Marvels of Saudi Orchestra & Andrea Bocelli: solo la musica può unirci
Sabato sera, nel parco archeologico del Colosseo di Roma, è andato in scena un concerto dal sapore storico. La nostra intervista al CEO della commissione saudita Paul Pacifico
Foto: ufficio stampa
Il concerto di Marvels of Saudi Orchestra che si è tenuto sabato sera al tempio di Venere a Roma, con protagonisti 32 membri dell’Orchestra e del Coro Nazionale Saudita insieme a 30 musicisti dell’Orchestra Giovanile Fontane di Roma con il maestro Andrea Bocelli, non è stato un semplice live. Al di là dello stupefacente sfondo scenografico, ovvero il Colosseo illuminato ad hoc, il suo significato è stato dimostrare come culture e tradizioni musicali molto diverse (seppur con origini talvolta simili) possano sposarsi e dare risultati ancor più emozionanti.
La serata, organizzata dalla Saudi Music Commission e patrocinata dal Principe Bader bin Abdullah bin Farhan Al Saud, Ministro della Cultura dell’Arabia Saudita, era la undicesima tappa del tour mondiale Marvels of Saudi Orchestra, dopo città come Parigi, Londra, Sydney, Città del Messico. Il concerto di sabato sera, diretto dal maestro Marcello Rota, era rivolto a un pubblico selezionato, tra cui anche Matteo Renzi e Roberto Bolle. Sul palco entrambe le orchestre hanno eseguito brani importanti della tradizione araba e di quella italiana. Da Quando, quando, quando a Volare (Nel blu dipinto di blu), da Azzurro a Parole, Parole. Significativa anche Al-Hijr e Roma, composizione scritta dal dottor Suleiman Al-Theeb che riflette i legami storici e culturali tra Arabia Saudita e Italia.
Molto d’impatto le performance di ballo: gli abiti lunghi bianchi tradizionali dei danzatori accompagnati dai suoni dei tanti strumenti arabi sul palco, contrastavano con l’immaginario così italiano rappresentato dal Colosseo.
E poi con la Marvels of Saudi Orchestra c’era Andrea Bocelli. Il Maestro più conosciuto e amato all’estero era l’ospite migliore per interpretare le canzoni più famose del nostro repertorio come ‘O Surdato Innamorato e ‘O Sole Mio, per presentare la sua Con te partirò e chiudere con Nessun Dorma.

Per comprendere meglio il valore (e il potere) della musica local e dell’incontro con altre tradizioni abbiamo parlato con Paul Pacifico, CEO della Saudi Music Commission. Fondamentale è il lavoro che la Commissione da lui presieduta sta svolgendo dal 2020 ad oggi, da quando è stata costituita. Proprio un anno dopo il 2019, quando in Arabia Saudita la musica non è più stata proibita e ha assunto un ruolo completamente diverso per una precisa scelta dell’attuale Primo Ministro Mohammed Bin Salman. Abbiamo avuto modo di vedere con festival giganteschi come Soundstorm o con organizzazioni come XP Music Futures come la sensazione più viva che emerga sia proprio quella dell’entusiasmo per la novità, che dopo 7 anni non dà segno di spegnersi.
«Per me la musica è davvero fondamentale», ci racconta Pacifico, inglese, ex CEO dell’Association of Independent Music e anche imprenditore e performer, «sono riuscito a far in modo che formassimo 28mila insegnanti di musica specifici per l’asilo in Arabia Saudita. Xp e Soundstorm sono solo la punta dell’iceberg, di quello che stiamo cercando di costruire. Oltre agli sforzi in ambito educativo e politico, ci sono state anche modifiche legislative e normative. Tra cui l’introduzione di una nuova legge sul diritto d’autore in Arabia Saudita e la costituzione di un’organizzazione di gestione collettiva dei diritti (come SIAE in Italia). Stiamo cercando di portare avanti tutte le iniziative necessarie per costruire le infrastrutture del settore, garantendone la sostenibilità non solo dal punto di vista creativo e culturale, ma anche economico. E poi stiamo cercando di dare un’enorme importanza anche agli strumenti musicali».
L’intervista a Paul Pacifico, CEO della Saudi Music Commission
In che modo?
