Vins non si è mai divertito così
Classe 2001 e direttamente da Fasano, in questa intervista Vincenzo ci ha spiegato come è diventato il King della sua vita
Vins, foto di Michele Perna
GENb è il format editoriale di Billboard Italia pensato per dare agli artisti emergenti più interessanti lo spazio che meritano, attraverso una serie di cover digitali che raccontano a tutto tondo le next big thing della scena, selezionate direttamente dalla redazione. Nel 2026 AW LAB, adidas e GENb uniscono le forze per accompagnare nel loro percorso i nuovi talenti più promettenti. Un’alleanza naturale, che nasce da un linguaggio condiviso fatto di musica, cultura urbana e stile contemporaneo. Il nuovo protagonista è Vins.

Foto: Michele Perna
Stylist: Sofia Spini
Ass. stylist: Francesca Latini, Giorgia Calia
«La gente fa troppo overthinking, ma vivere è una cosa semplicissima». Basterebbe questa frase per riassumere il modo in cui Vins – classe 2001 e direttamente da Fasano – concepisce l’esistenza e lo stare al mondo; eppure dietro questa affermazione spontanea e che tutti dovremmo ricordarci un po’ più spesso, c’è tutto un universo da scoprire. Prima infatti di arrivare a non essersi mai divertito così, di essere la dimostrazione per il prossimo Conchi DJ di sette anni che un desiderio può realizzarsi anche dove sognare sembra essere un verbo proibito e di volerlo fare per tutte le persone a lui vicine che «ogni giorno sgomitano per trovare un proprio posto in questo mondo», Vincenzo ha dovuto fare i conti con un contesto che più volte ha cercato di spegnergli la fiamma, ma senza mai riuscirci.
Da quando da bambino andava all’asilo con il mantello perché voleva essere un supereroe a quando rappava con il nome di Piranha MC – perché «se non avevi MC nel nome non eri nessuno» -, a Vins non è mai importato nulla di quello che le persone potessero pensare di lui se il risultato era «creare un valore per qualcuno e per Fasano». «Meditare per la legge causa effetto», infatti, non è solo un mantra buddhista, ma la cosa che Vincenzo – da vero King della sua vita, come il titolo di uno dei pezzi che ha scritto – si ripete in continuazione per tenere il suo stato vitale il più alto possibile, perché solo così «la gente col tempo si convincerà di quello che fai perché le arriverà solo la felicità».

L’intervista a Vins
Com’è la vita a Fasano?
Rispetto a quando ero piccolo, Fasano è cambiata tantissimo, paradossalmente da paese provincialissimo di campagna è diventata molto più una città. Fasano poi è strana: non c’è tanto supporto, se fai musica è sempre meglio quello che la fa nel paese di fianco. Io avevo la mia comitiva e facevamo sempre le cose tra di noi: c’è chi aveva la passione per la moda, chi quella per la musica, chi per gli eventi. All’inizio Fasano la odiavo, dicevo sempre “me ne devo andare da qui”.
Addirittura?
Conta che io facevo musica già a 11 anni. Mettevo un sacco di video su Facebook mi chiamavo Piranha MC, perché se non avevi MC nel nome non eri nessuno. In paese mi dicevano che ero uno scemo, ma a me non è mai fregato niente: quando mi attaccavano, io rispondevo ancora più forte. Sono sempre stato così anche da bambino: andavo all’asilo col mantello perché volevo fare il supereroe, non mi interessava niente di quello che pensavano gli altri. La cosa assurda era che a Fasano c’era un solo rapper storico, e la mia maestra delle elementari era sua sorella. Era l’unica che mi capiva, che mi buttava in mezzo e mi diceva “vai, fallo”.
E ti ha linkato con lui?
No, ma perché a Fasano se non rappi street non ti caga nessuno, e io non rappo street perché non vivo quella roba. Io sono proprio così come mi vedi: mi piace parlare delle cose che mi succedono, di amore. Sono sempre stato fuori dalla narrazione di strada, e non mi connette nemmeno da ascoltatore.
Rrari dal Tacco mi raccontava che prima chi faceva il rapper non era ben visto in certi contesti, piuttosto era meglio fare il neomelodico: è così anche a Fasano?
Assolutamente sì, ma dopo il neomelodico c’era lo street rap. Io, Rrari e Yugi andavamo negli stessi locali a fare le aperture, ma io ero sempre quello che faceva il pezzo d’amore o la roba cantata, perché le mie influenze erano quelle: quando lavoravo alla braceria di mio padre si ascoltavano solo Mario Biondi, Nina Zilli, Tiziano Ferro.

