Polifonic è sempre più il festival che racconta la scena elettronica globale e la mediterraneità
Cinque palchi immersi nella Valle d’Itria, una line-up tra le più ricche d’Europa e una visione che unisce ricerca musicale e territorio: ecco perché Polifonic continua a imporsi tra i festival elettronici più interessanti
Foto di Vittorio La Fata
Con Polifonic 2026, la Puglia si conferma sempre più meta del turismo musicale. Anche di quello alla ricerca dell’elettronica più sperimentale e capace di raccontare il vissuto contemporaneo. E spesso in luoghi da sogno. Prendiamo questo festival appena concluso che si è tenuto in Valle d’Itria settimana scorsa per cinque giornate, da mercoledì 22 a domenica 26 luglio. Sensory Bloom il claim scelto quest’anno, per sottolineare il rapporto sempre decisamente stretto con il territorio. Magari meno evidenziato da scenografiche paratie come negli anni precedenti, ma con uno spirito estetico più futuristico, come sottolineato dal CEO e co-founder del festival, Marco Sala.
A volte sembra che nemmeno chi vive nella stessa regione si renda conto di questa enorme ricchezza e che persone che vivono a soli pochi chilometri di distanza non ne sappiano praticamente nulla. Mentre all’estero lo sanno, eccome. Quest’anno la percentuale di pubblico straniero, per questa ottava edizione, è aumentata. E non potrebbe essere altrimenti. Quando a un passo dal mare della Puglia ti trovi davanti cinque palchi (uno in più rispetto al passato: l’Echoes Stage), immersi tra gli ulivi e i filari di vite, con le cave di pietra come scenografia, per uno in particolare, lo Stone Stage. Oltre al fatto che anche i locali e i turisti italiani hanno partecipato al festival (avevamo già scritto le 4 ragioni per non perderlo) arrivando a 35mila presenze. Il tutto nell’estrema tranquillità, come ha evidenziato il fatto che Elodie con Franceska, potessero girare assolutamente indisturbate tra i palchi.

Nomi nazionali e internazionali di primissimo piano
È iniziato tutto mercoledì 22 a Cala Maka con, tra gli altri, Chloé Caillet e DjRum. Poi il festival si è spostato a Masseria Capece, a Cisternino, per tre giornate quest’anno. Il giovedì 23 si sono distinti Voices From The Lake, Karnak on Acid e Kittin. Mentre il venerdì e il sabato si è entrati nel vivo, con nomi veramente di primissimo piano. Venerdì, il set di MACE sul main stage alle 21 ha ricordato a tutti perché sia uno dei producer e DJ più importanti e stimati della scena italiana. Ha letteralmente catturato il suo pubblico e lo ha portato in giro per il mondo tra ritmi ipnotici techno, house, influenze di suoni indiani e sudamericani. Il tutto favorito anche dai suoi visuals psichedelici. Un perfetto riassunto dello spirito di Polifonic.
A Polifonic 2026 Tiga, Alex Neri, Peach, Francesco Del Garda e molti altri
Per non parlare di Tiga, DJ e producer che ha plasmato il sound electroclash e riesce sempre a essere un passo avanti da più di 20 anni a questa parte. Del back to back di un nome culto come quello di Alex Neri con Pancratio. Di Peach, la DJ canadese di stanza a Londra, che, grazie al suo stile che sfugge alle etichette, è ormai riconosciuta come una delle anime più importanti della scena elettronica internazionale. Di un’altra nostra gloria nazionale come Francesco Del Garda, amatissimo all’estero pur rifuggendo i riflettori più glamour , in b2b con Christian AB. E di nuovo (dopo la prima sera con i Voices From The Lake) l’iconico Donato Dozzy.
Ma anche il sabato non è stato certo da meno. Tra i protagonisti del main stage si sono alternati Chet Faker con la band dal vivo, due leggende come Carl Craig con Moodyman in b2b e poi una DJ/producer techno che sta ricevendo sempre più attenzione per la sua bravura e per l’importanza del suo messaggio di resistenza. La palestinese Samà Abdulhadi. E domenica chiusura a Le Palme Beach Club.

