Per Enea Colombi un videoclip è sempre un atto necessario
Classe 1997, è stato premiato come Regista dell’Anno ai Videoclip Italia Awards 2026. Da Blanco a Cesare Cremonini, ci racconta la sua carriera e la filosofia del suo approccio creativo
Frame del video de "La Mia Parola" di Shablo ft. Guè, Joshua, Tormento, diretto da Enea Colombi
Ci sono videoclip e videoclip. Da un lato, i video che seguono la canzone e gli artisti in modo più o meno didascalico. Dall’altro, quelli che portano l’impronta autorale e creativa di chi li ha concepiti, aprendo nuovi piani narrativi che arricchiscono i brani di ulteriori significati. Non c’è dubbio che i lavori di Enea Colombi appartengano alla seconda categoria.
Classe 1997, originario della provincia di Piacenza, Enea Colombi ha cominciato giovanissimo come autodidatta e si è presto creato un suo giro, arrivando poi a realizzare i video di artisti come Cesare Cremonini, Blanco, Liberato, Irama, Mara Sattei, Ariete, Mecna, Tropico e molti altri. Soprattutto, rifinendo una propria originale cifra stilistica che è sempre più richiesta.
Di recente il talento di Enea Colombi è stato anche premiato pubblicamente, con l’award come Regista dell’Anno ai Videoclip Italia Awards 2026. Ne abbiamo approfittato per farci raccontare la sua carriera e la filosofia del suo approccio creativo.

L’intervista a Enea Colombi
Come si arriva a fare il tuo mestiere in Italia? Ovviamente non esiste un percorso unico.
Esatto, te lo devi costruire. Io sono nato a Castel San Giovanni, un paesino in provincia di Piacenza. Mi ha sempre appassionato il mondo delle immagini, all’inizio soprattutto la fotografia, poi mi sono spostato verso i video.
Sono nato nel 1997: appartengo a una generazione a cavallo fra analogico e digitale. Fino ai 16 anni, YouTube era la mia piattaforma di riferimento. Erano gli anni in cui il filmmaking stava prendendo piede: per scoprire tutti gli aspetti riguardanti camere o montaggio dovevi per forza passare da YouTube, dove c’erano tantissimi freelance internazionali che insegnavano il mestiere.
Ho cominciato a editare a 14 anni, da autodidatta totale. Ho iniziato con piccoli videoclip per artisti locali. Sono finito nei radar delle major abbastanza presto: fra i 18 e i 19 anni ho iniziato a lavorare sul serio. Quello che facevo allora era molto al servizio dell’artista, non avevo ancora cominciato a sviluppare un mio punto di vista artistico. Nel frattempo ho studiato tantissimo, fra workshop e corsi.
Poi mi sono spostato a Milano, lavorando principalmente per la moda e la pubblicità ma portando avanti i videoclip. È stata una lunga gavetta, finché sono riuscito a creare una mia “firma”. Ricevendo i vari feedback ho capito che qualcosa di diverso potevo averlo.
Oggi sei un regista di rilievo nel panorama italiano dei videoclip. Quale pensi che sia stato il punto di svolta nella tua carriera?
Penso che il mio lavoro che abbia dato un’impronta estremamente personale sia stato il cortometraggio di lancio dell’album di Mecna Mentre Nessuno Guarda. Era il mio progetto più ambizioso, ed è stato il momento in cui ho preso coscienza del luogo in cui sono cresciuto.
Io ho sempre viaggiato molto, ma dopo il primo lockdown sono tornato nelle mie zone. In quel momento mi si è aperta la mente: ho iniziato a rivedere quei luoghi sotto un altro punto di vista. Ho deciso di ambientare completamente il cortometraggio all’interno di quei luoghi naturali, seguendo il corso del Po, riscoprendo quell’estetica padana. Per me è stato un momento di rottura totale.