Secondo te qual è la differenza con città come Napoli e Milano?
Il fatto che non ci siano stati esempi. Se giù dici che nella vita vuoi fare il cantante, la gente ti manda a fare in culo. Per vari motivi non c’è l’idea di poter realizzare un sogno. Per me lo switch c’è stato quando sono andato a Bari, che rispetto a Fasano era tutta un’altra situazione. Stando lì mi sono detto che da quel momento in poi avrei fatto la mia roba e basta, ho totalmente cambiato mentalità e anche il modo in cui percepivo il mio paese: se prima lo odiavo, sono entrato in uno stato vitale così alto che non ho potuto che provare amore, e l’ho percepito anche dagli altri. Ho sentito molto più supporto, e abbiamo iniziato a fare veramente delle cose per Fasano.
Però per farlo hai dovuto spostarti: come si trova la motivazione in un posto che un po’ ti tarpa le ali?
Secondo me se la pensi sul posto, è una partita che perdi in partenza. Io voglio pensarla sulle persone. Ora ad esempio mi è capitata una cosa assurda: c’è questo tipo di sette o otto anni, Conchi DJ, che è di una frazione di Fasano e voleva conoscermi perché è mio fan. Io mi sono preso veramente delle mazzate per questa cosa della musica, ero lo scemo del liceo, ma quando crei un valore per le persone allora tutto questo ha un senso. La mia famiglia poi è buddhista, e il mantra del buddhismo è meditare per la legge causa effetto. Anche se sono l’ultimo degli stronzi, sento di avere un dovere: verso Conchi DJ, verso sua madre che sa che quella cosa si può fare. Per questo devo insistere.