Le identità dei cinque palchi: il nuovo Echoes per suoni dub e psichedelici
«Nelle ultime edizioni abbiamo cercato di dare sempre più carattere a ogni stage, sia dal punto di vista estetico che tecnico e sonoro, rendendoli sempre più distinti l’uno dall’altro», ci racconta Giulia Maria Scrocchi, booking and project coordinator. «Alla luce di questo percorso è stato naturale capire che Polifonic necessitasse di uno spazio dedicato a sonorità più lente, contemplative e immersive, capaci di offrire un’esperienza diversa all’interno del festival. Per costruirne l’identità sonora abbiamo scelto Rinse FM come partner, una realtà francese che da anni rappresenta un punto di riferimento nell’individuare e valorizzare alcune delle scene più interessanti della musica elettronica contemporanea».
Ma Echoes rappresenta una nuova vetrina importante all’interno del festival anche per sonorità dub, ipnotiche, psichedeliche e trance-oriented. «Abbiamo anche cercato di raccontare un fenomeno che osserviamo sempre di più nelle line-up dei festival europei», prosegue Giulia Scrocchi. «Crediamo che questa nicchia stia vivendo un momento di grande fermento e che rappresenti una delle direzioni più interessanti della ricerca elettronica contemporanea, capace di riportare al centro un ascolto più profondo, più immersivo e ricco di sfumature, senza rinunciare alla dimensione del dancefloor».
I palchi di Polifonic 2026: le due anime dello Stone Stage
Il Main stage è caratterizzato da uno schermo sospeso circolare molto particolare. Al Sunrise alle 6.30 del mattino si inizia ad intravedere il mare all’orizzonte con l’arrivo dell’alba ma lo Stone Stage, in un’antica cava di pietra, è davvero imbattibile, grazie anche a un’illuminazione colorata che esalta il paesaggio ancora di più.
«Con Stone Stage, dall’edizione 2025, stiamo costruendo un dialogo e un racconto sonoro che si sviluppano attorno a due pilastri ben definiti: il venerdì dedicato all’esplorazione dei diversi stili della techno e il sabato orientato verso sonorità bass, sperimentali e più trasversali», ci racconta Scrocchi. «In particolare, quest’anno abbiamo deciso di raccontare, attraverso gli artisti del sabato, una lettura contemporanea della Sound System Culture. Una cultura nata nella Giamaica degli anni Cinquanta, prendendo ispirazione da linguaggi come ska, rocksteady e reggae, che nel tempo si è evoluta fino ad abbracciare i suoni elettronici e urbani provenienti da tutto il mondo. Oggi quella stessa attitudine continua a vivere nel grime, reggaeton, baile funk, cumbia e molte delle nuove forme di musica elettronica sperimentale e avant-garde».

L’importanza della Sound System Culture
Ma qual è l’obiettivo dello Stone Stage, soprattutto nella serata del sabato? «Non raccontare un singolo genere musicale, ma mettere in evidenza una modalità di intendere il suono e il dancefloor fondata sulla contaminazione, sul dialogo tra culture e sulla continua evoluzione dei linguaggi musicali. La Sound System Culture, infatti, non rappresenta soltanto un’eredità storica, ma continua a essere uno dei principali motori dell’innovazione nella club music contemporanea. Siamo riusciti a tradurre questa visione grazie ad artisti come Tash LC e Le Motel, che raccontano i nuovi global club sounds mettendo in relazione scene e influenze provenienti da contesti diversi e spesso diasporiche.
Ma anche grazie ad artisti come Pearl River Sound e Shackleton, che hanno saputo onorare la tradizione della cultura UK attraverso una sofisticata selezione di bass, IDM, dub ed elettronica più sperimentale.
Più che una fotografia di un preciso momento musicale, il sabato dello Stone Stage vuole raccontare una traiettoria: quella di una cultura che, pur mantenendo solide radici storiche, continua ancora oggi a influenzare alcune delle direzioni più innovative della musica elettronica contemporanea».
La Sound System Culture, infatti, non rappresenta soltanto un’eredità storica, ma continua a essere uno dei principali motori dell’innovazione nella club music contemporanea
Giulia Scrocchi
Gli obiettivi per il 2027
Nel 2027 Polifonic festeggerà dieci anni dalla nascita, pur arrivando alla nona edizione per via dello stop imposto dalla pandemia. Intanto il festival continua a organizzare appuntamenti durante l’anno in altre città, come Milano e Napoli, ma per il 2027 vuole essere ancora più ambizioso: per rappresentare la scena elettronica globale ma anche il Sud Italia. «Vorremmo essere sinonimo di mediterraneità. Alla fine non ci sono così tanti festival che ti permettano di rimanere a ballare fino all’alba, in un posto così magico», conclude Marco Sala.

