Birthh: «Non mancano le artiste, manca lo spazio»
Lontana dall’Italia riscopre la sua lingua, dentro la musica trova un percorso terapeutico: in occasione dell’uscita dell’album “Senza Fiato”, Birthh parla di autonomia, relazioni e di un settore che è ancora un po’ indietro
Foto di Jeff Harris
Lontana dall’Italia riscopre la sua lingua, dentro la musica trova un percorso terapeutico: in occasione dell’uscita dell’album Senza Fiato, Birthh parla di autonomia, relazioni e di un settore che è ancora un po’ indietro. «È stato proprio trasferirmi a New York che mi ha fatto venire voglia di scrivere in italiano. Mi sono messa ad ascoltare tantissimo Gino Paoli, Mina, Lucio Battisti e a fare la pasta fresca. Perché mi facevano sentire a casa» racconta. Ha già una bella carriera alle spalle come songwriter, producer e 3 album in inglese, pur avendo solo 29 anni. Questo che è uscito settimana scorsa, Senza fiato, è il primo album nella nostra lingua di Alice Bisi, fiorentina, anche se l’accento toscano si sente davvero poco.
«Gli ascolti alla fine influenzano moltissimo il modo di scrivere. E io facendo freestyle non so mai bene che cosa uscirà dalla mia bocca!» racconta lei, protagonista della nostra rubrica Women in Music, «mi capita spesso di iniziare in inglese e finire in italiano o viceversa. La prima esigenza che avevo era di parlare alle persone che hanno la mia stessa esperienza, quindi che vivevano in America ma non erano nate lì. E così a un certo punto mi sono chiesta: ma se facessi un disco solo in italiano?».
L’intervista a Birthh
Di cosa ti sei resa conto stando lontana dall’Italia?
È una cosa che si dice sempre e non immaginavo così tanto ma pensavo di trovare l’amore e il calore della famiglia, ma ovviamente non li ho trovati. Ti rendi conto di quanto siano importanti. Anche se lì ho trovati degli amici fraterni. In realtà, banalmente io pensavo di risolvere i miei problemi cambiando posto, invece i problemi sono rimasti. È stato più terapeutico il lavoro di scrittura del disco in questi due anni. Ora sto un po’ meglio ovunque io sia.
In Bene (da sola) dici che hai imparato a stare bene anche così.
Diciamo che è una cosa che sapevo anche prima, però nella vita non ho mai avuto degli esempi positivi di relazioni romantiche. Diciamo che prima tendevo ad annullarmi per l’altra persona perché ero convinta di non poter stare da sola. Sono convinta che sia molto più difficile volersi bene che volere bene a un’altra persona. E poi c’è un certo tipo d’amore che puoi dare solo tu a te stessa, non si può nemmeno pretendere dagli altri. Per questo ho scritto Truman: per dire e per ricordarmi che io sono tutte le cose che mi piacciono quando sono da sola.
Per te è fondamentale la produzione del disco, nella rubrica Women in Music mi capita spesso di chiedere: ma perché ci sono così poche producer donne?
È davvero importante ma mi rendo conto che sia bello e importante anche lasciare spazio alle collaborazioni perché così ci può essere uno sguardo esterno sul lavoro molto più fresco. Ha curato con me la produzione Chef P (Pietrino dei 2ndRoof, ndr) e abbiamo lavorato soprattutto sul togliere. Perché io sono molto massimalista e aggiungo un sacco di suoni. Mi sono trovata incredibilmente bene con lui, anche perché abbiamo delle esperienza di vita molto simili.
Nel 2026 pensi che abbia ancora senso chiedersi perché non ci siano tante artiste donne?
Mah, vedendo anche l’ultimo Sanremo, penso abbia senso parlarne. Io ho tante amiche che si occupano di produzione ma penso sia più un tema di mentalità del pubblico. Non so come si possa cambiare. Forse sta più a voi media che facciate emergere le artiste, non solo in contesti dedicati alle donne perché se no rimangono confinate.
Magari anche per dare degli esempi positivi?
Io non ho avuto grandi esempi davanti in effetti.
Hai notato differenze quando eri a New York?
Decisamente sì, è tutto molto di più alla pari. C’è un rispetto totalmente diverso. Ovviamente è un discorso che non riguarda solo il mondo della musica: le donne devono farsi il doppio del mazzo degli uomini, sempre. Io almeno me lo sono fatto e ora posso dire di essere soddisfatta, almeno quello. Poi bisogna ricordare che ci sono categorie di persone che devono faticare ancora di più: per esempio, le donne di colore in Italia. Ma ormai deve essere chiaro questo: la lotta deve essere sempre intersezionale, non può essere solo una. E poi mi scoccia che si debba combattere quando magari c’è un posto disponibile e allora due ragazze devono contenderselo. Perché di donne valide ce ne sono molte anche da noi.
Chi ti piace delle artiste italiane?
Per esempio, La Niña, che trovo fortissima, e Anna and Vulkan.
In Inferno racconti un episodio personale, lo sfratto che subì la tua famiglia quando tu avevi solo 6 anni: quanto ti ha influenzata?
Moltissimo. Penso che sia cambiata la vita di tutta la mia famiglia da allora, non solo la mia. I proprietari della casa dove vivevamo in affitto decisero di venderla senza avvisarci e i miei non potevano permettersela. A mia nonna venne un ictus due settimane dopo il trasloco, non penso sia stato un caso. Sono convinta che succedano fatti ancora peggiori, perché spesso le persone non hanno nemmeno un tetto sotto cui vivere. Però in questi anni, mi sono resa conto sempre di più del divario tra classi sociali. Forse stando anche a New York che è una città estremamente capitalista e dalle differenze enormi.
Purtroppo penso che ci siano dei pattern che ci tramandiamo da una generazione all’altra. Ma la mia generazione penso sia la prima così disillusa. Sicuro non pensiamo che studiando, trovando un lavoro e mettendo su famiglia, la dobbiamo trovare per forza. Devo dire che quando ero piccola tendevo molto ad assumere atteggiamenti da adulta. Invece, crescendo, sono tornata a giocare moltissimo coi miei amici e le mie amiche.
E a cosa giocate?
A tutto. Giochi da tavolo classici, giochi con le parole o con gli scenari che ci immaginiamo.
E tu a cosa sei brava?
Ping-pong, anche se Emma Nolde mi ha battuta alla grandissima. Mi ha davvero stracciato!
