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“Il Diavolo Veste Prada 2” è una coltellata lucida al declino dell’editoria

A vent’anni di distanza, il sequel funziona. Eccome. E fa male, più di quanto ci si aspetterebbe da un film che, almeno sulla carta, dovrebbe essere solo intrattenimento. Ma la vera domanda è: lo capirà anche chi questa crisi non l’ha vissuta?

  • Il29 Aprile 2026
“Il Diavolo Veste Prada 2” è una coltellata lucida al declino dell’editoria

Il Diavolo Veste Prada 2, Meryl Streep e Anne Hathaway, foto ufficio stampa

Se Il Diavolo veste Prada 1 vi è piaciuto, se i sequel di solito vi deludono il 90% delle volte e se avete lavorato nell’editoria negli ultimi 20 anni, difficilmente non apprezzerete il 2. Sono tre premesse piuttosto doverose e necessarie. Innanzitutto, se il primo vi è piaciuto è chiaro che sapete che non state andando a vedere l’ultimo film di Lars von Trier o di Alfonso Cuarón. Nella sua categoria di film leggero, però, il primo Diavolo veste Prada, anno 2006, è diventato un cult per la sua sceneggiatura brillante, le battute iconiche e grazie agli attori: Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci e soprattutto Meryl Streep.

Con queste premesse, il rischio era altissimo. I sequel, si sa, spesso esistono solo per sfruttare un successo già consolidato. Sono operazioni pigre, ripetitive, senz’anima. E invece qui succede qualcosa di diverso. Qui si affonda il coltello. Con precisione. Perché Il Diavolo veste Prada 2 non è solo un ritorno nostalgico. È un film che guarda in faccia il presente, e lo fa senza troppi filtri. Se avete lavorato in una redazione, anche solo per poco, ci sono momenti che risultano quasi insopportabili per quanto sono veri.

All’inizio del Diavolo veste Prada 2 un fatto agghiacciante ma realistico

Il film (senza spoilerare troppo la trama) parte con un episodio agghiacciante ma purtroppo accaduto realmente. Andy Sachs (ovvero Anne Hathaway, se ve lo foste dimenticati), che in questi 20 anni è riuscita a costruirsi una brillante carriera ricca di riconoscimenti e di premi giornalistici, si ritrova a una serata di gala per riceverne, appunto, uno. E mentre ascolta l’elenco delle nomination riceve un sms che le fa perdere totalmente la gioia e la concentrazione.

Lei, e tutti coloro che siedono al suo tavolo, sono stati licenziati dal loro editore. Per questo, quando sale sul palco per i ringraziamenti, racconta incredula l’episodio e il suo monologo diventa virale sui social. E tutto questo è tutt’altro che irrealistico, perché nel 2021, 129 giornalisti di El Pais vennero licenziati dall’oggi al domani con una mail, mentre 300 del Washington Post vennero avvertiti dalla proprietà di Jeff Bezos a febbraio di quest’anno.

20 anni dopo: il mondo dell’editoria totalmente cambiato

Anche il fatto che Andy venga ricontattata dal vecchio editore di Runway per risollevare la reputazione del giornale, senza passare dal direttore (che è sempre Miranda Priestely/ Meryl Streep piuttosto infastidita) è tutt’altro che lontano dalla realtà. Miranda Priestly è appunto sempre lì, ma è cambiata. O forse è il mondo intorno a lei ad essere irriconoscibile. Tagli al budget, alle spese, denigrazione e frustrazione del lavoro giornalistico. Le views e i brand prima di qualsiasi altra cosa.

Andy porta la sua “expertise”, come lei stessa la definisce per darsi un tono di fronte a Emily (Blunt, ndr) che nel frattempo è diventata un pezzo grosso di Dior (anche questa dei giornalisti che passano alla comunicazione dei brand di lusso, non proprio una storia nuova). Ma non fa che ricevere batoste sui denti. Scrive un meraviglioso articolo in grado di cambiare l’opinione pubblica e risollevare la brand reputation del giornale.

Ma chi lo ha letto? Le fa presente Miranda. Le metriche sono bassissime. E così anche per gli articoli interessanti che Andy scrive anche di notte pur di finirli in tempo. Miranda, del resto, è sempre più disillusa, cinica, un po’ sola, soprattutto senza l’affetto delle gemelle, perché ha sacrificato la relazione con loro in nome del dio lavoro. Anche se: quanto lo ha voluto? Probabilmente, e senza finzioni, molto.

In Il Diavolo veste Prada 2 Miranda non rappresenta più il potere

Ma quello che risulta centrale nel DVP 2 è che Miranda non è nemmeno più oggetto di satira. Certo, deve cercare di raccapezzarsi tra le richieste di politically correct durante le riunione di redazione che le vengono fatte presente dalla sua nuova assistente Amari, ma evidentemente non ha più il potere. Il potere è totalmente nelle mani di ricchissimi imprenditori che si occupano di tutt’altro e pensano di comprare il giornale per far felice la loro mogliettina (Jeff Bezos? ha ipotizzato qualcuno).

Non c’è autocommiserazione da parte dei giornalisti nel Diavolo Veste Prada 2. E ci mancherebbe, potrebbe dire qualcuno. La vita delle redattrici di Runway non è proprio da buttare, nonostante la richiesta di dare un occhio al portafogli. Feste, viaggi in Italia, sfilate.

La narrazione regge. I colpi di scena funzionano. Il ritmo è sempre ben calibrato, alternando momenti più leggeri a passaggi decisamente più amari. Rimane quella cattiveria intelligente che aveva reso memorabile il primo film, ma qui è più consapevole, meno giocosa. E la colonna sonora sempre azzeccata, con la queen Madonna sempre a primeggiare (ma anche Lady Gaga con Doechii).

La storia d’amore ininfluente

L’amore, invece, è quasi un dettaglio. C’è, ma non incide davvero. Serve più a rispettare una struttura che a dire qualcosa. L’unico momento che resta è semplice, quasi banale: Andy è felice perché qualcuno, il suo nuovo amore, legge i suoi articoli.

E forse è proprio questo il punto. In un sistema che misura tutto, che riduce ogni cosa a numeri e performance, il gesto più significativo resta quello più elementare: essere letti. Non importa se si parla di moda, musica o attualità. Per questo Il Diavolo veste Prada 2 colpisce così tanto. Perché non offre soluzioni. Non consola. È ancora lo specchio dove riflettersi per trovare un po’ di conforto. O almeno, un po’ di condivisione.

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