Paul McCartney e l’arte di abitare il passato: cinque istantanee su “The Boys of Dungeon Lane”
Abbiamo ascoltato in anteprima il nuovo album dell’ex Beatles in uscita il 29 maggio. La mano di Andrew Watt, i ricordi e qualche esperimento ardito, ecco cosa ci ha colpito
Dungeon Lane è una via di Liverpool che fiancheggia l’aeroporto della città e che conduce al fiume Mersey. Un luogo che a distanza di anni, più di settanta, conserva quel pizzico di magia: «Accadevano un sacco di cose in quella strada». Parola di Paul McCartney che da bambino la attraversava quasi ogni giorno per andare a osservare gli uccelli lungo la costa: il ricordo di quei momenti, compreso anche quello di un’aggressione da parte di due bulli del posto, ha ispirato il titolo del suo nuovo album, il ventesimo. La memoria è il filo conduttore di gran parte di The Boys of Dungeon Lane, ma non ne rappresenta l’identità musicale. «No one needs to cry» come canta nel primo singolo Days We Left Behind.
Paul McCartney ha scritto un disco in cui la nostalgia non trova spazio. Un’opera profondamente immersa nel presente pur nei riferimenti al suo passato. Il suo, quello di un uomo e di un artista che può guardarsi indietro sorridendo e commuovendosi e che ha la capacità innata di lasciarsi ispirare da qualsiasi cosa lo circondi. Che sia una via o il rumore della pioggia, basta che abbia una chitarra a portata di mano. Prendete la delicata First Star of the Night, scritta in una delle giornate libere del suo ultimo tour perché costretto in hotel per il maltempo. Un brano che parla di speranza con un’acustica e un crescendo di basso e batteria che scivolano via con una delicatezza unica.
The Boys of Dungeon Lane è però in realtà uno dei suoi lavori più rock. Sebbene non ci sia un vero e proprio concept – una cosa che ha preoccupato il cantautore – l’organicità del disco sta nell’importanza delle canzoni in quanto tali. Nel loro essere spaccati di momenti vissuti o immaginati. C’è un’amica d’infanzia, c’è l’adrenalina romantica degli autostop con George Harrison. Ci sono i suoi genitori, ma anche una madre romanzata che lotta contro tutto e tutti. Nel frattempo, grazie alla produzione sapiente e mai troppo invadente di Andrew Watt, i generi si alternano. Si passa dal pop-rock alla psichedelia, da pezzi chitarra e voce a ballad dove il pianoforte è protagonista con gli archi. E c’è pure un tentativo estroso di unire il presente con il passato.
The Boys of Dungeon Lane è un disco ad ampio raggio. Un emozionante sospiro e l’ennesima dimostrazione che la musica e il genio non invecchiano mai. Ecco cinque highlights che raccontano nel migliore dei modi il nuovo album di Paul McCartney, nell’attesa che possiate ascoltarlo il 29 maggio.
La mano di Andrew Watt
Dopo essere stato turnista e produttore pop di album di grande successo come Future Nostalgia di Dua Lipa e Plastic Heart di Miley Cyrus, Andrew Watt è diventato il producer delle grandi rockstar. Tutto è iniziato nel 2020 con Patient Number 9 di Ozzy Osbourne. Poi sono arrivati Iggy Pop, Pearl Jam e soprattutto i Rolling Stones di Hackney Diamonds, disco vincitore del Grammy come miglior album rock nel 2025.
Paul McCartney l’ha conosciuto tramite il suo manager e il primo incontro è stato davanti a una tazza di tè. La caratteristica di Andrew, classe 1990, quindi piuttosto giovane rispetto alla media dei produttori delle star, è quella di riuscire a rendere il suono in maniera limpida, senza sbavature. Talvolta persino esagerando. Il suo lavoro in The Boys of Dungeon Lane è quello di un direttore d’orchestra delle innumerevoli idee del cantautore britannico. Come una safety car mantiene dritta la via riuscendo a rendere contemporanei anche degli esperimenti arditi.
È il caso di Lost Horizon, un brano che Paul ha recuperato dall’archivio di vecchie cassette del suo vecchio studio manager, da poco tristemente scomparso, Eddie Klein. Il pezzo rock, con le chitarre protagoniste, non ha nulla che lo possa far assomigliare a un revival. Nel ritornello melodico la voce di Paul risuona in maniera limpida, ancora in formissima, cantando «Every moment counts». Altra prova in cui la mano di Watt è evidente è il pop rock nostalgico di Ripples in a Pond, una delle canzoni legate a Liverpool e a una storia d’amore. Il modo in cui l’assolo di chitarra emerge sul tappeto di synth appena percettibile è uno dei segni distintivi della produzione di Andrew.