Parallelamente c’erano stati due video di Mara Sattei, girati uno nelle banlieue parigine (Nuova Registrazione 402, ndr) e uno in Marocco (Nuova Registrazione 527, ndr). Entrambi esploravano molto il rapporto tra personaggio, architettura e ambiente. Il video in Marocco è stato un grande trampolino di lancio perché mi ha permesso di entrare nel mondo delle pubblicità ad alto budget. In quel periodo Magnum cercava un regista che arrivasse dai video musicali e dalla moda. Hanno visto quel video girato nel deserto con quell’installazione del monolite specchiato e hanno voluto riproporlo nello spot.
Com’è stato realizzato quel bellissimo piano sequenza del video di Ora Che Non Ho Più Te di Cesare Cremonini?
Cesare è stato l’artista più coraggioso con cui abbia lavorato finora. Era da un po’ di tempo che cercavo di sviluppare un videoclip che uscisse dai canoni del pop, che fosse qualcosa di più narrativo. Lui arrivava da due anni di stop e l’album Alaska Baby rappresentava un suo nuovo inizio. E a me è sempre piaciuto raccontare gli artisti sotto una luce diversa.
Mi ha lasciato totalmente carta bianca. Mi sono immaginato questo Cremonini che torna tumefatto dalle sfide della vita (infatti nel video ha un occhio nero), che sale sulla motocicletta di questa ragazza che lo porta verso una sua performance liberatoria. Un po’ ribaltando il cliché dell’uomo macho che porta la donna in moto: mi interessava mettere in scena una certa fragilità maschile. E lui si è fidato completamente.
La realizzazione del video era particolarmente complessa, le sfide erano molteplici. La prima era avere una location che potesse ospitare un piano sequenza per circa tre chilometri di percorso. L’abbiamo trovata in Friuli. Oltre a capire esattamente il punto di partenza e di arrivo, dovevamo far sì che la musica fosse sentita sia da me che da lui e dal light designer, cosa che abbiamo risolto con dei ponti radio. Per le riprese abbiamo usato un “Russian arm”, un quad con un braccio meccanico che passava attraverso questa specie di steppa. E dovevamo catturare quella perfetta “blue hour” a cavallo fra il tramonto e la notte. La fortuna ci ha assistito perché c’era anche una tempesta nel cielo: l’ultimo take che abbiamo fatto era proprio sotto la pioggia.
I tuoi video non si limitano a un supporto visivo generico alle canzoni ma raccontano delle storie. Come formuli le tue proposte creative? Da cosa ti lasci guidare?
Quello che ho sempre fatto è partire dalla melodia, farmi guidare dalla vibe. La realizzazione di video musicali non è la mia attività principale, quindi chiedermi perché lo faccio è una domanda fondamentale. Mi chiedo cosa voglio trasmettere, in che modo quel video si inserirà nella mia carriera e se potrà restare. Per me è importante che il video sia la fotografia di qualcosa di necessario per me in quel momento.
Il video di Ricordi di Blanco ed Elisa è un altro esempio di piano sequenza. L’ho fatto così perché in questo periodo storico abbiamo un grosso problema di calo di attenzione, non sono certo il primo a dirlo. Per me era importante fare un videoclip quasi asfissiante, sempre in primissimo piano su questa ragazza che corre. Una sorta di provocazione visiva. In quel momento avevo bisogno di staccare dall’iper-velocità, di osservare. Questo modo di lavorare mi aiuta molto anche a dare un valore a quello che faccio, alle mie scelte artistiche.
Tu sei anche un grande appassionato di cinema, e si vede nei tuoi lavori. Quali sono dei registi cinematografici da cui ti senti particolarmente influenzato? Per esempio so del tuo amore per David Lynch.
Lynch mi ha fatto capire che una narrazione può essere anche frammentata ma al tempo stesso autoironica, senza rimanere in un limbo di inquietudine fine a se stessa. Nel cinema contemporaneo invece ci sono registi come Robert Eggers, Ari Aster, Yorgos Lanthimos che mi hanno formato moltissimo. Ma anche Darren Aronofsky, Larry Clark, Gregg Araki, oppure Almodóvar, Sorrentino, Guadagnino… Mi piace molto andare al cinema!

