonia dei suoni?
Quello è difficilissimo. Ultimamente sta tornando molto la musica suonata e quindi c’è più libertà. Il suono cambia già solo da come impugni uno strumento. Sulle parole, sugli argomenti e sulle linee vocali, invece, mi rendo conto anch’io che più ne facciamo e più c’è il rischio di ripetersi. Si può sconfiggere soltanto sbattendoci la testa in continuazione, trovando sempre soluzioni diverse.
Un altro tema di grandissima attualità è l’uso dell’intelligenza artificiale nelle produzioni. Tu che posizione hai?
Io sono poco nerd a riguardo e quindi non l’ho ancora sperimentata bene, ma è una cosa che voglio fare. Ritengo che, se usata nel modo giusto, sia molto utile, ad esempio in ambito di produzione per avere degli spunti. Ovvio che sono più fan dello strumento impugnato e suonato dal vivo, però se in futuro mi dovesse essere utile, perché no?
Sei produttore, autore, musicista, direttore artistico. Come concili tutte queste tue anime?
La curiosità vince sempre su tutto. Per quanto abbia fatto una lunga gavetta, questo è sempre un mondo un po’ nuovo per me. La direzione artistica dei live di Olly l’ho sempre fatta con lui ed è una cosa che abbiamo scoperto insieme. Già quando scriviamo le canzoni immaginiamo come potrebbero essere live. Quello che mi piace di più è il fatto che il mio lavoro non si limiti a scrivere una canzone in studio, ma pensare che prenderà vita anche in un secondo momento.
Solito Cinema è una frase che dici spesso con i tuoi amici e ora è il titolo del tuo primo progetto discografico. Raccontaci meglio.
Da qualche anno mi capita di ritornare a casa alla sera e di dire: “che cinema che è stato oggi”. Oggettivamente ormai sembra sempre più normale, però ho dei momenti della giornata o della vita in cui riesco ancora a essere stupito, un po’ come se fossi il ragazzino di 5 o 6 anni fa. Le cose che mi sono successe negli ultimi anni sono incredibili. Potrei farti una lista infinita di momenti straordinari. A furia di dire: “che cinema”, ormai è diventato il Solito Cinema.
Fammi una top tre di cose che ti fanno dire Solito Cinema.
Sicuramente metto la vittoria Sanremo dell’anno scorso, poi metterei tutte le sessioni che ho fatto con i ragazzi che sono presenti nel disco. Ritrovarsi anche solo a parlare o a scrivere con Biagio Antonacci è una roba che ora magari è normale, ma quando ho quei 5 minuti in cui mi distacco dalla realtà mi dico proprio “ma che ca**o” per lo stupore. E infine metto nella top tre l’essere riuscito a comprare casa con il mio lavoro. Soprattutto se penso ad anni fa, quando dovevo risparmiare anche i soldi per il caffè.
Gli artisti presenti nel tuo album sono molto diversi tra loro sia come percorsi artistici che per età anagrafica. Come nasce questo cinema?
Ho collaborato con le persone che stimo a livello artistico e personale. Il fatto che abbiano età diverse, vite opposte, è stato bello. Anche solo sentire le loro storie, magari di persone di cui sono sempre stato fan, è incredibile. Ho notato che siamo tutti molto simili. Tutti noi abbiamo fatto delle gavette lunghe ed è bello sentire un Biagio che ti racconta la sua storia di 30 anni prima e poi fare sessione con Tredici Pietro. Quindi, come dico sempre, è sicuramente un viaggio che mi ha arricchito non solo in ambito artistico, ma anche a livello umano.
Visto che l’hai citato un po’ di volte, ti va di raccontarci un aneddoto dietro alla traccia con Biagio Antonacci?
L’estate scorsa ero in vacanza in Sardegna con i miei amici e lui mi ha scritto dal nulla. Già quella è stata un’emozione che rientra nel Solito Cinema. Io conosco bene il figlio, Paolo, con cui ho scritto anche il brano Brutta storia di Emma. Biagio mi ha mandato un provino piano voce del brano L’ultima canzone e mi ha detto che il figlio gli aveva consigliato di rivolgersi a me per la produzione. Nel giro di qualche mese gli ho poi chiesto se me lo lasciava per il disco.
Voilà con Fabio Concato suona come una poesia.
Anche questa rientra nelle cose incredibili che non avrei mai pensato di fare. Chi l’avrebbe mai detto che aprendo Spotify si potesse leggere il mio nome accanto a quello di Concato. Io devo solo ringraziare lui, il brano è già edito del 2003. Mi piace che nel disco ci siano sia brani che ho scritto e prodotto, sia brani a cui ho solo aggiunto la produzione e altri ancora – come questo – che hanno preso un’altra vita. A livello tecnico è stata una sfida.
Anche Vertigine si distingue, sono circa 4 minuti di sola chitarra.
Quel brano nasce dalla mia voglia di fare un momento solo chitarra durante i live di Olly. Durante questi due anni di tour costruivo piano piano questo pezzo. Inizialmente erano trenta secondi, poi un minuto e così via. Mi è venuto spontaneo volerlo incidere in studio. Inoltre, mi sembrava l’occasione giusta per inserirlo nel mio album proprio per avere uno spazio solo musica. Non ti nego che anche in futuro mi piacerebbe fare più strumentali o più brani senza voce, perché alla fine è quello che so fare io meglio, credo.
Cioè?
Questo brano è il mio momento. Per quello che faccio nella vita sono sempre contentissimo di non essere mai solo e di essere sempre il braccio di qualcuno, perché è bellissimo, è una sensazione stupenda. Mi piace anche ogni tanto avere il mio spazio e fare quello che so fare, quindi solo chitarra.
Cosa possiamo aspettarci per il futuro?
Vorrei tanto saperlo anche io. Ormai sono pronto a tutto. Vivo alla giornata tutte le cose belle che mi stanno capitando. Spero che il disco piaccia e che arrivi a chi deve arrivare nel modo giusto.