Ultimo riferimento è Come Inside, uno dei brani più colmi di speranza. Il trucco di McCartney è il passaggio dalla chiave minore alla maggiore, ma il tono catchy che, senza rendertene conto, ti fa tenere il tempo con il piede, è merito anche della costruzione del crescendo. Il modo in cui subentra il pianoforte e quello in cui si amalgamano i cori e le seconde voci nel finale – che sembra pensato per i live – è un’altra delle chicche gestite magistralmente dal producer newyorchese.
La batteria e il Four Track
Quando Paul McCartney e Andrew hanno scritto il brano d’apertura dell’album, As You Lie There, il componente dei Beatles aveva avuto un’idea. Lo spoken delle strofe che raccontano i pensieri legati a un’amica d’infanzia, e il contrasto con il primo ritornello aperto dell’album, necessitavano di una sezione ritmica speciale. Conoscendo il lavoro di Watt con Chad Smith, avrebbe voluto far suonare le percussioni al batterista dei Red Hot Chilli Peppers. È stato il produttore statunitense a convincerlo invece a provare lui stesso a mettersi dietro la grancassa. E da lì Paul non si è più schiodato se non per un brano, una delle sorprese del disco: Home to Us. La storia dietro al primo duetto tra lui e Ringo Starr – sembra impossibile ma è davvero così – all’inizio sembrava non doversi concludere con un lieto fine ma, come raccontato durante la presentazione londinese dal cantautore, tutto è andato per il meglio.
A proposito di strumenti e di adattamento alla contemporaneità, vale la pena citare il pezzo più innamorato di The Boys of Dungeon Lane. «Last night I dream about you» recita uno dei versi chiave di We Two. La particolarità del pezzo è quella di essere stato registrato con un Four Track Studer. Come ha spiegato McCartney, quando la EMI fu acquistata dalla Thorn Electrical nel 1979, l’acquirente voleva sbarazzarsi di tutte le attrezzature di Abbey Road (che all’epoca apparteneva all’etichetta). L’ex Beatles ottenne gran parte dei vecchi strumenti dello studio, tra cui il suddetto registratore a quattro tracce. Paul e Andrew hanno riutilizzato la tecnica del bouncing down, mixare rapidamente due tracce in una sola per liberare spazio. Un esempio, forse quello principale del disco, in cui la nostalgia diventa la scusa per attualizzare il passato.
I Beatles
No, come già scritto, The Boys of Dungeon Lane, non suona come un disco dei Beatles. Gli echi dei Fab Four risuonano nelle atmosfere raccontate da alcuni dei testi delle canzoni. Ancora la memoria che ritorna in quei luoghi che hanno segnato l’infanzia e l’adolescenza di Paul. Quindi, anche il suo futuro. The Days We Left Behind è commovente pur non facendo espressamente riferimento a un episodio preciso. Al contrario, Down South pesca proprio da un ricordo specifico del cantautore britannico. «It was a good way to get to know you before we learned “Twist & Shout”» canta McCartney riferendosi a uno dei primi incontri con George Harrison con il quale era solito fare l’autostop a partire da Chester, zona trafficata da molti camion.
Pischedelia e ballad
Oltre ai pezzi più rock, il nuovo album di Paul McCartney si lascia andare anche a delle esplorazioni inattese. Never Know è il pezzo fuoritempo del disco, completamente immerso nelle sonorità anni Settanta. La chitarra elettrica manda segnali psichedelici, ma le chicche sono il pianoforte e il finale con protagonista il clarinetto. A proposito di pianoforte, la tastiera diventa centrale nell’ultima traccia dell’album, un altro unicum del progetto. Momma Gets By parla di una donna che «è il pilastro della famiglia, mentre lui, il marito è un po’ un buono a nulla, ma lei lo ama» ed è una ballad tradizionale.
Tuttavia, la canzone che rimane più impressa è Mountaintop. Scritta immaginandosi una ragazza in trip durante Glastonbury (un tema che ha ispirato anche uno dei brani di Blue Morpho di Ed O’Brien in uscita oggi), è un’evoluzione psych-rock. La voce di Paul effettata su nastro sembra quasi irriconoscibile per quanto tagliente, finché dopo il primo ritornello, il brano cambia radicalmente facendosi addirittura quasi ballabile. Anche a livello di produzione, questo rimane una delle vette del disco.
La musica dei genitori
La penultima traccia di The Boys of Dungeon Lane merita un paragrafo a parte. Al di là di Life Can Be Hard, scritta durante il Covid in compagnia del nipotino, che introduce fiati e archi speranzosi, Salesman Saint è la prova più orchestrale, elaborata e ambiziosa. Paul non ha solo scritto un brano autobiografico sulle fatiche e i sacrifici dei propri genitori. Ha voluto in qualche modo riprodurre la loro musica, quella che ascoltavano quando erano giovani, all’interno del pezzo. Ecco allora che la tromba accompagna le seconde voci del ritornello e drammaticità e nostalgia si uniscono citando le sonorità di fine anni Trenta, del periodo della Seconda guerra mondiale. Una canzone strana al primo ascolto, ma non c’era modo migliore di raccontare e trasmettere certe emozioni contrastanti.
