Interviste

“Fearless”: Mia Moretti e l’arte di suonare senza ricetta

Dalla consolle alla poesia, passando per la sua label Spaghetti Moretti Records: la DJ continua a muoversi restando fedele a sé stessa. L’abbiamo incontrata al party di lancio del “Diavolo veste Prada 2”

  • Il28 Aprile 2026
“Fearless”: Mia Moretti e l’arte di suonare senza ricetta

Foto di Marco Fornasiero

DJ, produttrice e fondatrice della label Spaghetti Moretti Records, Mia Moretti è una delle figure più interessanti nel panorama contemporaneo tra musica, moda e cultura. Con base a Los Angeles, l’artista californiana ha costruito negli anni un percorso unico, partendo dai vinili fino ad arrivare a una visione artistica fluida e multidisciplinare. Dove rientra persino la poesia, come ci spiegherà in questa intervista.

L’abbiamo incontrata dopo la premiere de Il Diavolo Veste Prada 2, dove ha animato la serata con un DJ set costruito completamente sull’istinto: nessuna scaletta, ma una selezione nata in tempo reale osservando il pubblico e lasciandosi guidare dalle sensazioni del momento. È proprio questo il suo approccio, non solo nelle performance ma anche nella gestione della sua etichetta: avere gli ingredienti, conoscere i suoni, le persone e le possibilità, ma senza mai seguire una ricetta fissa. Tutto cambia in base al contesto e all’energia che si crea.

L’intervista a Mia Moretti

Mia, tre anni fa hai fondato la tua label, Spaghetti Moretti Records. Com’è stato costruirla e come scegli i talenti su cui puntare?

Costruire una label è un po’ come mettere insieme un puzzle. Hai tanti pezzi, tante persone, tante idee, e devi capire come farle combaciare nel modo giusto. Non è solo questione di musica, ma di visione, di timing, di come le cose si incastrano tra loro. Per molto tempo ho pubblicato solo le mie tracce, ora invece sto aprendo le porte ad altri artisti, ed è una responsabilità diversa. Scelgo persone che mi danno qualcosa di autentico, che hanno una loro identità. Prima mi sentivo come una chef: avevo il controllo completo, decidevo tutto. Adesso mi sento più una baker. Ho gli ingredienti, ma la magia sta nel processo, nel lasciare che le cose prendano forma anche da sole. E ogni volta il risultato è diverso.

Sei DJ da oltre 15 anni e hai iniziato con i vinili. Che rapporto hai oggi con quel formato?

Il vinile è una cosa completamente diversa. Quando suoni sei più limitato, devi prepararti di più, devi sapere esattamente cosa porti con te. Non hai accesso infinito come nel digitale. Ma proprio per questo è bellissimo. Ti costringe a fare scelte, a essere più intenzionale. Recentemente ho fatto una serata a Milano tutta in vinile ed è stato speciale. È un altro tipo di esperienza, più fisica, più presente. E ogni tanto mi piace tornarci proprio per risentire quella connessione.

Guardando indietro, che consiglio daresti alla Mia di qualche anno fa?

In realtà è strano, ma credo che farei il contrario: chiederei consiglio alla me più giovane. Ero molto più “fearless”. Non mi importava di quello che pensavano gli altri, facevo semplicemente quello che sentivo. Crescendo, a volte perdiamo quella libertà. Inizi a guardarti intorno, a confrontarti, a dubitare. Invece quella versione di me non ne aveva bisogno. Quindi più che dare un consiglio, cerco di ricordarmi di tornare a quella energia.

E ai DJ emergenti di oggi, cosa diresti?

Di non copiare. Vedo tantissimi DJ che cercano di replicare un modello, una formula, qualcosa che ha funzionato per altri. Ma così si perde tutto. Anche se non sai ancora esattamente chi sei, va bene. Esplora, sperimenta, sbaglia. È così che trovi la tua voce. Suonare “dal cuore” non è una frase fatta. È letterale. Se è qualcosa che senti davvero, arriva.

Che rapporto hai con i social e la tecnologia, oggi così centrali nella musica?

I social sono importanti, è inutile negarlo. Ma sta a te decidere quanto e come usarli. Il mio consiglio è trovare il linguaggio che ti appartiene. Per me Instagram è naturale, perché sono molto visiva. Mi piace costruire un’estetica, giocare con le immagini. Per altri può essere il video, o parlare in camera, o raccontare il processo creativo. Non importa cosa scegli, ma deve essere qualcosa che ti viene spontaneo. Se diventa una forzatura, si sente. E a quel punto diventa solo un altro lavoro, non uno spazio creativo.

Parliamo del futuro: cosa hai in programma per lestate, nuove uscite all’orizzonte?

Sarà un’estate molto intensa. Ho tanti progetti in uscita, pubblicherò nuova musica praticamente ogni mese. E poi ci saranno anche le prime release di altri artisti della label, che è una cosa che mi emoziona molto. Sto costruendo qualcosa che va oltre me stessa. In più sarò in Europa per tutta l’estate, con una residency a Ibiza. È la prima volta che riesco a fermarmi così a lungo qui, e sono molto felice perché avrò finalmente il tempo di collaborare davvero con altri artisti locali.

Oltre alla musica, ti stai dedicando anche alla poesia. A maggio uscirà “Coffee Poems: ci racconti questo progetto?

La poesia è sempre stata parte di me. Durante il Covid, quando non potevo suonare, è diventata una necessità. Era il mio modo di esprimermi. Ho pubblicato una serie di libri chiamata Low Touch Economy, molto legata a quel periodo. Poi ho smesso, anche perché con il ritorno alla musica non trovavo più il tempo. Ma mi mancava. Così ho iniziato a scrivere questi “coffee poems”: pensieri brevi, quasi appunti del mattino. Non sono poesie strutturate, sono più immediate, spontanee. Mi piace l’idea di buttarle giù, senza troppa pressione. E ora sto lavorando a raccoglierle in un nuovo libro.

È un processo molto bello, anche fisico: lavoro con una tipografia – letterpress a Los Angeles, dove porto tutti miei versi e costruiamo l’opera da zero in un solo giorno. Prepariamo le matrici, componiamo le pagine e stampiamo tutto manualmente con la pressa. È un lavoro molto concreto, fatto di tempo e attenzione, ed è proprio questo che lo rende speciale.

Articolo di Ludovica Boi

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