Abbiamo introdotto i pianoforti Steinway in Arabia quest’anno. Ma soprattutto vogliamo riscoprire e rivitalizzare gli strumenti tradizionali arabi di ogni provincia. Sono 13 in Arabia, è una nazione davvero ampia, grande come l’Europa occidentale. Ci sono tradizioni musicali che non sono mai state scoperte, ascoltate e registrate. Vogliamo ridare valore alla musica flockloristica di ogni regione rispettando gli standard dell’UNESCO.
Le persone ai concerti in Arabia Saudita danno l’impressione davvero di divertirsi in modo genuino, in fondo, se si può fare un paragone, più degli Europei che a volte paiono più annoiati.
In Arabia c’è una popolazione di 40milioni di persone e il 70% è under 35. È una nazione giovane che fino a pochi anni fa non aveva un settore culturale e di intrattenimento strutturato. Quindi il livello di entusiasmo è davvero alto. È una bella sensazione vivere in un Paese che si percepisce come una enorme start-up, permeato di ottimismo contagioso. Le persone credono davvero che oggi sia meglio di ieri, e che domani sarà meglio di oggi. Chi arriva in Arabia non sa bene cosa aspettarsi e, in genere, rimane molto colpito da questa energia.
Che cosa non sanno in particolare gli europei della musica tradizionale araba?
Per esempio, non sanno quanto sia ricca di elementi speciali rispetto a quella europea. Ci sono complessi cicli poliritmici che sono unici in tutto il mondo. Per questo nella nostra Orchestra ci sono ben 14 percussionisti. Poi, per esempio, la scala araba makam, che è stata riprodotta dal suonatore di oud e ha stupito in prima persona il maestro Rota, che ha chiesto di ripeterla diverse volte perché ne era rimasto affascinato. Ma poi nell’orchestra c’erano anche la rababa, uno strumento del deserto con un suono decisamente antico. La simsimiyya simile a una piccola arpa, che proviene dal Mar Rosso e il flauto arabo di bamboo che sabato sera si è sentito parecchio. Abbiamo portato tanti strumenti tipici per farli scoprire e conoscere al pubblico presente.
Prima parlavamo dell’importanza di ridare valore alle tradizioni folkloristiche. In una recente intervista con Nathy Peluso discutevamo di come artisti come lei, Rosalìa e Bad Bunny stiano avendo un successo incredibile facendo conoscere la musica local delle loro origini. È questa la chiave del successo?
Penso che fino a qualche anno fa tutti credevano che ci sarebbe stato un mercato globale omologato dominato solo da poche star. È successo esattamente il contrario, a parte qualche eccezione ovviamente. In quasi tutti gli Stati il pubblico ascolta gli artisti local. Ma poi accade anche che questi artisti (o i generi, in alcuni casi) vengano ascoltati a livello globale. Come il k-pop dalla Corea del Sud, o il reggaeton dall’America latina. O l’amapiano, dal Sud Africa alla Nigeria e poi in tutto il mondo.
Si dice che la musica può essere un ponte tra le culture, sicuramente è vero, ma ci può fare un esempio concreto?
Ciò che il pubblico ha potuto vedere sabato sera: l’incontro tra la tradizione musicale araba e quella europea, entrambe rispettativamente re-interpretate dalle due orchestre. E poi questo incontro si può notare anche nei generi che si stanno diffondendo in Arabia: il jazz, il rock, l’heavy metal, il blues. Per esempio, c’è un’interessante band di rock psichedelico, tutta al femminile, che si chiama Seera. Ecco, loro riescono perfettamente a unire la nostra tradizione con stilemi tipicamente occidentali. Anche il loro modo di presentarsi mixa la loro identità locale con le loro esperienze internazionali.
In futuro volete organizzare concerti all’estero anche di altri generi per fare conoscere la musica araba?
Abbiamo avuto artisti sauditi che hanno performato a New York, a Los Angeles, Londra, Singapore, insomma, in tutto il mondo. Sia per suonare musica tradizionale che contemporanea. Il Wacken festival in Germania ha anche invitato una grande band di heavy metal.
Come mai avete tenuto questo evento segreto?
Semplicemente perché purtroppo non avevamo molte sedute. E sappiamo che se fosse girata la notizia probabilmente avrebbe scatenato la curiosità di voi italiani.