E i tuoi come l’hanno presa questa cosa della musica?
All’inizio non bene. Facevo marketing e comunicazione a Bari. Matematica, statistica… fondamentalmente non me ne è mai fregato niente, però pensavo che potesse servirmi a qualcosa. Quando ho mollato non parlai con mia madre per un po’ di tempo: lei mi diceva “ma non puoi farlo come hobby il sabato sera?”, come nei film di Checco Zalone. Ora invece è venuta un po’ di live e mi dice di continuare, anche se i concorsi di Poste Italiane e delle Ferrovie dello Stato ancora me li manda. Tutto però sta nel tuo stato vitale: se è altissimo, la gente col tempo si convincerà di quello che fai perché le arriverà solo la felicità, non le arriverà il dubbio.
Qual è stata prima cosa che hai fatto che ti ha fatto sentire veramente convinto?
Forse questo EP che facemmo che si chiamava Pensati libero. Quando stavo a Fasano facevo mille lavori per pagarmi uno studio perché non c’era nessuno che ti facesse registrare gratis. Lavoravo con mio padre, facevo i catering, lo steward. Poi a Bologna ho conosciuto i miei soci e ho iniziato a registrare con loro. Lì ero convinto perché finalmente ero circondato da persone che viaggiavano sulla mia stessa wave, con cui avevo la stessa connessione. Quando capisci che intorno a un pezzo c’è quella nuvola di felicità, quello è il pezzo più grande che puoi fare.
E questa la vibe che vuoi trasmettere con la tua musica?
Totalmente. Questo sono io e questa è l’educazione che mi ha dato la mia famiglia: fare del bene e farlo con la musica. Io nella vita non ho vizi, ho solo questo ideale gigante di dire “raga, io forse sono lo stronzo che si prenderà merda e non andrà da nessuna parte, però magari domani nasce un Conchi DJ che spacca ancora di più, e in lui c’è un piccolo frammento di Vincenzo”. Devi manifestare, andare in studio, farti il culo, essere quello che cambia le cose, perché finché pensi che non si può fare niente, allora continuerai a non fare niente. Per Non ti sei mai divertita così abbiamo fatto questo. Ci eravamo riuniti e ci siamo detto “ora dobbiamo spaccare, perché la vita che facciamo ci fa schifo a tutti e la dobbiamo cambiare”. La gente overthinka troppo sulle cose, ma vivere è una cosa semplicissima.
Mi sembra un bellissimo messaggio.
Bisogna prendere coscienza del fatto che anche qui possiamo avere delle possibilità: gli studi ora ci sono – c’è anche il mio, che abbiamo aperto nella vecchia macelleria di mio nonno anche grazie ad Island -, ci sono un sacco di situazioni, luoghi di ritrovo.
Tu hai anche un tuo collettivo.
Sì, Expresso. All’inizio era nato solo per la musica, per bookarci i live, poi l’abbiamo aperta a tutti coloro che avevano la nostra stessa mentalità, che è l’unica cosa che conta. Penso al mio migliore amico di una vita, che sgomita continuamente per avere un tozzo di pane e si spacca il culo dalla mattina alla sera, a mia sorella che ha studiato scenografia per tutta la vita ed è la persona più creativa che conosca, la mia più grande ispirazioni, ma fa la cameriera e altri mille lavori per pagarsi i corsi. Loro sono Expresso di mentalità. Ho la fortuna di avere un piccolo megafono davanti a me, e devo farlo per loro.
Come potrebbe mai passarmi per la testa di farmi le paranoie o demotivarmi quando davanti a me ho persone che ogni giorno lottano per trovare un proprio posto nel mondo? Come faccio a non spingere, a non essere felice ogni giorno quando ho un privilegio così grande come il poter far musica?

E il passaggio a Milano com’è stato?
È stata una scelta difficile, ma ora l’ho metabolizzata e sentivo di dovermi un po’ distaccare. Sono qui da pochissimo, ma mi sono detto che devo essere una spugna, prendere tutto quello che arriva di positivo e portarlo giù a modo mio.
A livello creativo come hai vissuto questo spostamento?
Molto bene: finché stai nel tuo paese, parli solo ai tuoi amici. Ma quando sei in una città come Milano senti che la tua musica parla al mondo, la senti veramente reale. A me gasa il fatto di correre per un obiettivo.
Hai lavorato anche con Mace in MAYA.
Quella è stata un’esperienza incredibile. Non c’è bisogno che dica quanto Mace sia un genio o quanto sia mistico perché è evidente, ma la cosa più importante che mi ha insegnato è il potere delle parole. La prima volta che abbiamo registrato la mia strofa mi ha detto: così non va bene. Allora l’ho riscritta, ero mega motivato, e ho iniziato a riflettere di più e a capire che un concetto puoi dirlo anche con meno parole e può essere comunque potente.
Adesso però voglio sapere perché hai chiamato il tuo pezzo #ennyp.
Perché Enny P è la più loyal di tutti. Una delle prime serate che ho fatto a Milano è stato un release party di Night Skinny, e lei mi ha fermato dicendo che mi scriveva dal 2023, da quando era uscita Non ti sei mai divertita così, e cantò una strofa di un mio vecchio pezzo davanti a tutti i suoi amici. Rimasi veramente di stucco, e da lì totale supporto reciproco. E poi è iconica: a me piacciono le persone che vincono nonostante tutto, nonostante le critiche. Quindi dico “sorella, hai tutta la mia cazzo di stima”.
Che programmi hai per il 2026?
Pezzi su pezzi e live: questa estate suoniamo un sacco in giro, full band, roba mega suonata. Ho fatto un pezzo che descrive esattamente quello che penso della vita, e infatti si chiama King della mia vita. Tutti siamo i king della nostra vita, solo che a volte facciamo fatica a capirlo.
